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vuoti di potere
Lo spaesamento del regime iraniano in attesa di Khamenei jr
Nel vuoto di regime causato dal silenzio della nuova Guida Suprema iraniana, i maddah motivano i pasdaran e la brutale brigata afghana Fatemiyoun si prende la scena
Nel vuoto di potere provocato dalla morte di Ali Khamenei, con le linee di comando turbate da un lato dalle decapitazioni e dall’altro dalle conseguenze, spesso imprevedibili, della strategia di difesa “a mosaico”, mentre Mojtaba, l’erede designato, non si fa vedere né sentire e compare nelle piazze che lo acclamano solo in forma di cartonato ( il “Nepo-tollah” è morto, poi in coma, poi vivo ma ferito, ferito gravemente, anzi lievemente, si va avanti così da 48 ore e il mistero continua), tre elementi danno il senso dello spaesamento del regime e delle forze a cui si sta aggrappando nel tentativo di rinserrare le file. I “maddah”. I cantori del regime, che si tratti di festeggiare una ricorrenza o piangere un martire, si prendono la scena con la stessa sicurezza dei predicatori evangelici che abbondano in certe tv americane, solo in salsa sciita. Nascondono l’ambizione dietro a uno sfoggio di finta modestia, si commuovono davanti ai neonati, mitizzano il dolore ancestrale delle sconfitte, richiamano all’orgoglio e incitano alla vendetta e, a seconda dell’età e dell’umore del loro uditorio, virano verso elegie tradizionali o inseriscono nuovi beat più contemporanei. Un buon maddah sa annusare l’aria, ma è molto più di un semplice performer. Con le moschee vuote e l’influenza dei seminari vampirizzata dal centralismo (anzitutto economico) della Guida suprema, il maddah svolge il ruolo di un motivatore capace di tradurre l’ideologia in sentimento e il sentimento in spirito di mobilitazione, il tutto dosando populismo, nazionalismo e millenarismo sciita in una narrazione in grado di rinvigorire i vertici e avvincere la base più giovane e radicale. Mentre in questi anni il regime, si avvitava in una crisi di legittimità dopo l’altra, il maddah ha esercitato una funzione essenziale alla coesione tra le forze paramilitari e l’ufficio della Guida suprema, una funzione che, stando agli analisti, sta crescendo davanti alla minaccia esistenziale rappresentata da questa guerra. Si registrano casi in cui, in assenza di comandanti, i maddah si propongono di ricoprire ruoli dirigenziali nelle milizie.
La brigata Fatemiyoun. E’ la divisione afghana della Repubblica islamica, un gruppo principalmente di etnia hazara reclutato e addestrato dai pasdaran per combattere Bashar el Assad in Siria. A lungo considerati militanti di serie B, tanto che fino a pochi anni fa le bare dei loro caduti non venivano avvolte nella bandiera della Repubblica islamica, i membri della divisione Fatemiyoun (che conta probabilmente intorno ai diecimila uomini) hanno conquistato una nuova centralità assieme al rispetto dei pasdaran. La brigata ha giurato fedeltà a Mojtaba in un messaggio in cui si annovera come “la spada nelle mani del nuovo leader della Rivoluzione”. Espressione di un gruppo che si è in qualche misura emancipato, ma che rappresenta di una comunità vessata, i manifestanti ne temono la brutalità. Gli “aghazadeh”. Sono i figli dei signori, nella fattispecie i figli dei potenti del regime, ma per estensione anche i fratelli, i suoceri, i cognati. Perché la Repubblica islamica che doveva archiviare il tempo dell’aristocrazia e del privilegio non ha saputo esprimere una classe in grado di emergere grazie al merito. E così la nuova guida è il figlio di Khamenei, la persona che dispensa notizie sulla sua salute è il figlio di Pezeshkian e una delle possibili alternative alla sua leadership è Sadegh Larijani, fratello di Ali, il potentissimo segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale.