Le divisioni europee sull'Iran post Khamenei

David Carretta

Il conflitto di competenze a Bruxelles aumenta le divisioni tra i paesi membri su come affrontare la guerra. Le posizioni di Francia e Germania e il rischio irrilevanza  
 

Bruxelles. Il nuovo attacco condotto dagli Stati Uniti e da Israele contro la Repubblica islamica e l’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei hanno riportato l’Unione europea con i piedi per terra sulle sue ambizioni di diventare un attore geopolitico globale. Se da quattro anni l’Ue mostra un elevato grado di unità e coesione sulla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina, i ventisette non sono ancora in grado di avere una reale convergenza sul resto della politica estera e di sicurezza. Nemmeno i grandi Stati membri sono riusciti ad allinearsi nel fine settimana, mentre erano in corso eventi destinati a trasformare in profondità una regione alle porte dell’Europa. L’Ue è condannata al ruolo di spettatore incerto su cosa dichiarare, non solo su cosa fare.

    

36 ore dopo l’attacco ieri sera i ventisette non avevano ancora trovato un accordo su una dichiarazione comune a nome dei capi di stato e di governo. Un testo ambiguo è stato approvato dai ministri degli Esteri. Sabato mattina Ursula von der Leyen e Antonio Costa, presidenti di Commissione e Consiglio europeo, hanno pubblicato una dichiarazione congiunta di poche righe, attentamente calibrata, tre ore dopo l’inizio dei bombardamenti israelo-americani contro la Repubblica islamica. “Gli sviluppi in Iran sono molto preoccupanti. Restiamo in stretto contatto con i nostri partner nella regione. Riaffermiamo il nostro fermo impegno a salvaguardare la sicurezza e la stabilità regionale. E’ di fondamentale importanza garantire la sicurezza nucleare e prevenire qualsiasi azione che possa ulteriormente aggravare le tensioni o indebolire il regime globale di non proliferazione”. Nessuna menzione degli Stati Uniti o di Israele, né della repressione che ha portato alla morte – secondo alcune stime – di oltre 30 mila iraniani. Von der Leyen e Costa hanno ricordato che l’Ue ha costantemente promesso una “soluzione negoziata” ai programmi nucleari e balistici dell’Iran. “Invitiamo tutte le parti a esercitare la massima moderazione, a proteggere i civili e a rispettare pienamente il diritto internazionale”.

 

Eppure nemmeno von der Leyen e Costa sono d’accordo tra loro. Nel corso della giornata di sabato, la presidente della Commissione ha espresso il suo favore per un cambio di regime in Iran. “Sostengo fermamente il diritto del popolo iraniano a determinare il proprio futuro”, ha scritto von der Leyen, chiedendo “una transizione credibile” che rifletta “le aspirazioni democratiche”. La presidente della Commissione ha anche accusato l’Iran di “una chiara violazione del diritto internazionale” con i suoi attacchi contro i paesi della regione. Il presidente del Consiglio europeo ha adottato una linea più prudente. Costa ha condannato la rappresaglia dell’Iran contro i paesi della regione. “Questi bombardamenti rappresentano una pericolosa escalation della situazione militare in medio oriente”. Ma, secondo il presidente del Consiglio europeo, è necessario “lavorare per restaurare la pace e la stabilità nella regione”. 

 

Tra i grandi Stati membri, le divisioni sono ancora più evidenti. Il fine settimana è stato un concerto cacofonico. Francia, Regno Unito e Germania – i paesi dell’E3 che hanno negoziato con l’Iran sul nucleare – hanno pubblicato una dichiarazione ambigua. Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, si è allineato a Stati Uniti e Israele senza condizioni. “Il popolo iraniano ha il diritto di decidere del proprio destino. Il governo tedesco è in contatto con gli Stati Uniti, Israele e i partner nella regione. Rimane impegnato per la pace e la sicurezza nella regione e sottolinea il suo impegno per la sicurezza di Israele”, ha scritto Merz su X, accusando l’Iran di aver portato avanti il suo programma nucleare. Emmanuel Macron è stato molto più prudente ed equidistante. “Lo scoppio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran ha gravi conseguenze per la pace e la sicurezza internazionale”, ha detto il presidente francese. “L’attuale escalation è pericolosa per tutti. Deve cessare”, ha aggiunto Macron invitando l’Iran a impegnarsi in buona fede nei negoziati sul nucleare e a dare voce al suo popolo. 

