La giornata

Gli Stati Uniti attaccano navi posamine dell'Iran nello stretto di Hormuz

Maria Carla Sicilia, Enrico Cicchetti

La minaccia di minare il passaggio marittimo che collega il Golfo con l'oceano indiano allarma gli americani, che diffondono un video dell'attacco alla marina iraniana. Droni e missili colpiscono ancora il Golfo. Un drone colpisce struttura diplomatica Usa a Baghdad

♦I FATTI PRINCIPALI - Giorno 12

  • Stretto di Hormuz: traffico commerciale quasi azzerato. Gli Stati Uniti dichiarano di aver distrutto 16 imbarcazioni iraniane impiegate per la posa di mine. Una portacontainer segnala di essere stata colpita da un proiettile non identificato al largo degli Emirati.
  • Attacchi su tutto il Golfo: nella notte droni e missili hanno preso di mira Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Kuwait e Qatar. Dubai: due droni caduti vicino all'aeroporto internazionale, alcuni feriti tra i lavoratori stranieri presenti nell'area.
  • Sede diplomatica americana colpita a Baghdad: nessuna vittima. L'attacco è attribuito alle milizie filoiraniane della Resistenza islamica in Iraq.
  • A tre giorni dalla sua proclamazione a guida suprema, Mojtaba Khamenei non è ancora apparso pubblicamente. Secondo il New York Times, sarebbe rimasto ferito durante gli attacchi americani e israeliani, ma vigile e in luogo sicuro.
  • Il costo della guerra per l'Europa: la presidente della Commissione Ue von der Leyen stima in 3 miliardi di euro il costo aggiuntivo sostenuto dai contribuenti europei in soli dieci giorni, tra il rincaro del gas e del petrolio.

    

I dem chiedono conto a Hegseth sulla scuola bombardata a Minab

La maggioranza dei senatori democratici ha inviato una lettera al segretario alla difesa Pete Hegseth chiedendo un'indagine rapida sull'attacco del 28 febbraio, primo giorno di guerra, contro una base navale ma che ha colpito una scuola elementare a Minab, nel sud dell'Iran. In quello strike almeno 175 persone sono morte, la maggior parte bambini. Trump ha attribuito la responsabilità all'Iran, ma frammenti del missile recuperati sul posto sembrano appartenere a un Tomahawk di fabbricazione americana, secondo un'analisi del New York Times. Il Pentagono ha aperto un'indagine, senza fornire tuttavia tempi certi. I senatori democratici (tutti tranne John Fetterman della Pennsylvania) chiedono una risposta entro la settimana prossima e denunciano che l'Amministrazione "ha abbandonato il proprio dovere di proteggere i civili". L'unico repubblicano a condannare l'accaduto è stato il senatore John Kennedy della Louisiana: "Penso che abbiamo sbagliato", ha detto. "È stato un errore terribile". L'Onu l'ha definita una violazione del diritto internazionale umanitario.

   

Come può finire la guerra: cinque scenari

I segnali contraddittori di Trump e del Pentagono lasciano alleati, mercati e legislatori nell'incertezza su come e quando il conflitto potrebbe concludersi. Axios ha ricostruito cinque scenari possibili.

Il primo è un cessate il fuoco negoziato abbinato a un accordo sul nucleare: prima dell'inizio della guerra si erano tenuti tre round di colloqui indiretti a Ginevra, e Trump ha detto che nuovi negoziati sono "possibili", pur esprimendo delusione per la nomina di Mojtaba Khamenei.

Il secondo è il cosiddetto "modello Venezuela": Trump ha indicato come possibile template la cattura di Maduro e la successiva gestione del paese da parte del suo vice. Gli esperti, però, avvertono che il paragone regge poco: la Repubblica islamica ha sopravvissuto a 47 anni di sanzioni, guerre e rivolte interne, con istituzioni militari, religiose e politiche progettate per resistere alla caduta di qualsiasi singolo leader.

Il terzo scenario è una rivolta popolare e il collasso del regime. Il potenziale esiste – Khamenei è morto, l'economia è a pezzi – ma l'opposizione iraniana non ha una guida unificata né forze organizzate sul territorio. Il rischio, avvertono gli analisti, è che l'Iran scivoli in una guerra civile simile a quella siriana.

Il quarto prevede un'operazione delle forze speciali per neutralizzare fisicamente le scorte di uranio altamente arricchito: Washington e Gerusalemme ne avrebbero discusso, ma richiederebbe truppe a terra in un paese che ancora lancia missili balistici.

Il quinto, infine, è il più politico: Trump dichiara vittoria e si ritira, a prescindere da come si è risolta la situazione a Teheran. I mercati scommettono su questa uscita rapida, soprattutto mentre il costo economico interno inizia a pesare. Ma Israele, che ha giurato di eliminare permanentemente la minaccia nucleare iraniana, potrebbe non essere d'accordo.

