Ansa
l'editoriale del direttore
La grande alleanza musulmana contro l'islamismo politico degli ayatollah
Combattere l’irresponsabilità di chi sbianchetta con disinvoltura la parola islamismo per ridimensionare il virus iraniano. L'Iran non è solo uno stato canaglia ma anche uno stato che ha scelto di essere lo sponsor del terrore globale e la fonte primaria dell'antisemitismo
Nella gran parte dei dibattiti relativi al futuro dell’Iran vi è un argomento che spesso viene volontariamente ignorato da tutti coloro che cercano un modo per ridimensionare la portata della minaccia globale rappresentata dal regime degli ayatollah. Un argomento che coincide con una parola delicatamente sbianchettata dal dibattito pubblico: islamismo. Il regime degli ayatollah, di fronte al mondo libero, non rappresenta una minaccia solo per la sua capillarità all’interno del medio oriente, per la sua rete del terrore, per il suo network di terroristi. Rappresenta una minaccia prima di tutto per un’altra ragione: per il suo essere la principale fonte globale di un virus letale chiamato islamismo politico. Chi cerca di rimuovere la parola islamismo dal dibattito attorno al futuro dell’Iran lo fa perché terrorizzato dall’idea che concentrarsi sul fattore religioso possa essere un modo come un altro per fomentare l’islamofobia. Non si parla di islamismo, quando si parla di Iran, perché parlare di islamismo, quando si parla di terrore e di terrorismo, costringe ad aprire gli occhi, costringe a chiamare le cose con il loro nome, costringe a farsi domande complicate su quante difese immunitarie abbiano le società occidentali contro la violenza messa in campo in nome di una fede. L’Iran non è solo uno stato canaglia ma è uno stato che ha scelto di essere lo sponsor del terrore globale e la fonte primaria dell’antisemitismo mondiale sulla base di una rivoluzione religiosa che ha trasformato l’islamismo in un argine contro le società occidentali, contro l’imperialismo americano, contro gli alleati del sionismo, contro gli amici di Israele, contro gli ebrei di tutto il mondo.
Non parlare di islamismo, quando si evoca il difficile ma auspicabile regime change, è funzionale per chi vuole ridimensionare la portata della minaccia iraniana. Parlare di islamismo politico, quando si parla di Iran, è invece un modo per provare a capire cosa c’è in ballo quando si ragiona attorno al futuro del medio oriente e quando si ragiona attorno alle nuove alleanze mondiali. Ayaan Hirsi Ali, scrittrice e attivista somala naturalizzata olandese, famosa per il suo impegno contro l’islamismo radicale, ieri ha pubblicato un interessante saggio sulla Free Press in cui ha provato a illuminare un elemento del conflitto che in molti si ostinano a non vedere. La ragione per cui, accanto all’America e a Israele, vi sono molti stati del Golfo, oltre a Giordania ed Egitto, è legata al fatto che, mentre un pezzo di occidente sonnecchiava, da anni molti governi arabi lavorava attivamente per smantellare le radicalizzazioni che l’Iran ha costruito e sostenuto per quarant’anni. Lo hanno fatto, innanzitutto, ai tempi del primo mandato di Trump, firmando quegli Accordi di Abramo con cui i paesi nemici di Teheran hanno provato a normalizzare i rapporti con Israele e che l’Iran attraverso Hamas ha provato senza successo a sabotare il 7 ottobre del 2023. Lo hanno fatto, in questi anni, facendo quello che i paesi europei non sono riusciti a fare, ovverosia dichiarando fuori legge ogni forma di islamismo politico e radicale come per esempio possono essere i Fratelli musulmani (gli Emirati Arabi Uniti hanno tolto le università britanniche dall’elenco degli atenei finanziabili con borse statali, accusando Londra di tollerare ambienti vicini alla Fratellanza musulmana). Lo hanno fatto, ancora, cercando di dare tutta l’assistenza possibile, in modo esplicito e in modo implicito, agli interventi portati avanti negli ultimi mesi da Israele e dagli Stati Uniti per spezzare i tentacoli della piovra, ovvero combattendo i proxy dell’Iran, e per provare a rendere sempre più debole la testa del serpente, cioè Teheran.
E in un certo senso la mappa dei nemici del terrorismo islamista di matrice iraniana è emersa con chiarezza negli ultimi giorni attraverso la destinazione dei droni di Teheran: Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar (pur con le sue ambiguità e doppiezze), Kuwait, Giordania, Iraq, Bahrein, Oman, Siria (detto tra parentesi: gli iraniani hanno colpito anche la base Nato Ali al Salem in Kuwait, dove ci sono soldati italiani). A questo elenco potremmo aggiungere, tra i paesi musulmani che hanno scelto di schierarsi contro la piovra iraniana, anche il Pakistan e l’Indonesia, la più grande democrazia musulmana del mondo, pronta tra l’altro a inviare soldati musulmani a Gaza (è il punto più importante del poco presentabile Board of Peace). Ayaan Hirsi Ali, con malizia, nota una certa asimmetria tra quello che hanno fatto in questi anni diversi paesi islamici, più moderati dell’Iran, e quello che hanno fatto alcune democrazie mature, come quelle europee. In Francia vi sono casi di partiti di sinistra che corteggiano le comunità musulmane mentre condannano Israele. In Germania, vi sono stati casi di manifestazioni pro palestinesi che hanno sconfinato regolarmente nell’antisemitismo. In Belgio, il quartiere di Molenbeek a Bruxelles ha ospitato diversi autori degli attentati di Parigi del 2015 e di Bruxelles del 2016, e continua a generare radicalizzazione. In questo senso, si può dire che, tornando a riporre lo sguardo sul conflitto in Iran, l’attacco del 7 ottobre venne pensato anche per costringere ogni governo arabo a scegliere pubblicamente tra solidarietà, con coloro che hanno deciso di armare la cosiddetta resistenza a Gaza, e partnership, con Israele e con i nemici dell’islamismo politico. Nonostante gli orrori commessi a Gaza, come capita drammaticamente quando scoppiano le guerre, i paesi musulmani più moderati non hanno mai perso la bussola e non hanno mai smesso di considerare la diffusione dell’islamismo politico come una minaccia esistenziale. Eliminare dal dibattito pubblico la parola islamismo, quando si parla di regime iraniano, è un modo come un altro per normalizzare quello che l’occidente non si può permettere di normalizzare: la presenza di una sorgente di disordine globale che ha scelto di fare dell’islamismo politico, integralista e radicale, il motore di un virus islamista che dal 1979 cerca di fare del terrorismo un’arma legittima per esportare la sua ideologia. E contro quella forma di terrore ci sono alcuni paesi islamici, in medio oriente, che certamente non sognano di avere una guerra lunga in Iran e che faranno di tutto, anche azionando le leve economiche del petrolio e del gas per fermarla il prima possibile, ma che in questi anni hanno dimostrato spesso di essere più all’avanguardia dell’occidente, nel riconoscere le minacce, nel chiamarle con il loro nome e nel provare a fare di tutto per cercare di limitarne il raggio d’azione. Chiamare le cose con il loro nome forse non aiuterà a cambiare l’Iran. Ma può aiutare certamente a capire chi sceglie di difendere la libertà con i fatti e chi solo con le chiacchiere, sbianchettando la storia per non fare i conti con la realtà.