nello stretto

Soluzioni armate e negoziali su Hormuz

Micol Flammini

L'attenzione globale è sullo Stretto, che forse segnerà la fine della guerra. Un terzo missile in Turchia non sposta Erdogan dalla sua posizione di spettatore a metà strada fra Washington e Teheran

Lo Stretto di Hormuz è la calamita, tutto e tutti cercano una soluzione per liberare la via attraverso la quale transita il venti per cento  del petrolio mondiale. Fino a  quando la Repubblica islamica dell’Iran continuerà a usare la paura del suo blocco bersagliando chi transita, a meno che non si tratti di amici di Teheran, la guerra non finirà. Quindi in questo momento si fanno piani militari e piani diplomatici. Gli Stati Uniti dispiegano fino a cinquemila uomini, secondo il Wall Street Journal: una spedizione per operazioni mirate, ma non di grandi dimensioni. Gli europei, secondo il Financial Times, con Francia e Italia  negoziano con il regime l’apertura di Hormuz. Roma ha smentito, la Francia  ha risposto dicendo che è stato il presidente Emmanuel Macron per primo a parlare con l’iraniano Masoud Pezeshkian per sottolineare la necessità di “garantire la libertà di navigazione  dello Stretto di Hormuz”, quindi non c’è nulla di segreto.


Hormuz catalizza l’attenzione, ma attorno continuano a volare missili e soprattutto droni. Per la terza volta un missile è stato intercettato  nello spazio aereo della Turchia e ad abbatterlo sono state le difese della Nato.  Ankara ha protestato moderatamente, la Repubblica islamica ha negato di averla attaccata. Fra tutti gli attori coinvolti, la Turchia fa da spettatore. Il presidente Recep Tayyip Erdogan dispensa condanne moderate, chiede di non esagerare, ma tiene a freno giudizi e commenti, ponendosi a metà strada fra Washington e Teheran. Anche la Turchia ha le sue navi in attesa nello Stretto di Hormuz, quattordici in tutto, soltanto una è riuscita a passare. Il ministro dei Trasporti turco, Abdulkadir Uraloglu, ha sottolineato che il permesso le era stato accordato soltanto perché l’imbarcazione aveva prima fatto scalo in un porto iraniano. Sembra impossibile chiedere ad Ankara di scegliere dove e con chi stare, prima dell’attacco all’Iran si muoveva da regista in medio oriente, fra il piano di ricostruzione di Gaza,  il sostegno al presidente della Siria Ahmed al  Sharaa e i rapporti sempre più stretti con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. Quel medio oriente non esiste più, dopo la guerra sarà cambiato, ci saranno nuovi ruoli da assegnare. Chi invece si è schierato, a chilometri di distanza, è il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che oggi ha incontrato a Parigi Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, che si propone come alternativa in un Iran senza regime. Quell’alternativa, chiunque sarà, rimane lontanissima e lo ha detto anche Donald Trump  ammettendo che rovesciare il regime “è un ostacolo molto grande”. 
 

Di più su questi argomenti:
  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)