    

Von der Leyen: "Dieci giorni di guerra sono costati all'Ue tre miliardi di euro"

Il costo energetico del conflitto si fa sentire anche in Europa. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha dichiarato davanti alla plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo che dall'inizio della guerra i prezzi del gas sono aumentati del 50 per cento e quelli del petrolio del 27 per cento. "Tradotto in euro: dieci giorni di guerra sono già costati ai contribuenti europei tre miliardi di euro in più per le importazioni di combustibili fossili", ha detto. "Questo è il prezzo della nostra dipendenza."

   

I danni al patrimonio culturale iraniano

I bombardamenti su Isfahan e Teheran hanno danneggiato alcuni dei siti storici più celebri dell'Iran. A Isfahan le onde d'urto hanno investito la piazza di Naqsh-e Jahan (costruita nel 1598 durante l'impero safavide) danneggiando il palazzo di Ali Qapu, il palazzo e giardino di Chehel Sotoun e la moschea Jameh, con le sue cupole turchesi e i minareti ricoperti di calligrafia persiana. A Teheran, il palazzo di Golestan – che risale al XIV secolo e divenne poi sede della dinastia Qajar – ha subito gravi danni durante un attacco a una stazione di polizia nelle vicinanze: la celebre sala degli specchi è andata in frantumi.

 

 

Nel Lorestan, un castello dell'era sasanide è stato seriamente danneggiato. Quattro dei siti colpiti figurano nella lista del patrimonio mondiale dell'Unesco. La a portavoce dell'agenzia dell'Onu Monia Adjiwanou si è detta "profondamente preoccupata per le notizie di distruzione che stanno colpendo i siti del patrimonio culturale". In una dichiarazione della scorsa settimana, l'Unesco ha affermato che "i beni culturali sono protetti dal diritto internazionale" e ha aggiunto di aver contattato tutte le parti coinvolte nel conflitto e di aver condiviso le coordinate geografiche dei siti patrimonio mondiale, nonché dei simboli nazionali, nella speranza che possano essere risparmiati.

Il ministero della Cultura iraniano ha dichiarato di aver installato bandiere blu, in linea con il protocollo internazionale in tempo di guerra, su tutti i suoi siti culturali e patrimoniali per segnalare ai jet israeliani e americani che erano protetti.

L'esercito israeliano ha dichiarato di non aver preso di mira i siti culturali direttamente: si tratterebbe di danni collaterali. La società della Mezzaluna Rossa iraniana ha riferito che dall'inizio del conflitto quasi 10.000 strutture civili sono state distrutte o danneggiate.

  

140 militari americani feriti, otto gravi. Sette i morti

Il Pentagono ha comunicato martedì che circa 140 militari americani sono rimasti feriti dall'inizio del conflitto, sabato 28 febbraio. Otto versano in gravi condizioni, mentre 108 sono già rientrati in servizio. I morti sono sette: sei uccisi in un attacco con droni in Kuwait, uno – il sergente Benjamin Pennington dell'esercito – deceduto giorni dopo essere stato ferito in Arabia Saudita. I dati erano stati anticipati da Reuters, il che averva suscitato irritazione al Congresso per la scarsa trasparenza del Dipartimento della difesa.

Il generale Dan Caine, capo degli stati maggiori congiunti, ha dichiarato che gli attacchi iraniani con missili balistici sono calati del 90 per cento rispetto all'inizio del conflitto, e quelli con droni dell'83 per cento. Analisti della difesa invitano però alla cautela: la riduzione potrebbe riflettere una scelta strategica di Teheran più che una perdita effettiva di capacità. "Difficile dirlo con certezza", ha scritto su X Kelly Grieco, esperta di politica della difesa allo Stimson Center.

  

Un drone colpisce struttura diplomatica Usa a Baghdad

Ier sera, martedì 10 marzo, un drone ha colpito il Baghdad Diplomatic Support Center, un grande hub logistico per i diplomatici americani situato vicino all'aeroporto della capitale irachena. Sei droni sono stati lanciati verso il compound: cinque sono stati abbattuti, uno ha raggiunto l'obiettivo, colpendo in prossimità di una torretta di guardia. Non si registrano vittime. Secondo un funzionario della sicurezza citato dal Washington Post, l'attacco è con ogni probabilità opera delle milizie della Resistenza islamica in Iraq, coalizione di gruppi armati filoiraniani. Dall'inizio del conflitto il Pentagono ha riconosciuto circa 140 militari americani feriti e sette morti. Diverse sedi diplomatiche statunitensi sono state colpite nella regione nelle ultime settimane: un edificio dell'ambasciata a Kuwait City, il consolato a Dubai e la sede di Riad, dove una valutazione interna del Dipartimento di stato ha stabilito che parti della struttura sono "irrecuperabili". La stazione della Cia, al piano superiore dell'ambasciata saudita, era già stata colpita la settimana scorsa: un obiettivo simbolicamente rilevante per Teheran, che considera l'agenzia americana la sua principale antagonista storica.

