"ruggito del leone"
L'operazione in Iran è storica ed epica, la Situation room di Trump sembra il contrario
Mar-a-Lago torna quartier generale per l’operazione contro l’Iran tra cappellini, mappe sensibili e smartwatch. L’estetica trumpiana solleva più di un dubbio sulla sicurezza, mentre Rubio si occupa delle cose da adulti (parlare al Congresso)
E’ la seconda volta che Mar-a-Lago, la residenza di Palm Beach del presidente americano Donald Trump, diventa una Situation room, il luogo dove i vertici dell’esecutivo americano prendono le decisioni che contano. Era già successo, durante questo mandato di Trump, il 3 gennaio scorso, quando con il segretario di stato Marco Rubio, il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il direttore della Cia John Ratcliffe Trump aveva seguito la cattura di Maduro da una stanza piuttosto scarna di Mar-a-Lago, con dei teli neri a coprire gli sfondi. E’ successo di nuovo sabato, quando il presidente ha riunito i suoi in un’ambientazione che sembrava più studiata, migliorata, per dare il via all’operazione Furia epica. L’estetica del presidente americano vorrebbe rivendicare forza e potenza, ma finisce sempre per mostrare il pressappochismo di una Casa Bianca alle prese con un presidente che parla la semplicistica lingua Maga.
Nelle prime immagini dell’improvvisata Situation room di Mar-a-Lago di gennaio si vedeva Hegseth monitorare lo schermo di un laptop, e dietro di lui l’immagine di un browser alla pagina di X, il social un tempo chiamato Twitter di proprietà dell’ex membro dell’Amministrazione Elon Musk, con la chiave di ricerca “Venezuela”. Secondo i protocolli di sicurezza della Casa Bianca, insieme con il presidente viaggia sempre anche una struttura che si chiama Sensitive compartmented information facility, e che serve ad aggiornare in sicurezza il comandante in capo ovunque si trovi. E’ possibile che alcune delle cautele sulle comunicazioni siano state attivate anche a Mar-a-Lago, ma non è l’impressione che offrono le immagini pubblicate dai social della Casa Bianca, con i teli neri a coprire le spalle dei partecipanti alla riunione. Ma qualcosa deve essere successo nei protocolli di sicurezza nell’ultimo mese, perché dall’improvvisata Situation room per dare il via alle operazioni contro l’Iran sono spariti i laptop personali. Ma al posto del grande schermo alle spalle di Trump è apparsa una mappa con obiettivi sensibili e, secondo alcuni, informazioni classificate. Il presidente americano si è presentato con un cappello da baseball con la scritta USA e la visiera calata sugli occhi, lo stesso che ha indossato per parlare alla nazione. Accanto a lui c’era Marco Rubio, in qualità anche di consigliere per la Sicurezza nazionale, e la capa dello staff, la potente Susie Wiles, di cui si è parlato soprattutto perché sembra indossare uno smartwatch al polso, uno degli apparecchi tecnologici più facilmente hackerabili – qualcuno ha smentito fosse un device connesso alla rete, ma non tutti sono convinti. Dan Caine, il capo dello stato maggiore congiunto degli Stati Uniti che aveva espresso diversi dubbi sul rischio di un’azione militare prolungata contro l’Iran, alla Situation room improvvisata per Trump non indossa mai la divisa militare, e anche questo è un segnale non verbale che i nemici dell’America si appuntano, e studiano.
Mar-a-Lago è considerata da tempo un “incubo per la sicurezza” da diversi ex funzionari dell’intelligence americana. Nel 2022, circa un anno dopo la fine del suo primo mandato, la cosiddetta “Casa Bianca d’inverno” è stata oggetto di numerose indagini dell’Fbi per alcuni documenti classificati conservati in modo improprio – quello che poi è diventato un caso penale federale, poi archiviato dopo la sua seconda elezione nel 2024 quando i documenti che erano stati sequestrati sono stati riportati a Mar-a-Lago.
Per Trump tutto è estetica e la sua stessa presenza rappresenterebbe una garanzia di sicurezza. E la liturgia istituzionale americana sembra ormai abituata alle esagerazioni non solo retoriche del presidente. Solo che quella liturgia esiste, e sono gli altri a doverci fare i conti. L’altro ieri Rubio è andato al Congresso per tenere il primo briefing dall’Amministrazione da quando è iniziata l’operazione in Iran. Ieri ci è tornato accompagnato dal direttore della Cia John Ratcliffe, da Hegseth e da Caine. La versione della Casa Bianca è che non c’era tempo di passare dal Congresso per via di una “minaccia imminente”, e cioè la probabile ritorsione iraniana contro i soldati americani se ci fosse stato un primo strike israeliano. A Capitol Hill nessuno ha dimenticato le frasi, dopo la cattura di Maduro, in cui Trump sosteneva che coinvolgere il Congresso fosse rischioso perché deputati e senatori “parlano troppo”. Entro domani i membri del Congresso potrebbero votare alcune risoluzioni bipartisan sui poteri di guerra, che limiterebbero le operazioni militari di Trump, ma non è ancora chiaro se la procedura – ora che le operazioni sono già in corso – possa essere approvata.