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Dazi e Pharma

Lo stop della Corte Suprema e le minacce di Trump: i rischi per la farmaceutica italiana

Marco Leonardi

Negli ultimi anni l’export italiano ha tenuto soprattutto grazie ai farmaci. Ma nonostante la bocciatura dei dazi, nessuno crede davvero che si torni al mondo pre Liberation day

La bocciatura della Corte Suprema dei dazi “per motivi di emergenza nazionale” voluti da Donald Trump è stata accolta con un sospiro di sollievo. Ma nessuno crede davvero che si torni al mondo pre Liberation day. La stagione dei dazi come strumento ordinario di politica economica non è finita. Semmai cambia forma. Per ora la reazione di Trump è stata di rilanciare sui dazi con un altro motivo: “Per correggere la bilancia dei pagamenti”. Punta ancora su dazi generalizzati, che sono quelli che danno gettito maggiore, ma questi dazi in teoria possono essere temporanei. La reazione di Trump lascia intuire che la strategia potrebbe concentrarsi su misure settoriali. E qui per l’Italia le cose potrebbero persino peggiorare. Perché tra i settori più evocati, anche nel suo intervento a Davos, c’è la farmaceutica.

Negli ultimi anni l’export italiano ha tenuto soprattutto grazie ai farmaci. Nel 2025 le vendite estere di beni sono rimaste stagnanti, ma la farmaceutica ha continuato a crescere, contribuendo in modo decisivo alla dinamica complessiva. Oggi il settore vale circa 56 miliardi di produzione e 54 miliardi di export, con un saldo estero di 21 miliardi per farmaci e vaccini: il primo settore manifatturiero per surplus commerciale. Nel solo 2024, quasi 10 miliardi di esportazioni sono andati negli Stati Uniti.

In un quadro di rallentamento della meccanica e dell’automotive, sono stati i medicinali a sostenere la bilancia commerciale. Ma proprio questa dipendenza è il punto fragile. La farmaceutica italiana è un settore particolare: fortemente innovativo, ad altissima intensità di ricerca e sviluppo – oltre 4 miliardi di investimenti annui in ricerca e produzione – e con 71 mila addetti diretti (quasi 300 mila con l’indotto). Ma è anche fortemente internazionalizzato nella proprietà: circa il 60 per cento delle imprese è a capitale estero. Molte multinazionali, americane e non, producono in Italia e poi esportano, anche verso gli Stati Uniti. E’ un commercio che spesso attraversa catene globali del valore e relazioni intra-gruppo.

Trump ha già fatto avviare due indagini sul settore: una per motivi di sicurezza nazionale (il cosiddetto articolo 232), l’altra in chiave antidumping (articolo 301). E soprattutto ha rilanciato l’idea della “most favoured nation”, la clausola di nazione più favorita applicata ai prezzi dei farmaci: gli Stati Uniti dovrebbero pagare non più del prezzo più basso praticato nei paesi avanzati, Italia inclusa. Questo costituirebbe una minaccia per noi, perché o i prezzi si alzano o le imprese se ne vanno. Nel discorso di Davos, Trump ha sostenuto che gli americani finanziano la ricerca e poi altri paesi beneficiano di prezzi più bassi. E’ un argomento che ha una sua base reale: la quota di R&S farmaceutica mondiale concentrata negli Stati Uniti è largamente superiore a quella europea.

Ma la risposta proposta – legare i prezzi e minacciare misure commerciali o incentivi selettivi per chi investe negli Stati Uniti – è una strategia di attrazione industriale più che di equità. Non solo Washington sta già offrendo condizioni favorevoli alle imprese che portano la produzione in Usa, ma le ricatta attraverso i dazi che sono una formidabile fonte di distorsione: le singole aziende fanno accordi specifici con l’Amministrazione Usa per garantirsi l’esenzione. Molti accordi sono già definiti e garantirebbero 400 miliardi di investimenti in Usa. Se l’obiettivo è il reshoring della farmaceutica, l’Italia è esposta: parte della produzione realizzata qui potrebbe andare o tornare negli Stati Uniti, soprattutto se accompagnata da pressioni sui prezzi.

Il mercato farmaceutico statunitense ha problemi propri, dai prezzi elevati alla frammentazione dei rimborsi, e la tentazione di scaricare tensioni interne su partner commerciali è forte. Ma trasformare la farmaceutica in terreno di scontro tariffario o para-tariffario rischia di destabilizzare un settore che, per sua natura, vive di filiere globali e cooperazione scientifica internazionale.

Per l’Italia la questione è strategica. La farmaceutica non è solo un settore di punta dell’export, è anche uno dei pilastri della nostra manifattura e della spesa in ricerca e sviluppo. Come ha sottolineato Mario Draghi nel suo rapporto sulla competitività europea, la risposta non può che essere continentale: politica industriale coordinata, tutela della proprietà intellettuale, incentivi alla ricerca, rafforzamento del mercato unico dei capitali. Ma all’orizzonte non si intravede nulla di paragonabile alla determinazione americana, né per la farmaceutica né per altri settori strategici.

 

 

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