  

Nuovi attacchi con droni e missili sui paesi del Golfo

Nelle prime ore di mercoledì diversi stati del Golfo hanno segnalato nuovi attacchi aerei. Il ministero della Difesa degli Emirati Arabi Uniti ha dichiarato che le difese aeree del paese hanno intercettando missili e droni provenienti dall’Iran. Le autorità hanno inoltre riferito che due droni sono caduti nei pressi dell’aeroporto internazionale di Dubai: l’episodio ha causato ferite lievi a due cittadini ghanesi e a un cittadino bengalese, mentre un cittadino indiano avrebbe riportato ferite di media entità. L’ufficio stampa di Dubai ha dichiarato che il traffico aereo nello scalo, uno dei più trafficati al mondo, continua a funzionare regolarmente.

Anche l’Arabia Saudita ha riferito di aver abbattuto numerosi velivoli senza pilota e missili balistici: secondo il ministero della Difesa saudita, le difese hanno intercettato più di venti droni e sette missili. La Guardia Nazionale del Kuwait ha invece affermato di aver abbattuto otto droni. Sia Riad sia Kuwait City non hanno indicato con certezza l’origine dei velivoli.

Un ulteriore episodio è stato segnalato dal Qatar: il ministero della Difesa di Doha ha riferito di un “attacco missilistico” contro il paese nelle prime ore della giornata. Il missile sarebbe stato intercettato prima di raggiungere il bersaglio, secondo la versione fornita dalle autorità qatariote.


   

La situazione nello stretto di Hormuz

Dopo dodici giorni di conflitto, il traffico commerciale resta congelato. La minaccia di attacchi contro navi mercantili ha già rallentato in modo significativo la navigazione lungo la rotta che collega il Golfo con l’oceano Indiano, con effetti sui mercati globali e in particolare sul fronte energetico.

 

Gli Stati Uniti dicono di aver distrutto 16 navi posamine iraniane

Martedì sera il comando centrale degli Stati Uniti ha dichiarato sui social media che le forze americane hanno attaccato e distrutto 16 imbarcazioni iraniane utilizzate per la posa di mine vicino allo stretto di Hormuz. In un video diffuso insieme al comunicato si vedono munizioni colpire nove delle imbarcazioni, molte delle quali sembravano ormeggiate al momento dell’attacco. Le autorità militari americane sostengono che l’operazione fosse volta a impedire all’Iran di minare la rotta marittima.

 

 

Il presidente americano Donald Trump aveva avvertito che l'eventuale disopiegamento di mine nello Stretto avrebbe comportato conseguenze militari per Teheran. Non è chiaro però se le mine siano state effettivamente già posate dall'inizio del conflitto. Alcuni funzionari americani citati dal New York Times hanno affermato che c'erano sono segnali di preparativi iraniani in questo senso e perciò si è deciso di intervenire preventivamente. 

Le minacce dei Pasdaran d'altra parte sono state frequenti. L'obiettivo è impedire il passaggio delle flotte americane e degli alleati nello stretto: qualsiasi tentativo di mantenere aperta la rotta petrolifera verrebbe contrastato militarmente, è la minaccia iraniana. Proprio mercoledì, secondo quanto riferito dall’agenzia britannica United Kingdom Maritime Trade Operations, l’equipaggio di una nave portacontainer ha segnalato di essere stato colpito da un proiettile non identificato al largo delle coste degli Emirati Arabi Uniti, vicino allo stretto. Il responsabile della sicurezza della nave ha dichiarato che l’equipaggio è rimasto illeso. 


   

Il nuovo leader iraniano resta nell’ombra

Sul fronte politico interno iraniano, tre giorni dopo la proclamazione di Mojtaba Khamenei come nuovo leader supremo, il nuovo capo della Repubblica islamica non è ancora apparso in pubblico né ha diffuso messaggi scritti o video. La scelta sarebbe legata a ragioni di sicurezza: qualsiasi comunicazione pubblica potrebbe infatti rivelare la sua posizione e renderlo un potenziale bersaglio. Ma un altro fattore è che il figlio di Ali Khamenei, 56 anni, sarebbe rimasto ferito il giorno dell'attacco da parte di Israele e Stati Uniti. Lo riporta il New York Times citando tre funzionari iraniani, secondo cui negli ultimi due giorni alcune figure di spicco del governo hanno riferito loro che Khamenei aveva riportato ferite, anche alle gambe, ma che era vigile e si era rifugiato in un luogo altamente sicuro con comunicazioni limitate.

 

Di più su questi argomenti: