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Cuba e le sue sorelle. Tra miseria, narcos e tirannia gli inferni del centro America
L’Avana senza carburante. La sopravvivenza del regime ha i giorni contati e l’unica macchina rimasta efficace è quella della repressione. Cosa si muove nei Caraibi
Nel dicembre del 1971, quando nell’intervallo tra la sua seconda cacciata dalla Rai e la sua seconda riammissione si stava dedicando intensamente al giornalismo, Enzo Tortora scrisse alcune corrispondenze da Cuba per La Nazione. Lo ricorda Vittorio Pezzuto nella sua biografia "Applausi e sputi. Le due vite di Enzo Tortora", ora ristampato da Piemme in occasione della serie tv diretta da Marco Bellocchio. Sono passati appena tredici anni dalla rivoluzione di Fidel Castro, e dieci dalla sua svolta comunista, ma Tortora “si aggira per la capitale in disfacimento, ormai ridotta a un’economia di mera sussistenza in cui prospera solo il baratto (le facciate dei palazzi che si sgretolano, i vetri rotti sostituiti da cartoni, l’assenza di negozi e bar, nessun taxi, tre ristoranti in tutto dai prezzi inavvicinabili e riservati agli invitati ufficiali del partito)”. Non ci sono critiche ideologiche. La sua conclusione è “quella della tristezza, diremmo della delusione melanconica, nel raffrontare la nobiltà dei propositi, l’ideale bellezza delle premesse di una rivoluzione che purtroppo vuole invecchiare in divisa e la ferrea, spesso grottesca, metodologia con cui queste premesse vengono condotte a maturazione. Oggi ogni paese di campagna ha il suo piccolo ospedale. Oggi ogni bambino può frequentare le scuole, arrivare all’Università. Bianco o negro, non importa. Sono certo fatti positivi. Ma a nostro giudizio questi traguardi possono o potrebbero essere raggiunti benissimo senza riempire le prigioni o i campi di concentramento di Isola dei Pini, senza - in sostanza - tradire una rivoluzione che fece un giorno sperare di far progredire l’uomo più in fretta del cristianesimo e che lo ha invece fatto ripiombare di colpo nel più grigio conformismo costantiniano”.
Cinquantaquattro anni sono passati da quelle corrispondenze, diciotto dall’abbandono di Fidel Castro della testa dello stato, anche se al vertice del partito si aggrappò altri tre anni; il 25 novembre saranno 10 anni dalla sua morte, e sono passati quindici anni da quando è stata iniziata una riforma per aprire all’iniziativa privata pur col partito comunista al potere, secondo il modello di Cina e Vietnam. Ma il settore privato nel 2024 era appena il 15 per cento del pil, anche se nello stesso 2024 ha rappresentato il 55 per cento delle vendite al dettaglio: dal 4 per cento del 2020 e 44 per cento nel 2023; e tra 2021 e 2024 sono state approvate 11.046 imprese private. Non possono però avere più di cento dipendenti, e neanche operare in settori strategici come miniere, sanità, educazione, banche. Sommando i 297 mila impiegati di queste piccole e medie imprese a 602 mila lavoratori in proprio “cuentapropistas” fa più o meno un quarto della forza lavoro, che con un po’ di agricoltura privata arriva a un terzo, e le cui imposte rappresentano il 23 per cento delle entrate statali.
Piuttosto, la pretesa “apertura” è servita a far passare l’economia nelle mani dei militari. Gaesa, (Grupo de Administración Empresarial S.A.), si chiama la holding dei generali che controlla settori strategici come turismo, hotel, commercio, finanza, costruzioni, catene di supermercati, stazioni di servizio, la zona speciale di sviluppo del porto di Mariel. Le sue cifre esatte non sono note, visto che opera in condizione di assoluta opacità, e in nome del segreto militare non rende conto né all’Assemblea nazionale del potere popolare, né alla Controlloria Generale della Repubblica. Ma si stima che possa arrivare a controllare il 37 per cento del pil, e il 70 per cento della valuta estera presente nel paese.
Alla testa della Gaesa era stato il defunto generale Luis Alberto Rodríguez López-Calleja, marito della figlia primogenita di Raúl Castro, Débora Castro Espín. Sul loro figlio, il 40enne Raúl Guillermo Rodríguez Castro, son saltate fuori indiscrezioni secondo cui si sarebbe incontrato con Marco Rubio - smentite dal governo dell’Avana, ma confermate da Donald Trump. Ufficialmente guardia del corpo del nonno, da cui un soprannome di “nietisimo” (nipotissimo), ha una fama a sua volta di intrallazzatore e accumulatore di asset, anche fuori da Cuba. Molto significativo che a questo impero sotterraneo vengano attribuite aziende di spedizioni, in modo da guadagnarci sopra con gli invii dei migranti negli Stati Uniti ai parenti rimasti nell’isola. Vari commenti suggeriscono che il “nipotissimo” sarebbe stato individuato da Trump e Rubio come esponente di una lobby affarista con cui si potrebbe trattare, proprio come è stato fatto in Venezuela con i fratelli Delcy e Jorge Rodríguez.
