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L'editoriale del direttore

Isolare l'asse del terrore si può

Claudio Cerasa

Guerra regionale? Contro gli ipocriti che da anni minimizzano la portata globale della minaccia iraniana. Teheran non ha mai giocato solo in medio oriente ma ha costruito pazientemente una postura ibrida fatta di apparati e strumenti indiretti con l'obiettivo di colpire la globalizzazione

Tra le piccole e grandi ipocrisie che porta con sé il nuovo conflitto in medio oriente ce n’è una importante, assecondata trasversalmente da molti osservatori. E’ un’ipocrisia sottile, apparentemente ininfluente, ma dietro alla quale si nasconde una visione del mondo fallace che, se seguita, rende difficile capire cosa vi sia in campo nel tentativo di arginare la minaccia iraniana. L’ipocrisia è legata al fatto che le tensioni in medio oriente abbiano assunto una dimensione globale e non più solo regionale a causa dell’intervento militare promosso negli ultimi giorni da Stati Uniti e Israele. E secondo questa lettura dei fatti, il coinvolgimento di più attori nel conflitto non sarebbe altro che una reazione dell’Iran all’aggressione ricevuta sabato scorso sul suo territorio. E’ innegabile naturalmente che la decapitazione dei vertici del regime islamico iraniano abbia portato a una reazione violenta degli ayatollah. Ma l’idea che la guerra da regionale sia diventata globale a causa dell’intervento degli Stati Uniti e di Israele, così come l’idea che l’Iran agisca sulla base di una reazione, è semplicemente falsa.

 

Se si ha la forza di allargare l’inquadratura, quella combattuta dall’Iran, negli ultimi quarantasei anni, non è mai stata una guerra di carattere regionale. Ma è stata sempre una guerra di carattere globale per un’infinità di motivi. E ogni tentativo di ridurre la minaccia iraniana a una minaccia che riguarda tutto sommato solo Israele, o solo i paesi limitrofi, non è altro che un tentativo di ridimensionare tutto quello che ha rappresentato la minaccia dell’Iran per il mondo libero. Teheran non ha mai giocato solo in medio oriente ma ha costruito pazientemente una postura ibrida fatta di apparati (Irgc/Forze al Quds, intelligence) e strumenti indiretti: proxy, reti di facilitatori, intimidazioni oltreconfine, e – quando serve – criminalità comune ingaggiata come manovalanza. Quando l’Iran sceglie di armare e finanziare gli houthi, in Yemen, non sceglie solo di combattere contro i sauditi, che difendono la capitale dello Yemen, Sanaa, ma sceglie di colpire un processo globale che si chiama globalizzazione, intervenendo per strozzare i colli del commercio globale attraverso il presidio dei corridoi marittimi del Mar Rosso. Lo stesso naturalmente vale quando si parla dello Stretto di Hormuz, uno degli altri colli di bottiglia del commercio globale. E lo stesso ragionamento vale se si allarga lo sguardo a quello fatto negli anni dall’Iran non solo con i suoi vicini ma con il resto del mondo. Per capire la portata della minaccia globale portata avanti dall’Iran sarebbe sufficiente vedere le nazionalità degli ostaggi che il regime iraniano tiene rinchiusi da anni nelle sue celle (un esempio su tutti: Cécile Kohler e Jacques Paris, cittadini francesi, sono detenuti dal 2022).

