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guai americani

Lavoro, redditi, industria. I campanelli di allarme per Trump

Stefano Cingolani

Per tutto il 2025 il mercato del lavoro americano ha dato segni di rallentamento e malessere, mentre il boom dell’AI nasconde troppi debiti e pochi profitti. Uno scenario che dovrebbe costringere l’Amministrazione a un cambio di passo

L’economia americana ha perso 92 mila posti di lavoro a febbraio e una caduta così era inattesa, anche se per tutto il 2025 il mercato del lavoro ha dato segni di rallentamento e di malessere, con andamenti negativi in quattro mesi, tre dei quali nell’ultimo semestre. In media, è stato il più fiacco dalla recessione del 2003. Quali sono le cause e quali le conseguenze, in un ambiente fortemente marcato dalle guerre, dall’impennata dei prezzi di petrolio e gas (il greggio è arrivato a 90 dollari il barile), dall’incertezza generale, senza dimenticare che il boom dell’AI sta mostrando il suo lato negativo: troppi debiti, pochi profitti. E’ vero che gli Stati Uniti hanno una economia meno aperta di quella europea, tuttavia non possono ignorare l’impatto della netta frenata cinese. Il Partito comunista per la prima volta fornisce previsioni di crescita in ribasso. Si tratta di quelle ufficiali, perché i maggiori istituti di ricerca hanno già da tempo segnalato un prodotto lordo anemico, con un aumento annuo attorno al 2 per cento.

Se l’occupazione si riduce calano anche i redditi interni. Il timore è un loro arresto, soprattutto una volta che il potere d’acquisto viene aggiustato dagli effetti dell’inflazione passata e da quella futura e se continua l’impennata dei prezzi energetici. Il taglio alle tasse deciso da Trump non è sufficiente a compensare la debolezza dell’occupazione. Ciò mette la Federal Reserve di fronte al più classico dei dilemmi: ridurre i tassi per stimolare la crescita e rendere meno caro l’onere dei mutui e dei prestiti, oppure tenere alta la guardia per far scudo alla nuova fiammata dei prezzi? Trump ha scelto Kevin Warsh, che si è sempre opposto al prudente Jay Powell chiedendo un netto taglio degli interessi ufficiali; tocca a lui trovare la soluzione.

                                         

C’è poi l’impatto delle “bellissime tariffe”. Finora è stato assorbito dalle imprese, quindi si è scaricato poco sulla media dei prezzi finali pagati dai consumatori, ma ciò significa che le società si sono sobbarcate l’onere per non perdere clientela e hanno ridotto i loro redditi. Fino a che punto potrà arrivare questa tattica? E su quali settori economici peserà di più? La risposta immediata è sui settori tradizionali, su quella che viene chiamata la old economy. Il mercato dell’auto è in crescita nonostante tutto, ma con un ritmo del 2,3 per cento, in linea con l’aumento del pil e ben al di sotto del picco del 2016. Se diamo un’occhiata al trend di lungo periodo vediamo che le vendite l’anno scorso sono state inferiori del 6 per cento rispetto al 2000 e spingendoci fino al 1986 ci troviamo di fronte a una vera e propria stagnazione. Nel breve periodo incidono molto anche i tassi d’interesse oltre il 5 per cento e fino al 7 per cento per l’usato. Parliamo dell’auto perché resta il settore principale per avere il polso della manifattura a stelle e strisce. Ma anche il serbatoio dei servizi, soprattutto sanità e assistenza, si sta essiccando, mentre le costruzioni a febbraio hanno perso 11.000 posti di lavoro.

Wall Street è scesa di nuovo con tutti gli indici in rosso. La New Economy (alta tecnologia e nuova finanza) ha tirato la volata alla Borsa che ha continuato a mettere a segno veri record, tuttavia la ricaduta sulla economia interna è finora deludente. Intanto si ripetono gli allarmi sull’impatto dell’intelligenza artificiale. Dario Amodei e lo stesso Sam Altman si sono detti preoccupati, soprattutto nel breve periodo. Ma quanto breve? Il fondatore di Anthropic, nel suo ultimo saggio intitolato “L’adolescenza della tecnologia”, ha scritto che la ricaduta positiva non sarà così vicina, gli effetti sul ritorno economico e sulla produttività non ci sono ancora e non si vedranno per molto tempo. Quelli sull’occupazione saranno dirompenti. Insomma, non verrà da Big Tech l’aumento secco dei posti di lavoro. Questo scenario porta con sé evidenti conseguenze politiche e dovrebbe costringere l’Amministrazione Trump a un cambio di passo concentrandosi sulla politica economica interna. Ma sui dazi non c’è nessun vero passo indietro del presidente, anche se la sentenza della Corte suprema ne ha limitato la portata. La moltiplicazione di interventi militari massicci porta con sé più spesa pubblica in deficit, il disavanzo federale è arrivato all’8 per cento del pil e il debito pubblico è già al 120 per cento. Trump non è davvero tipo da austerity, tanto meno in vista delle elezioni di mid-term a novembre. Forse vincerà la guerra in Iran prima del previsto, tuttavia negli Stati Uniti gli affari internazionali non hanno mai portato più voti.