 

E’ stato il premier spagnolo, Pedro Sanchez, a non lasciare spazio all’ambiguità. “Respingiamo l’azione militare unilaterale degli Stati Uniti e di Israele, che rappresenta un’escalation e contribuisce a un ordine internazionale più incerto e ostile. Condanniamo le azioni del regime iraniano e della Guardia rivoluzionaria. Non possiamo permetterci un’altra guerra prolungata e devastante in medio oriente”, ha detto Sanchez, chiedendo un’immediata de-escalation e il pieno rispetto del diritto internazionale.

   

La presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, si è limitata a pubblicare un messaggio per dire che continua “a seguire da vicino gli sviluppi in medio oriente” e promettere che l’Italia continuerà a “impegnarsi con i partner europei, regionali e internazionali per una soluzione a favore della stabilità della regione” e a essere vicina “alla popolazione civile iraniana che, con coraggio, nelle scorse settimane ha richiesto il rispetto dei suoi diritti civili e politici, subendo una repressione violenza e ingiustificabile”.

   

Ad aggiungere ridicolo all’irrilevanza, da sabato è in corso una polemica a Bruxelles su chi debba guidare la politica estera dell’Ue. Ursula von der Leyen ha  convocato per la giornata di oggi una riunione straordinaria della Commissione per discutere della situazione in medio oriente. Ma la Commissione – come la sua presidente – non ha competenze in politica estera. “Questi non sono affari tuoi. Ora basta”, ha scritto a von der Leyen l’europarlamentare francese, Nathalie Loiseau: “Si concentri sul suo lavoro: implementare il prestito di sostegno da 90 miliardi di euro che avete promesso all’Ucraina. Il resto è per Kallas e Costa”.

 

Anche l’Alto rappresentante per la politica estera, Kaja Kallas, ha convocato una riunione straordinaria dei ministri degli Esteri. Si è tenuta ieri sera in videoconferenza, dopo una discussione tra gli ambasciatori dei Ventisette stati membri. Le divisioni interne all’Ue costringono Kallas a camminare su una linea sottile. Pur evocando la necessità di “misure concrete per la de-escalation”, Kallas si è esposta a favore del cambio di regime. “La morte di Ali Khamenei è un momento decisivo nella storia dell’Iran. Ciò che accadrà in futuro è incerto. Ma ora si apre una strada verso un Iran diverso, un Iran che il suo popolo potrebbe plasmare con maggiore libertà”, ha detto Kallas.

 

L’equilibrismo sull’Iran espone l’Ue a critiche da ogni parte. Gli europei sono accusati di doppi standard per la mancata condanna della violazione del diritto internazionale da parte di Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Al contempo alcuni trumpiani accusano gli europei di non sostenere il popolo iraniano. “Tutti in Europa sono giustamente indignati per l’invasione russa dell’Ucraina. Ma quando si tratta del popolo iraniano, che soffre da tempo, l’Europa si è dimostrata patetica”, ha detto il senatore repubblicano, Lindsey Graham, accusando Francia, Germania e Regno Unito di chiedere agli Stati Uniti di “continuare a negoziare con i nazisti religiosi” del regime iraniano.

 

In realtà, “gli Stati Uniti non possono certo lamentarsi della reazione dell’Ue ai suoi attacchi all’Iran”, ha spiegato l’ex diplomatico Daniel Fried dell’Atlantic Council. Le posizioni di Kaja Kallas e la dichiarazione di Regno Unito, Francia e Germania sono “adiacenti” a un sostegno aperto all’intervento militare e “sostengono effettivamente” il cambio di regime come esito auspicato. Sempre che ci si arrivi al cambio di regime. Perché, oltre a non consultare gli europei, Trump non ha ancora spiegato quali sono i suoi reali obiettivi.