(foto EPA)
Il messaggio di Pezeshkian al Golfo non era di scuse
Il presidente iraniano ha detto che la Repubblica islamica è "pronta a non colpire più i vicini a meno che un attacco non provenga" dal loro territorio. Teheran rimane convinto che gli attacchi contro i paesi della regione siano il modo migliore per fare pressione su Trump. La strategia pensata dopo giugno
La Repubblica islamica manda avanti il suo presidente, Masoud Pezeshkian, il volto a cui il regime ha messo addosso l’etichetta di “moderato” e quindi incaricato di parlare di difesa, ma anche di cessate il fuoco, come ha fatto venerdì sera, quando su X ha scritto che diversi paesi avevano preso l’iniziativa di parlare con Teheran per fermare gli attacchi. Pezeshkian è stato anche incaricato di dire durante un discorso in televisione sabato mattina che la Repubblica islamica era pronta a non colpire più i paesi vicini “a meno che un attacco contro l’Iran non provenga da uno di essi”, quindi dalle basi americane ospitate. Durante il discorso si sarebbe scusato, dicendo che Teheran non aveva intenzione di colpire gli stati del Golfo e che le unità militari iraniane avevano agito di propria iniziativa facendo “ciò che ritenevano necessario” dopo l’uccisione dei comandanti. Nelle stesse ore in cui Pezeshkian pronunciava il suo discorso, in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti suonavano le sirene per allarmi di droni e missili. Quelle del presidente iraniano non volevano essere scuse ai paesi confinanti, ma avvertimenti. Teheran vuole che i paesi del Golfo facciano pressione sugli Stati Uniti affinché interrompano gli attacchi. Il presidente americano, Donald Trump, ha parlato di “resa incondizionata”, ma la Repubblica islamica è certa di poter uscire dal conflitto integra, anche se indebolita.
Il Wall Street Journal ha spiegato in un lungo articolo come dopo la Guerra dei dodici giorni del giugno dello scorso anno, la Repubblica islamica sia entrata in una modalità di sopravvivenza. Dopo che Israele era riuscito a bucare tutte le difese di Teheran, uccidere alti ufficiali e soprattutto gli esperti che lavoravano al programma nucleare, colpire siti per l’arricchimento dell’uranio e infine ottenere il bombardamento americano del più importante impianto per il progetto nucleare, Fordo, nascosto nel ventre delle montagne dell’Iran, impossibile da raggiungere se non con i bombardieri B2 che soltanto gli Stati Uniti hanno, la Guida suprema Ali Khamenei con i suoi comandanti aveva deciso che fosse arrivato il momento di cambiare strategia. Il piano su cui hanno lavorato da giugno serviva a garantire la sopravvivenza del regime, rendendolo in grado di funzionare e rispondere militarmente anche senza i suoi capi. La strategia “ad alto rischio” coinvolge anche i paesi del Golfo, con l’obiettivo di ostacolare l’economia mondiale per smorzare la volontà di Trump di prolungare il conflitto.
A ottobre dello scorso anno, i funzionari iraniani avevano già iniziato a comunicare i loro piani di risposta ai vicini, avvertendoli attraverso canali diplomatici che si sarebbero trovati in prima linea in caso di guerra. Prima dell’ultimo incontro a Ginevra per parlare di un accordo sul nucleare con gli Stati Uniti, Ali Larijani, il capo del Consiglio per la sicurezza nazionale che oggi è la figura centrale del regime, aveva mandato una lettera agli americani tramite l’Oman dicendo che Teheran avrebbe reagito in modo aggressivo a qualsiasi attacco. Ali Khamenei aveva detto: “La guerra sarà regionale”. Oggi Teheran combatte lungo un fronte di 3.200 chilometri coinvolgendo molti paesi e interessi economici. Il regime non ha colpito soltanto le basi americane nella regione o Israele – che risulta anche più difficile da raggiungere con i missili di cui dispone ora il regime – ma ha puntato contro hotel di lusso, impianti energetici, porti, ambasciate americane e anche data center di Amazon nel Golfo. Gli Emirati Arabi Uniti sono stati i più colpiti con 1.200 missili e droni, secondo i dati del Wsj risalenti a giovedì.
Il regime ha scommesso sul fatto che questi paesi non potranno permettersi a lungo la guerra sia per questioni economiche sia per il patto di sicurezza con la loro popolazione; quindi, faranno pressione contro gli Stati Uniti. Questi paesi però, potrebbero anche decidere di entrare nel conflitto. Gli Emirati hanno già minacciato di congelare i beni dell’Iran nel loro territorio.
Pezeshkian non ha porto le sue scuse ai paesi del Golfo né promesso che gli attacchi si fermeranno, ha proseguito la strategia di sopravvivenza del regime, che resta convinto di avere la sua massima assicurazione nella stanchezza degli stati confinanti.