 

Ma quello che spesso sfugge allo sguardo del minimizzatore collettivo è che la rete di proxy iraniani ha colpito negli anni non solo gli attori regionali. Vale quando si parla di cittadini statunitensi uccisi in Iraq (il 28 gennaio del 2024 un drone lanciato da milizie sciite sostenute da Teheran ha colpito la base americana Tower 22, in Giordania, uccidendo tre militari statunitensi e ferendone decine, un’aggressione arrivata dopo oltre 160 attacchi di milizie filoiraniane contro basi americane in Iraq, Siria e Giordania dal 2023). Ma vale anche quando si allarga l’obiettivo e si uniscono i puntini senza dover necessariamente parlare dell’influenza avuta dall’Iran nell’organizzare il 7 ottobre, incoraggiando, armando e finanziando Hamas a colpire Israele e promuovendo in giro per il mondo una grande Intifada globale contro gli amici dei sionisti. La globalizzazione della minaccia iraniana è avvenuta in modo plastico attraverso il sostegno all’antisemitismo in giro per il mondo, dal fiume delle università americane al mare delle città europee, e resterà indimenticabile il messaggio di ringraziamento inviato due anni fa dal compianto da molti ayatollah Khamenei agli amici nelle università americane, in grado di diventare chissà quanto a loro insaputa i portavoce dell’antisemitismo tra gli studenti e i docenti americani (era il 2024 e Ali Khamenei scrisse agli studenti americani che protestavano nei campus contro Israele dicendo loro: “Siete dalla parte giusta della storia”, “avete formato un ramo del Fronte della Resistenza”).

 

L’Iran, in questi anni, non si è limitato a incoraggiare la violenza nel mondo contro il grande Satana e gli amici dei sionisti. Ha fatto di più. L’ultimo caso ha riguardato i due attacchi antisemiti che ci sono stati in Australia alla fine dell’anno scorso, con accuse dirette all’Iran rivolte dall’agenzia di intelligence australiana (Asio) che ha indicato come il regime degli ayatollah sarebbe stato dietro ad almeno due attacchi antisemiti nel paese, tanto per dimostrare che la guerra “contro Israele” produce bersagli ovunque esistano comunità ebraiche e interessi occidentali. Ma a questo vanno aggiunti altri dettagli interessanti. Nel Regno Unito, in più occasioni, sono stati evidenziati dall’intelligence diversi plot collegati all’Iran dal 2022. Mesi fa, la Säpo, l’agenzia di sicurezza svedese, ha dichiarato che l’Iran usa reti criminali in Svezia per compiere atti violenti contro obiettivi ritenuti minacce (inclusi interessi israeliani). Nel 2018 la Danimarca ha detto di aver sventato un piano di assassinio sul proprio territorio attribuito a un’agenzia d’intelligence iraniana. Nel 2021, un diplomatico iraniano, Assadollah Assadi, è stato condannato in Belgio per il complotto del 2018 contro un raduno dell’opposizione iraniana vicino Parigi. Per non parlare di come dal 2022 l’Iran sostiene militarmente la Russia nel suo tentativo per ora fallito di infilarsi come una lama nel burro delle democrazie europee. Quella combattuta dall’Iran non è mai stata una guerra regionale. E’ sempre stata una guerra globale. Al centro della quale vi sono stati alcuni obiettivi chiari (Israele, il grande Satana americano) e altri obiettivi meno evidenti (la globalizzazione, gli amici del grande Satana) ma pur sempre chiari, di respiro non regionale ma semplicemente globale.

 

Possiamo scegliere se far finta di non vederla, naturalmente, ed è una scelta libera e legittima. Ma quando un paese alimenta antisemitismo nel mondo, finanzia il terrorismo in giro per il pianeta, sostiene università che promuovono l’Intifada, uccide soldati stranieri, soffoca il commercio globale, trasforma gli alleati dei suoi nemici in nemici da colpire – e questo non vale solo per i paesi del Golfo – si può provare a minimizzare, chiudendo gli occhi, o si può provare a guardare in faccia la realtà e chiedersi se, in una guerra che riguarda il mondo libero, al centro della quale vi è uno stato che ha fatto della distruzione delle democrazie e dei suoi alleati un tratto cruciale della sua identità, sia possibile non chiamare le cose con il loro nome, girarsi dall’altra parte e fingere che il ridimensionamento dell’Iran sia un tema che riguarda solo interessi locali e non gli interessi di tutti coloro che nel mondo hanno a cuore una parola: libertà.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.