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editoriali
Il disastro economico di Cuba
Il paese è al buio, la rete elettrica è collassata e da ormai tre mesi non arriva il petrolio. Ecco quali sono le decisioni del regime che hanno fatto collassare l’isola. Un ripasso per la flottiglia che ha una sola narrativa: la colpa del caos socio economico è del “blocco criminale” americano
Cuba è al buio. Lunedì la rete elettrica è collassata per la terza volta in quattro mesi. Sono tre mesi che non arriva petrolio, ha ammesso di recente il presidente Díaz–Canel. Ma venerdì 21 marzo arriverà all’Avana il convoglio “Nuestra América”, una flotilla con medicine e beni primari a bordo, organizzato da una coalizione di cui fa parte Progressive International e nel cui comitato siede Mariela Castro, figlia di Raúl. La narrativa della flotilla cubana è una sola: la colpa del disastro socioeconomico è del “blocco criminale” americano. D’altronde, sarebbe disonesto negare l'impatto delle sanzioni. L’embargo dura dal 1962, e Trump ha prima rimesso Cuba nella lista degli stati sponsor del terrorismo e poi il 29 gennaio ha minacciato dazi a chiunque le venda petrolio. Ma ridurre la catastrofe cubana all’embargo è una bugia per omissione. Partiamo dalla politica monetaria. Nel gennaio 2021 il regime ha lanciato la “Tarea Ordenamiento”, una riforma che ha eliminato la doppia valuta – una per i turisti ancorata 1:1 al dollaro, e una per gli abitanti dell’isola – svalutando il peso cubano del 2.300 per cento. L’inflazione reale, secondo la Latin American Research Review, ha sfiorato il 440 per cento nel solo 2021, contro il 77 falsamente dichiarato dal governo. I salari reali sono crollati, e il mercato nero del dollaro e degli euro è esploso. Scelta tutta interna, non imposta da Washington. Capitolo produzione industriale: lo zucchero è l’emblema. Nella campagna 2024-25 la produzione è crollata sotto le 150 mila tonnellate, contro gli 8 milioni del 1989; nel 2002 il governo ordinò di smantellare oltre cento zuccherifici. Nessuna sanzione lo spiega. Tra il 2022 e il 2023 oltre un milione di cubani ha lasciato l’isola, il 10 per cento della popolazione. Una fuga in tempo di pace: attraversando il mare, passando per il Nicaragua, con il rischio della respingimento negli Stati Uniti. L’emergenza attuale è un disastro provocato soprattutto dal regime, che non ha voluto rompere con il modello sclerotizzato di pianificazione centralizzata. Chi parte per l’Avana farebbe bene a saperlo.