Donald Trump (foto Getty)
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L'imprevedibilità trumpiana in economia continuerà. Allacciarsi le cinture
Nel discorso sullo State of the Union il presidente dipinge un’economia in pieno miracolo. Ma dai dati sulla crescita, sull’inflazione e sul commercio estero emerge un quadro ben diverso. L'incertezza resta la vera cifra della politica economica americana
La cosa più sorprendente del discorso sullo State of the Union pronunciato martedì scorso dal presidente Trump è la discrepanza tra i contenuti e la realtà. Non solo l’arida realtà delle statistiche ma anche quella vissuta quotidianamente dai cittadini americani, come appare dai sondaggi di opinione e dai risultati di tutte le elezioni locali tenutesi negli ultimi quattro mesi. I principali argomenti a sostegno della visione ottimistica dell’America erano stati anticipati in un articolo, scritto di suo pugno dal Presidente qualche giorno fa sul Wall Street Journal, a difesa dei dazi che “hanno creato un miracolo americano e ci consentono di costruire la più grande economia della storia mondiale”. Esaminiamo alcuni di questi argomenti.
Il primo è che il mercato azionario americano non è mai andato così bene. I dati mostrano tuttavia che nel suo primo anno di presidenza Wall Street ha guadagnato il 16 per cento, un buon risultato sì, ma meno di quello dei precedenti presidenti, come Biden (+19 per cento) e Obama (+35 per cento). Nello stesso periodo la borsa americana ha peraltro fatto peggio di quella europea (+24 per cento), soprattutto se si considera il deprezzamento del dollaro (12 per cento).
Il secondo argomento è che nel 2025 l’economia americana ha ripreso a crescere dopo gli anni di stagflazione, prodotti da “sleepy Joe” (Biden). I dati appena pubblicati sul prodotto lordo mostrano invece che nel 2025 la crescita è stata del 2,2 per cento, inferiore al 2,7 della media 2022-24 durante la presidenza Biden.
Il terzo è che l’inflazione è scomparsa. Gli ultimi dati relativi a gennaio 2026 mostrano un incremento dei prezzi al consumo del 2,4 per cento. Al netto dei prodotti più volatili, come gli alimentari e le materie prime, l’indice è risalito al 3 per cento.
Il quarto è che il disavanzo commerciale americano si è ridotto del 77 per cento. I dati mostrano tuttavia che il passivo del 2025 è rimasto sostanzialmente immutato rispetto all’anno precedente, con un aumento negli ultimi mesi. Le importazioni sono cresciute del 5 per cento, più del prodotto lordo.
Il quinto argomento è che nello scorso anno è aumentata la costruzione di fabbriche e di posti di lavoro. Ma l’occupazione è cresciuta molto di meno che nell’anno precedente, sotto la presidenza di Biden, e si è addirittura contratta nel settore manifatturiero.
L’ultimo argomento – fermiamoci qui per ora – è che “l’onere dei dazi è ricaduto in misura schiacciante sui produttori e sugli intermediari stranieri, comprese le grandi aziende”, citando uno studio pubblicato sulla Harvard Business review. Peccato che quello studio sostenga l’esatto opposto, ossia che l’80 per cento dei dazi è stato pagato dagli americani.
Trump rifiuta la tesi sostenuta dallo stesso Journal che i dazi siano delle tasse. Tesi confermata qualche giorno dopo dalla Corte suprema, negando al Presidente il potere di decidere senza il consenso del Congresso. Evidentemente il Presidente americano pensa di riuscire a convincere gli americani che la realtà è diversa da quella che percepiscono ogni giorno. Oppure, che potrà raddrizzare la situazione nei prossimi mesi, fino alle elezioni di mid-term, con una serie di misure più efficaci di quelle adottate finora.
Questa seconda tesi sembra però in contraddizione con la reazione della Casa Bianca alla sentenza della Corte suprema. Invece di cogliere l’occasione per ridurre o eliminare i dazi, come aveva iniziato a fare dopo i risultati elettorali del novembre scorso, esentando in particolare alcuni beni alimentari, il Presidente americano ha deciso di ribadirne la gran parte, creando incertezza sulla loro efficacia e durabilità.
In sintesi, di fronte allo scontro istituzionale, la reazione non è stata quella di cambiare strada ma di raddoppiare, nella convinzione che la strada seguita finora sia quella giusta.
L’ultima frase del citato articolo sul Journal, scritta in maiuscolo – “TRUMP WAS RIGHT ABOUT EVERYTHING!” (TRUMP AVEVA RAGIONE SU TUTTO!) – conferma questa impostazione. Questa è una indicazione utile per capire come verrà impostata la politica economica nei prossimi mesi. La sentenza della Corte ha messo dei paletti sui modi. Per il resto: “More of the same” (“non cambia nulla”). L’imprevedibilità del primo anno è destinata a continuare, almeno fino a novembre. E con essa l’incertezza. Conclusione: allacciarsi le cinture!