L'addestramento dei curdi a Erbil da parte dei militari italiani (foto Ansa)

fuga da erbil

I militari italiani si ritirano dall'Iraq

Luca Gambardella

Dopo l'attacco alla base nel Kurdistan iracheno, 141 uomini sono ora in fase di "riorganizzazione", conferma il nostro governo. La strategia del caos dei pasdaran è la stessa delle milizie filoiraniane

Il contingente italiano in Iraq si smobilita, almeno provvisoriamente, dopo l’attacco lanciato mercoledì sera contro la base di Singara, nel Kurdistan iracheno. Se la scorsa settimana erano stati fatti rientrare 102 uomini nel nostro paese e altri 75 in Giordania, i restanti 141 sono ora in una fase di “organizzazione temporanea”, come ha confermato ieri il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Il ritiro non dovrebbe avvenire immediatamente e ci vorrà del tempo per completarlo. Ma intanto, il congelamento della missione militare italiana è un colpo clamoroso assestato dalle milizie filoiraniane in seguito all’attacco rivendicato ieri dal gruppo armato Saraya Awliya al Dam, vicina ai pasdaran. Dopo avere diminuito il personale diplomatico in Iraq, in linea con quanto aveva già fatto la Germania giorni fa, ora è la volta dei nostri militari. 

 

La strategia del caos che da Teheran si propaga ai gruppi filoiraniani nella regione ha finito così per interessare anche le forze italiane di stanza a Erbil. Le prime ricostruzioni fornite al Foglio da fonti locali dicono che l’attacco è stato lanciato da uno sciame di otto droni. Due di questi sono riusciti a superare le difese aeree volando a bassa quota, colpendo gli spazi comuni della base, quelli del bar e del ristorante, un’area denominata “il fortino”. I nostri uomini sono rimasti incolumi, già al sicuro nei bunker.

 

E’ possibile che i veri obiettivi dei miliziani sciiti fossero in realtà i militari americani di stanza a pochi metri dalla base Singara. Secondo fonti locali, si sarebbe trattato di un errore e che l’obiettivo della milizia fosse in realtà quello di distruggere gli elicotteri Black Hawk e gli altri sistemi d’arma ospitati nella base americana adiacente a quella italiana. Ma che si sia trattato di un attacco premeditato o no, la sostanza rimane quella di una guerra che, sebbene non veda l’Italia direttamente impegnata nell’offensiva contro i pasdaran, non può che coinvolgere anche i nostri militari schierati nel Golfo. Fino a ieri, in Iraq, erano impegnate poche centinaia di uomini, perché il contingente, già prima dell’avvio dell’operazione Epic Fury, era stato alleggerito e dislocato in altre basi del Golfo.  

 

Il contesto del Kurdistan iracheno è quello che il Financial Times ha definito “il fronte nascosto della guerra”,  che vede schierate in prima fila le milizie filoiraniane che, alla stregua delle Guardie della Rivoluzione a Teheran o di Hezbollah in Libano, combattono a loro volta per la  sopravvivenza. Il paradosso è che i gruppi armati parastatali in Iraq sono stipendiati dal governo di Baghdad e sono inglobati nelle Forze armate irachene ma rispondono politicamente all’Iran. Fu l’allora comandante delle forze al Quds di Teheran,  Qasem Suleimani, insieme al leader delle Forze di mobilitazione popolare irachene (Pmf), Abu Mahdi al Muhandis, a ideare negli anni questa rete di milizie tenuta insieme dalla ferrea fedeltà al regime iraniano. Al punto che oggi il governo di Mohammed Shi’a al Sudani semplicemente non è in grado di controllarle. Mercoledì sera ci sono stati momenti di grande tensione a Baghdad quando il premier ha inviato le Forze antiterrorismo – quelle addestrate dagli americani in questi anni – per perquisire il quartier generale delle Pmf. I miliziani filoiraniani però hanno respinto le forze regolari irachene e le due formazioni sono arrivate a un passo dallo scontro aperto. Finché ieri, con uno sfacciato voltafaccia, al Sudani ha finito per condannare gli attacchi lanciati dagli americani contro le stesse Pmf. Un cortocircuito che non fa che alimentare il caos fomentato dalle milizie. 

Sono molti i motivi che rendono oggi il Kurdistan iracheno la regione più bersagliata dalle milizie filoiraniane. Il primo è quello di rispondere ai bombardamenti americani che nei giorni precedenti avevano colpito i gruppi armati a Kirkuk, Mosul e Anbar. In secondo luogo, le milizie sciite attaccano i curdi perché questi, storicamente, hanno legami profondi con Israele. Infine c’è il petrolio, di cui il Kurdistan iracheno è ricco e che ha subìto uno stop produttivo drammatico per l’economica di tutto l’Iraq. Di tutto questo, il nostro contingente nel paese è spettatore più che interessato.

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  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.