Ansa
I tubi di Budapest
Orbán fa campagna sul Druzhba e rifiuta le alternative. Ecco il giro di soldi con Mosca
Solo negli ultimi quattro anni, la raffinazione in Ungheria e la rivendita del petrolio russo hanno garantito a Putin svariati miliardi di euro di introiti per il finanziamento della guerra e a Budapest un extraprofitto di oltre 2 miliardi di euro. Ma l'interruzione dell'oleodotto ha accelerato la crisi nei rapporti con Kyiv
Budapest. Il conflitto fra l’Ungheria di Orbán e l’Ucraina non passa soltanto attraverso campagne di propaganda e minacce reciproche. Passa soprattutto attraverso il ricatto energetico. Nella notte fra il 20 e il 21 ottobre un potente incendio divampato nell’unica raffineria ungherese, quella di Százhalombatta, di proprietà del colosso energetico statale Mol, ha causato l’interruzione dell’attività della torre di distillazione Av3, un elemento centrale del processo di raffinazione del petrolio di provenienza russa. La capacità dell’intero impianto si è ridotta di oltre un terzo e i lavori di ripristino dovrebbero concludersi a maggio. Sebbene le cause del rogo non siano state chiarite, le autorità hanno escluso la matrice dolosa o, peggio, un sabotaggio. Secondo gli esperti del settore, potrebbe essersi trattato di un guasto tecnico imputabile a errori umani o alla scarsa manutenzione. L’attacco russo all’oleodotto Druzhba in Ucraina del 27 gennaio ha peggiorato la situazione.
Assieme alla Slovacchia, l’Ungheria resta l’unico paese dell’Unione europea ad aver conservato dopo il 2022 una forte dipendenza energetica dalla Russia. Se Bratislava ha diminuito negli anni la sua esposizione nei confronti di Mosca, Budapest l’ha incrementata fino a renderla totale: nel caso del petrolio, dal 61 per cento del 2021 al 92 del 2025. La spiegazione è piuttosto semplice: la dipendenza energetica dalla Russia per anni è convenuta al sistema di Orbán. Solo negli ultimi quattro anni, quelli dell’aggressione totale della Russia all’Ucraina, la raffinazione in Ungheria e la rivendita sui mercati globali del petrolio russo hanno garantito a Mosca svariati miliardi di euro di introiti destinati al finanziamento della guerra e a Budapest, più precisamente alla Mol e agli oligarchi del sistema orbániano che la controllano, un extraprofitto valutato in oltre 2 miliardi di euro. Gli unici a non beneficiare di questo traffico sono gli ucraini, ai quali spetta una tassa di transito dal valore ignoto ma con ogni probabilità trascurabile rispetto all’entità del business russo-ungherese; e i cittadini ungheresi, che si riforniscono di carburante a un prezzo per nulla inferiori al resto dell’Europa centro-orientale. Dalla fine di gennaio, l’interruzione di questa triangolazione ha accelerato la crisi nei rapporti fra Budapest e Kyiv, trasformando il presidente ucraino in uno dei principali argomenti della campagna elettorale ungherese. “Non lasciare che sia Zelensky a ridere per ultimo” – recita un’insegna elettorale che campeggia in tutta l’Ungheria e lo raffigura con un ghigno maligno: quello del commediante ebreo, nemico naturale del popolo ungherese, come lo era stato nel 2016 un altro bersaglio prediletto della propaganda di stato, George Soros.
Al netto della cortina fumogena che ciascuno degli attori erige intorno ai propri interessi, l’Ucraina non è interessata alla rapida riparazione dell’oleodotto, che Mosca usa da tempo come arma di ricatto energetico sull’Europa. La frustrazione delle autorità ungheresi ha raggiunto il punto da inviare all’impianto danneggiato una delegazione tecnica, accolta in Ucraina come gruppo turistico accolto, senza nessun incontro in agenda e nessuna protezione. L’oleodotto croato Adria è diventato l’unica alternativa strategica per l’Ungheria. L’operatore croato Janaf sostiene che l’oleodotto possa trasportare tra gli 11 e i 15 milioni di tonnellate all’anno, sufficienti a coprire l’intero fabbisogno di Ungheria e Slovacchia, mentre la Mol, che controlla anche la slovacca Slovnaft, contesta queste cifre senza fornire argomenti convincenti. L’enigma principale è cosa pensi di tutto ciò l’uomo che sta scardinando l’intero sistema di relazioni internazionali, flussi energetici inclusi. Molti a Budapest sospettano che sia proprio Donald Trump a spingere Kyiv per un rinvio sine die della riapertura di Druzhba per costringere Orbán a riorientare la dipendenza energetica ungherese da est a ovest.
Una prova indiretta del raffreddamento dei rapporti fra Washington e Budapest sembra venire dal silenzio che avvolge l’evento annuale della Conservative Political Action Conference (Cpac), previsto a Budapest per il 21 marzo e al quale, secondo i piani originali del governo ungherese, avrebbe dovuto partecipare Trump. Sulla principale vetrina del sovranismo transnazionale sembra calato anzitempo il sipario: nel discorso di chiusura delle celebrazioni della rivoluzione del 15 marzo 1848, Orbán ha dedicato ben 18 passaggi a Zelensky, ma neppure uno al presidente Trump. Si dice che il capo della Casa Bianca ami i vincenti e dimentichi presto i perdenti.