Nel Golfo c'è chi pensa a entrare in azione contro l'Iran

Micol Flammini

Il regime della Repubblica islamica ha unito l’impossibile e dopo gli attacchi Emirati e Qatar prendono in cosiderazione se e come reagire. Minacce e alleanze dentro e fuori il medio oriente, con il Pakistan che sventola la Bomba per aiutare Riad

La segretezza non è più un lusso di cui la Repubblica islamica dell’Iran può fregiarsi. Il regime è sotto gli occhi di molti, soprattutto degli israeliani e degli americani che sembrano conoscere ogni mossa degli uomini che compongono l’apparato politico e militare dell’Iran. Non esiste riunione che possa iniziare senza la paura che se c’è almeno un uomo forte, importante, seduto nell’assemblea che dibatte e prende decisioni, allora arriverà un attacco. Il regime si muove senza veli, sa che i suoi nemici attendono e intervengono. E’ iniziata così l’operazione Ruggito del leone degli israeliani e Furia epica degli americani. E così sta andando avanti: ieri Israele ha colpito l’edificio in cui l’Assemblea degli esperti stava discutendo della successione della Guida suprema, Ali Khamenei, eliminato sabato in un incontro con alti ufficiali. Il regime iraniano ha risposto con una guerra regionale, colpendo tutti i paesi della regione. I motivi di questo attacco non limitato a Israele e alle basi americane sono molti. Il primo riguarda l’arsenale della Repubblica islamica che, dopo la guerra dei Dodici giorni nel giugno scorso, è rimasto sfornito di missili a medio e  lungo raggio per arrivare fino in Israele. 


Lo stato ebraico ha allarmi frequenti, ma il grosso della pressione degli attacchi iraniani si sta concentrando sui paesi del Golfo. I missili a corto raggio, oltre ai droni, sono usati per colpire gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, il Kuwait, il Qatar, l’Oman e l’Arabia Saudita. Sono stati presi di mira obiettivi militari e civili con lo scopo di portare questi paesi a dire  agli Stati Uniti di non essere disposti a sacrificare la loro stabilità per la guerra contro l’Iran. Finora  è successo il contrario. Gli emiratini, smaccatamente i più vicini agli israeliani e i più colpiti di tutti (ottocento attacchi fra missili e droni iraniani),  stanno prendendo in considerazione di unirsi agli attacchi contro i  siti missilistici, che Tsahal e gli americani stanno distruggendo con rapidità. Gli Emirati e l’Iran però non sono alleati, anzi, sono nemici, sempre dalla parta opposta, quindi la minaccia suona strana fino a un certo punto. Più forte è invece l’avvertimento del Qatar che ha anche preso in considerazione di unirsi agli attacchi contro Teheran, pur avendo finora nutrito e arricchito  le stesse minacce in medio oriente, come Hamas. Gli stati del Golfo sono ben armati, ma non allenati a difendersi, stanno spendendo molto per proteggersi dagli attacchi (per abbattere un missile balistico servono due o addirittura tre  missili dei sistemi Patriot o Thaad), c’è chi teme finiscano le munizioni, ma la risposta che stanno dando è il contrario esatto di quello che si aspettava Teheran: reagiamo. Nell’Iran che perde pezzi di regime, invece   sembra esserci anche una mancanza di controllo su chi colpire. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha detto che i missili lanciati contro l’Oman, un paese amico che ha mediato con gli americani,  sono stati un errore, lasciando intendere di non avere il controllo su chi colpisce cosa. Dopo la dichiarazione, l’Oman è stato attaccato di nuovo. 


Punti tanto distanti fra loro non sono mai stati così uniti. Nel medio oriente in cui la guerra ha raggiunto tutti, non si era mai costituita un’alleanza più vasta e stramba. Ieri anche il Pakistan è intervenuto con un messaggio per Teheran.  Il ministro degli Esteri di Islamabad Mohammad Ishaq Dar ha detto: “Abbiamo notificato all’Iran di tenere in conto del nostro accordo di difesa reciproca con l’Arabia Saudita”. Vuol dire che se uno dei due paesi è minacciato, l’altro corre in aiuto con tutti i suoi mezzi.  E i mezzi del Pakistan includono armi nucleari. E’ una minaccia.

 

  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)