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L'analisi
La guerra di Trump dimentica un dettaglio: it's the economy, stupid
Per il presidente americano le elezioni di midterm di novembre hanno una valenza quasi esistenziale. Ma come sa bene George Bush padre, fare conflitti non basta per vincere alle urne
È passata una settimana dall’inizio del conflitto con l’Iran e ci si continua a interrogare sui motivi di fondo che hanno spinto l’Amministrazione americana a lanciare l’operazione. Anche perché la Casa Bianca ha cambiato varie volte versione. Inizialmente si era parlato di favorire un “regime change”, che gli iraniani avrebbero dovuto mettere in atto una volta finiti i bombardamenti. Erano stati anche indicati alcuni candidati per la successione al potere, ma l’ipotesi è stata successivamente smentita.
Un altro motivo è quello di impedire all’Iran di sviluppare l’arma atomica. Ma questa tesi appare in parziale contrasto con le affermazioni dello stesso presidente dopo i bombardamenti del giugno dello scorso anno, secondo cui i raid avevano “completamente e totalmente obliterato” le strutture iraniane per l’arricchimento del nucleare.
E’ stato poi menzionato l’obiettivo di proteggere gli Stati Uniti e i loro alleati da attacchi imminenti da parte dell’Iran, in particolare con missili intercontinentali. Non è stata tuttavia presentata ancora l’evidenza sulla concretezza di quella minaccia né che Teheran disponesse di tali armamenti.
Anche negli Stati Uniti si è intensificato nei giorni scorsi il dibattito sulle vere intenzioni del presidente. Secondo il Wall Street Journal, “esperti e legislatori americani che hanno accesso a informazioni classificate e che hanno l’esperienza per analizzare dati pubblici e rapporti governativi, affermano che le dichiarazioni dell’Amministrazione sono incomplete, non supportate da prove o semplicemente del tutto errate”.
Il conflitto nel medio oriente prosegue l’intensificazione delle tensioni geopolitiche avviate dagli Stati Uniti negli ultimi mesi. Dall’attacco al Venezuela alle rivendicazioni sulla Groenlandia, e successivamente l’embargo nei confronti di Cuba. In parallelo con la costituzione del Board of Peace. La storia degli Stati Uniti è costellata da conflitti e guerre scatenate per motivi non sempre ben identificati né compresi, nemmeno col senno di poi. Ciò ha attirato l’attenzione di numerosi studiosi di politica internazionale e anche di economisti.
Alcuni hanno cercato di esaminare in che misura i presidenti americani siano stati propensi a usare i loro poteri discrezionali in base a incentivi personali, in particolare per favorire la propria rielezione. La letteratura economica si è concentrata in particolare sull’incentivo di chi governa a ridurre i tassi d’interesse poco prima delle elezioni per stimolare temporaneamente l’economia, con il fine di creare un contesto favorevole in vista delle elezioni. E’ stata valutata anche l’ipotesi che i conflitti militari possano essere iniziati con l’obiettivo di radunare l’opinione pubblica intorno al presidente, che svolge il ruolo di “Commander in Chief”, e che più difficilmente può essere oggetto di critiche da parte dell’opposizione, favorendone così la rielezione.
In un articolo pubblicato nel 1995 sull’American Economic Review, la rivista di economia più nota negli Stati Uniti, Gregory Hess e Athanasios Orphanides studiarono 90 anni di storia americana. L’analisi econometrica mostra che la probabilità che gli Stati Uniti avviino un conflitto supera il 60 per cento nell’anno che precede la rielezione di un presidente, soprattutto se l’economia è in difficoltà.
L’analisi di Hess e Orphanides arriva fino alla fine degli anni Ottanta. Il periodo successivo non è comunque privo di esempi che tendono a confermare l’ipotesi. Dal bombardamento del Kuwait nel 1991, l’anno prima della scadenza del primo mandato di Bush senior, all’invasione dell’Iraq nel 2003, l’anno precedente alla fine del primo mandato di Bush figlio, o il bombardamento della Libia nel 2011, un anno prima della fine del primo mandato di Obama.
Il presidente Trump non è sotto elezione e non può fare un altro mandato. Tuttavia, non c’è dubbio che le elezioni di mid-term, nel novembre di quest’anno, hanno una valenza quasi esistenziale. Come ha peraltro confermato lo stesso presidente qualche settimana fa di fronte ai parlamentari repubblicani, quando ha affermato che “alle elezioni del prossimo novembre dovete vincere, altrimenti i democratici cercheranno l’impeachment”.
Attualmente, i sondaggi scontano che dopo le elezioni del mid-term la Camera dei rappresentanti passerà a maggioranza democratica, con una probabilità dell’80 per cento. Al Senato, invece, il partito del presidente è ancora previsto in vantaggio, ma la probabilità è scesa dal 70 per cento del dicembre scorso al 56 per cento di qualche giorno fa.
Come sa bene George Bush padre, fare la guerra non basta per vincere le elezioni. Lui le perse con Bill Clinton, il cui capo della campagna elettorale, James Carville coniò il famoso motto “it’s the economy, stupid”. Bene non dimenticarselo. Anche perché le guerre spesso producono notevoli danni all’economia.