Ansa

“Quello che voglio”

Le pressioni americane sul regime cubano, tra blackout, proteste e un terremoto

Maurizio Stefanini

Il sisma è arrivato durante il sesto blackout in un anno e mezzo, lasciando oltre nove milioni di persone senza elettricità, telefono e internet. L’Amministrazione Trump intanto ha fatto sapere che il presidente Miguel Díaz-Canel deve dimettersi affinché si possano compiere progressi significativi nei negoziati

La flottiglia in partenza per Cuba porta venti tonnellate di aiuti con il sostegno di una sinistra più nostalgica che mai. Perfino un terremoto si è inserito nel caos di una isola stravolta tra blackout, annunci di Trump e assalti alle sedi di partito: il sisma di magnitudo 5,8 è arrivato proprio durante il sesto blackout in un anno e mezzo, lasciando oltre nove milioni di persone senza elettricità, telefono e internet in tutto il paese. Martedì il direttore generale per l’Elettricità presso il ministero dell’Energia e delle miniere, Lázaro Guerra, ha dichiarato alla tv di stato che il ripristino del servizio stava procedendo “passo dopo passo”. Ma la limitata disponibilità di combustibile, aggravata dall’embargo petrolifero statunitense, riduce la capacità di intervento. Le interruzioni di corrente raggiungono le 15 ore al giorno all’Avana e oltre le 48 ore nelle province, ostacolando l’accesso ai servizi essenziali e aumentando l’insofferenza sociale. Gli esperti stimano che la modernizzazione del settore richiederebbe tra gli 8 e i 10 miliardi di dollari: una cifra al di là delle possibilità dell’economia cubana.

 

L’Amministrazione Trump ha intanto fatto sapere che il presidente Miguel Díaz-Canel deve dimettersi affinché si possano compiere progressi significativi nei negoziati. “Penso che avrò l’onore di prendere il controllo di Cuba”, ha pure detto Donald Trump, lunedì. Alla domanda: cosa intendi?, il presidente americano ha risposto: “Prendermi Cuba in qualche modo, che si tratti di liberarla o di prendermela. Penso di poter fare quello che voglio con Cuba, se volete sapere la verità”. Secondo quanto riferito da quattro fonti che hanno parlato al New York Times in condizioni di anonimato, gli Stati Uniti hanno fatto capire ai negoziatori cubani che il presidente deve dimettersi, ma hanno lasciato ai cubani la decisione sui prossimi passi. Al momento, gli Stati Uniti non stanno esercitando pressioni per intraprendere azioni contro i membri della famiglia Castro, che rimangono i principali detentori del potere nel paese, hanno affermato due di queste fonti. Ciò è in linea con la volontà generale di Trump e dei suoi collaboratori di imporre l’obbedienza al regime più che di rovesciarlo. Secondo una delle fonti, la rimozione del capo di stato cubano consentirebbe cambiamenti economici strutturali nel paese che Díaz-Canel, considerato dai funzionari un intransigente, probabilmente non appoggerebbe. Se i cubani dovessero acconsentire, si tratterebbe del primo grande sconvolgimento politico derivante dai colloqui tra i due paesi dall’inizio del riavvicinamento, avvenuto alcuni mesi fa. La rimozione del leader cubano darebbe al presidente Trump una vittoria simbolica: potrebbe dire di aver estromesso il capo di un governo di sinistra da tempo ostile agli Stati Uniti – come già accaduto in Venezuela.

 

Questa mossa, pur intesa a dimostrare che l’Amministrazione Trump persegue un cambiamento sia politico sia economico, deluderebbe però molti cubani in esilio, che auspicano una completa trasformazione politica nell’isola. Anche i parlamentari cubano-americani al Congresso e i politici in Florida potrebbero sollecitare Trump a fare di più. I negoziatori statunitensi chiedono a Cuba anche di rimuovere alcuni funzionari anziani che rimangono fedeli agli ideali di Fidel Castro e premono per il rilascio dei prigionieri politici. Dal punto di vista dei funzionari statunitensi, i colloqui si concentrano sull’ottenere che Cuba apra gradualmente la sua economia alle imprese e alle aziende americane – gettando le basi per uno stato cliente – e al contempo assicurando alcune vittorie politiche simboliche da annunciare a Trump. Il messaggio non è stato presentato come un ultimatum, bensì come un passo positivo che aprirebbe la strada ad accordi produttivi.

 

In una conferenza stampa di 90 minuti tenutasi venerdì, Díaz-Canel aveva riconosciuto per la prima volta i colloqui in corso con il governo statunitense e aveva attribuito i problemi economici del paese e i prolungati blackout all’embargo commerciale di Washington e, in particolare, al blocco per cui Cuba non importa petrolio da tre mesi. Ma lunedì Oscar Pérez-Oliva Fraga, pronipote di Fidel e Raúl Castro, nominato vicepremier di Cuba alla fine dello scorso anno, ha rilasciato una rara intervista a una rete televisiva statunitense in cui ha parlato di aprire il paese agli investimenti stranieri. Intanto i cubani scendono in piazza – domenica mattina, dopo la nona notte consecutiva di mobilitazioni popolari contro il regime, al suono di pentole e padelle. Venerdì, a Ciego de Ávila, i manifestanti hanno persino incendiato la sede del Partito comunista cubano.

Di più su questi argomenti: