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il "conflitto" fra Budapest e Kyiv

L'assalto al portavalori ci racconta la furia antiucraina di Orbán

Stefano Bottoni

L’episodio dei 70 milioni sequestrati non è solo un incidente diplomatico, ma il sintomo di uno scontro più profondo in cui l’Ungheria agisce sempre più come avamposto degli interessi del Cremlino dentro l’Unione europea

Budapest. L’escalation del conflitto fra Budapest e Kyiv procede a ritmi preoccupanti. Nelle fasi decisive della campagna elettorale ungherese, assume il carattere di un conflitto ibrido, combattuto nello spazio pubblico ma anche dietro le quinte. Il 5 marzo le forze speciali ungheresi hanno assaltato due furgoni portavalori in transito verso l’Ucraina, arrestando – di fatto prendendo in ostaggio per oltre un giorno – i sette passeggeri, funzionari della banca ucraina Oschadbank. Dopo aver trionfalmente annunciato di aver condotto un’operazione antiriciclaggio, le autorità ungheresi hanno proceduto all’espulsione immediata dei sospetti senza aprire un’indagine formale e, soprattutto, rifiutando di restituire il maltolto, costituito da 70 milioni di euro e nove chilogrammi in lingotti d’oro. Non si trattava di riciclaggio: il trasferimento di denaro contante e metalli preziosi rientra in una operazione di routine che la banca ucraina compie da anni sulla rotta Vienna-Kyiv via Budapest, previa autorizzazione delle autorità ungheresi. Un dettaglio rivelatore: fino a tempi recenti gli stessi ucraini si servivano di una società ungherese, la Criterion Készpénzlogisztikai Kft, il cui proprietario è István Garancsi, oligarca di alto rango del sistema orbániano. Era la prima volta che gli ucraini rinunciavano ai servigi della Criterion e l’assalto hollywoodiano è stato letto come un avvertimento in stile mafioso disposto su vari livelli. Gli analisti hanno parlato di “banditismo di stato” e il ministro dei Trasporti e numero due del sistema orbániano, János Lázár, ha candidamente ammesso che si trattava di una ritorsione politica per la mancata riapertura, da parte ucraina, dell’oleodotto Druzhba, danneggiato a fine gennaio da un drone russo. Lázár ha aggiunto, con un ghigno: “Aspettiamo il prossimo trasporto”.

 

Un decreto legge firmato da Viktor Orbán nella tarda serata del 9 marzo ha poi legalizzato il furto. Secondo il testo non è stato possibile chiarire sul posto la titolarità dei beni sequestrati e il trasporto stesso non è avvenuto secondo la consueta prassi internazionale. Sarebbe nell’interesse della sicurezza nazionale ungherese chiarire la provenienza, la destinazione e lo scopo dei beni ucraini sequestrati. Pertanto, fino alla conclusione delle indagini, non è prevista né la restizione dei beni né alcuna forma di compensazione finanziaria della parte lesa. Per una coincidenza, solo poche ore prima rispetto all’assalto al furgone portavalori del 5 marzo, il ministro degli Esteri, Péter Szíjjártó, era stato convocato a Mosca per colloqui con Sergei Lavrov e Vladimir Putin. Secondo la stampa russa, il presidente russo sarebbe stato chiarissimo: Mosca si impegna a proseguire la fornitura di petrolio solo a partner ritenuti politicamente “affidabili”, come l’Ungheria guidata da Orbán, al quale Putin ha affidato il compito di intensificare la pressione su Kyiv affinché riapra il prezioso rubinetto. 

 

Il conflitto fra Budapest e Kyiv dura ormai da oltre un decennio, quando il governo ungherese ha assunto, durante e dopo il Maidan, una postura apertamente filorussa. Nel maggio del 2025 le autorità ucraine hanno sgominato una rete spionistica organizzata sin dal 2021 dall’intelligence militare ungherese nella regione sud-occidentale della Transcarpazia, dove vive tuttora una comunità di etnia ungherese. In risposta, presunte spie ucraine sono state arrestate con un blitz spettacolare, in pieno centro a Budapest, fra lo sguardo attonito di turisti e passanti. Da allora, Zelensky e lo stato ucraino sono diventati per la propaganda governativa ungherese il bersaglio di una campagna di diffamazione capillare e sempre più violenta. 

 

L’esistenza di un’Ucraina indipendente, antirussa e ben  armata pone una minaccia esistenziale a un regime politico ed economico che è diventato il principale teatro europeo di manovra del Cremlino. Citando fonti occidentali di intelligence, un giornalista investigativo ungherese ha svelato che tre alti ufficiali del Gru, il servizio segreto militare, sono arrivati all’inizio anno a Budapest per coordinare la più vasta e ambiziosa operazione di tecnologia politica e guerra ibrida digitale mai ordita da Mosca in un paese dell’Unione europea. A coordinare l’azione Putin ha chiamato Sergei Kirienko, vicecapo dell’amministrazione presidenziale e nuova eminenza grigia del Cremlino dopo la caduta in disgrazia di Dmitrij Kozak. L’obiettivo è semplice: tenere in sella un alleato imprescindibile e incardinato nel sistema di sicurezza euroatlantico.

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