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Vuoti nel regime

Diserzioni, appelli e minacce contro i traditori. Lo scontro oltre l'ideologia compatta

Tatiana Boutourline

Nella Repubblica islamica nessun pezzo grosso si sente al sicuro e la domanda che tutti si fanno a Teheran è quanto a lungo potrà continuare a sopportare il regime

Non ci sarà alcun deal. “Arrendetevi o morirete”, ha detto ieri Donald Trump, dopo che il presidente iraniano Massoud Pezeshkian ha parlato di nuove iniziative di mediazione diplomatica. Nella notte tra giovedì e venerdì una nuova ondata di missili ha colpito il compound di Ali Khamenei distruggendo il famigerato bunker, in cui secondo l’Idf hanno continuato a riunirsi i vertici della polizia che lo ritenevano “impenetrabile. La mattina è stata la volta della residenza di Mojtaba, che non è ancora riapparso in pubblico e di cui non si hanno notizie certe. Un altro strike ha distrutto lo stadio Azadi, dove in un’altra èra geologica si esibì Frank Sinatra e che da qualche giorno era diventato un centro di smistamento dei pasdaran orfani delle loro basi. Ieri è stato pure il giorno di altre probabili decapitazioni illustri: sarebbe morto nel bunker Ashgar Mir Hejazi, consigliere per la sicurezza di Khamenei, era anche detto “il messaggero”, perché per anni si è occupato di veicolare le posizioni della Guida suprema.

 

Portava i suoi messaggi al Parlamento, al presidente e al capo della giustizia. Potrebbe essere morto anche Hussein Taeb, uno degli uomini più vicini a Mojtaba, protagonista indiscusso del controspionaggio: la strada che conduce alla sua abitazione è stata interrotta nella mattina dopo un lancio di esplosivo. Ma nessuno sa per certo chi sia vivo e chi sia morto e nessun pezzo grosso della Repubblica islamica si sente al sicuro. Cresce l’incertezza e cresce la paranoia. Ieri si è diffusa la notizia che Esmail Qaani, il pasdaran dalle 7 vite, sopravvissuto alla guerra dei 12 giorni e pure all’attacco al compound di Khamenei del 28 febbraio, potrebbe essere stato giustiziato. In televisione è comparso un comandante pasdaran, Salar Velayatmadar, che rivolto agli iraniani ha detto: “Non vogliamo uccidere i vostri figli, ma spareremo a chiunque faccia riecheggiare le parole del nemico”. E mentre si consuma la battaglia per la leadership nel Consiglio degli Esperti (esiste una fronda contraria all’ipotesi Mojtaba), c’è chi ipotizza di rimandare a data da definirsi la nomina della nuova guida per evitare il rischio di altre decapitazioni al vertice.

 

Nel frattempo la domanda che tutti si fanno a Teheran è quanto e quanto a lungo potrà continuare a sopportare il regime. Le testimonianze raccontano di bassiji e pasdaran allo sbando che cantano canzoni patriottiche, piangano, ridono in maniera isterica e sparano in alto ai check point. Ciò detto, è opinione largamente condivisa tra gli osservatori che non esistano al momento segnali di rottura conclamata all’interno delle Forze di sicurezza del regime. Quest’analisi si fonda sulla compattezza ideologica delle milizie e sull’interesse che le lega a doppio filo alla sopravvivenza del regime. E, al momento, nulla indica la possibilità di defezioni di massa. Ma ci sono dei segnali che pur non facendo statistica vanno sottolineati.

 

Giorni fa su un’app che aiuta i fedeli a non sbagliare l’ora della preghiera sono comparsi messaggi di hacker indirizzati alle Forze di sicurezza. Alcuni più minacciosi: “E’ arrivato il giorno del giudizio”, altri più morbidi: “Proteggete i vostri compatrioti, affinché anche loro possano proteggere voi”. Non è la prima volta. Ma poi sono iniziati a uscire i video. In uno, un uomo mostra l’uniforme che non ha più intenzione di indossare, in un altro un individuo in mimetica con un passamontagna che gli copre il viso, con l’eccezione degli occhi, racconta che dopo i massacri di gennaio è tutto cambiato: “Non ho più paura. Quando arriverà il momento, mi alzerò e mi schiererò con il popolo. Offrirò la mia vita”. Un altro in piedi davanti a una catena montuosa con il viso digitalmente mascherato si sfoga: “I nostri comandanti ci hanno abbandonato. Si nascondono come topi”. E’ un soldato del Lorestan dice che i suoi compagni dormono nel deserto o tra i crepacci, sempre e comunque fuori dalle loro baracche e insiste: “i comandanti si proteggono l’un l’altro e mandano noi a morire”. Il Foglio ha visionato decine di video di questo tipo e non è possibile al momento determinarne in modo inequivocabile l’autenticità, ma secondo l’Economist fonti israeliane suggeriscono che poliziotti, soldati dell’artesh (esercito regolare) e pasdaran stanno iniziando a non presentarsi al lavoro. Iran International (organo di stampa anti-regime) ha raccolto le testimonianze di altri soldati che parlano di comandanti in fuga che lasciano le postazioni e costringono i loro uomini a restare da soli di guardia sotto le bombe. Nel frattempo l’esercito iraniano ha rilasciato un comunicato in cui si rivolge agli ufficiali in pensione chiedendo loro di tornare in azione, il che conferma che il vuoto che negli apparati di sicurezza si sta allargando.

 

Ieri, dopo giorni di silenzio, sono tornate a battere un colpo le colombe del regime. “Il tentativo di cercare il sostegno di una parte della società a discapito di un’altra sarebbe un errore imperdonabile”, ha reso noto il fronte riformista, inserendosi nel dibattito sulla successione a Khamenei. Nella selezione della nuova Guida suprema dovrebbe essere presa in considerazione l’esigenza di arginare la propaganda statunitense. Il nuovo leader dovrebbe cogliere l’occasione di “trasmette al mondo un messaggio di pace e di amicizia in modo da rafforzare le manifestazioni contro la guerra”. Un altro criterio della scelta suggerisce il fronte, stando a un articolo del quotidiano Donya-e-Eqtesad, dovrebbe essere quello di individuare una personalità capace di ridurre la “polarizzazione nazionale”, una personalità che inauguri un nuovo corso liberando i prigionieri politici e aprendo a una partecipazione civile e politica più larga”. Il gruppo “riformista” ha inoltre messo in dubbio l’utilità di condurre attacchi contro asset non militari nel Golfo Persico che, a suo dire, hanno l’effetto di indebolire il sostegno globale alla Repubblica islamica facendola passare da aggredita ad aggressore. Quest’uscita è stata subito fustigata dai falchi e poco dopo la diffusione di queste dichiarazioni sul servizio di messaggistica iraniano Eitaa sono comparsi inviti a “far fuori i traditori” ancor prima di occuparsi “dei sionisti e degli americani”.

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