Viktor Orbán (foto Ap, via LaPresse) 

I veti di Orbán

Stavolta il pretesto di Orbán per sabotare il sostegno all'Ucraina è l'oleodotto Druzhba. I piani B dei leader Ue

David Carretta

In attesa delle elezioni ungheresi, l’Unione europea prende tempo e spera in una soluzione politica. Ma se il premier resterà al potere, il rischio è che il veto diventi uno strumento permanente di pressione su tutta la politica europea verso l’Ucraina

Bruxelles. Grazie a Viktor Orbán, domenica 15 marzo, oltre 2.700 individui ed entità sanzionati per il loro coinvolgimento nella guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina potrebbero uscire dalla lista nera dell’Unione europea. Gli individui potranno tornare a circolare liberamente all’interno dell’Ue. I loro beni, stimati a oltre 25 miliardi di euro, potrebbero essere scongelati. Nell’ultimo atto di sabotaggio contro il sostegno dell’Ue all’Ucraina, il primo ministro ungherese sta usando il suo diritto di veto per bloccare il rinnovo delle sanzioni individuali contro la Russia adottate dai tempi dell’annessione della Crimea nel 2014. Le sanzioni vanno rinnovate ogni sei mesi. Mancano appena quattro giorni alla scadenza. Una riunione degli ambasciatori dei ventisette stati membri non ha permesso di trovare una soluzione. Sono allo studio diversi “piani B”. Un altro tentativo di convincere Orbán a rinunciare al veto sarà effettuato domani. “Ci siamo già trovati di fronte a situazioni analoghe con l’Ungheria. Ogni volta abbiamo trovato una soluzione”, rassicura un diplomatico. Ma, con Orbán in piena campagna elettorale, il rischio di un incidente è più alto che mai. Il premier ungherese sta anche bloccando il prestito da 90 miliardi di euro per Kyiv che era stato concordato in dicembre e l’adozione del ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia che doveva essere approvato entro il 24 febbraio per il quarto anniversario della guerra. Il pretesto usato da Orbán per paralizzare l’Ue sull’Ucraina è il conflitto che l’oppone a Volodymyr Zelensky sull’oleodotto Druzhba. Bombardato dai russi a gennaio, secondo gli ucraini, l’oleodotto non è in grado di funzionare.

  

La loro priorità non è riparare un tubo che finanzia la guerra del Cremlino. Orbán contesta la versione di Zelensky, che accusa di voler imporre un “blocco petrolifero” all’Ungheria per favorire l’opposizione di Péter Magyar. Il premier ungherese pretende che le forniture riprendano, o almeno che Druzhba possa essere ispezionato. Altrimenti – ha fatto sapere Orbán in una lettera al presidente del Consiglio europeo, António Costa – non permetterà l’adozione di decisioni a favore dell’Ucraina da parte dell’Ue. Il ministro ungherese dell’Energia, Gábor Czepek, ha annunciato l’invio di una delegazione in Ucraina per verificare lo stato di Druzhba. “Questo petrolio è di proprietà dell’Ungheria”, ha detto Czepek. Kyiv ha reagito qualificando la delegazione ungherese come semplici turisti.

 

Anche lo slovacco Robert Fico ha messo il veto al ventesimo pacchetto di sanzioni. Ma, dopo un colloquio con Ursula von der Leyen, Fico sta cercando una via d’uscita che gli salvi la faccia, come il finanziamento da parte della Commissione della riparazione di Druzhba. Con Orbán, invece, tutti i tentativi accomodanti sono falliti. Von der Leyen si è spinta fino a criticare Zelensky per l’escalation retorica con il premier ungherese. Il vertice europeo del 19 e 20 marzo sarà dunque di nuovo obbligato a occuparsi di Orbán. Ma diversi leader vogliono evitare uno scontro per non fornirgli pretesti in campagna elettorale. Sul prestito, a febbraio, la presidente della Commissione aveva assicurato che “in un modo o nell’altro” i 90 miliardi sarebbero stati inviati a Kyiv per permetterle di continuare a difendersi. Ora, invece, l’Ue spera di riuscire a guadagnare un po’ di tempo. Grazie agli aiuti del nuovo programma del Fondo monetario internazionale, il rischio bancarotta per l’Ucraina potrebbe spostarsi da aprile a maggio. Alcuni stati membri stanno pensando di fornire prestiti bilaterali per fare da ponte fino a quando non sarà superato il veto di Orbán. Anche il ventesimo pacchetto di sanzioni può attendere. La scommessa è che il 12 aprile perderà le elezioni. In caso contrario, il sabotaggio continuerà.

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