Ma proprio il segretario di stato, che è di origini cubane a sua volta, poco prima aveva fatto alcune dichiarazioni che a cinquantaquattro anni di distanza potrebbero essere accostate ai reportage di Tortora, quasi a voler ripetere la nota frase del presentatore quando tornò per l’ultima volta in Rai dopo la disavventura giudiziaria. “Dove eravamo rimasti?”. Solo che in quel caso era la chiusura di una parentesi da incubo, mentre qua c’è un incubo che non è mai finito, ed è anzi peggiorato. “Il problema fondamentale di Cuba è che non ha un’economia”, ha sottolineato in un’intervista a Bloomberg, proprio perché quelli al potere “non sanno come migliorare la vita quotidiana della popolazione senza perdere il controllo dei settori chiave”. “Vogliono controllare tutto” e non permettono al popolo cubano di gestire alcun aspetto rilevante. Anzi, quando vengono offerte loro delle opportunità, i leader cubani “non sembrano in grado di comprenderle o accettarle in alcun modo”. “Preferirebbero essere al comando di un paese morente piuttosto che permettergli di prosperare”.
L’annuncio del 9 febbraio che gli aeroporti cubani non avevano più carburante per aerei è stato un colpo micidiale per il turismo, che rappresenta il 7 per cento del pil, impiega oltre 300 mila persone, e a cui il governo nel primo trimestre del 2024 ha destinato il 34,5 per cento dei suoi investimenti. Nel 2025, quasi metà dei visitatori internazionali proveniva dal Canada (754 mila persone) o dalla Russia (131 mila). Ma le compagnie aeree canadesi e russe sono state le prime ad annullare i voli quando si è saputo che non si potevano più rifornire. L’isola ha ricevuto circa 2,2 milioni di turisti internazionali nel 2024, la cifra più bassa degli ultimi due decenni e al di sotto delle aspettative ufficiali. I dati dell’Ufficio Nazionale di Statistica e Informazione mostrano che tra gennaio e settembre 2025 gli arrivi di visitatori stranieri sono diminuiti del 20,5 per cento, con solo 1.366.720 turisti: oltre 350 mila in meno rispetto all’anno precedente. Rispetto al 2019 il crollo delle entrate è stato addirittura del 70 per cento.
Dopo che il 3 gennaio la cattura di Maduro aveva bloccato l’invio di petrolio dal Venezuela, il 29 gennaio Trump ha minacciato dazi a chiunque altro provi a fornire greggio all’isola, ma in effetti l’ultima petroliera aveva attraccato il 9 gennaio, anche se un’altra è arrivata il 16 febbraio, con bandiera di Saint Vincent e Grenadine. Uno “sconto” grazie ai colloqui tra Rubio e Raúlito? Comunque, l’isola rischia di restare del tutto a secco da marzo. Ma non solo per la crisi petrolifera: questo mese il cambio del mercato informale ha toccato il minimo storico di 500 pesos cubani per dollaro americano, dal momento che dalla fallita riforma monetaria del 2021 il crollo è stato di quasi il 2 mila per cento. L’economia cubana è a sua volta precipitata dell’11 per cento tra il 2019 e il 2024, e di un ulteriore 5 per cento fino a settembre 2025. Ma perfino la cosiddetta “fornitura umanitaria” di petrolio era diventata una fonte di profitto per il regime. Secondo fonti statunitensi, confermate dagli attivisti Rolando Cartaya e Javier Larrondo, il governo cubano avrebbe rivenduto circa il 60 per cento del greggio importato dal Venezuela tra la fine del 2024 e il 2025, ricavandone milioni di dollari per l’élite al potere.
“L’Avana dispone di riserve per circa 14,5 miliardi di dollari”, ha spiegato Cartaya, ricercatore dell’Osservatorio cubano dei conflitti, “come dimostrato dall’inchiesta del Miami Herald sulle finanze del gruppo militare Gaesa. Il regime è coinvolto da anni nel commercio illegale di petrolio, arrivando a rivendere fino al 60 per cento del greggio ricevuto dal Venezuela, mentre la popolazione affronta blackout prolungati”. Dal 2021 al 2025 la popolazione cubana ha perso un milione di migranti, scendendo sotto i 10 milioni. Paradossalmente, anche questa è stata in passato fonte di preziosa valuta per il regime: tra il 6 e l’8,3 per cento del pil, di cui almeno l’80-90 per cento proveniente dagli Stati Uniti. Dollari a parte, nel 2025 l’invio di cibo, medicine e abiti da cubani negli Stati Uniti ai loro parenti nell’isola è quasi raddoppiato, da 67,8 milioni di dollari dell’anno precedente a 130,9. Ma nel 2020 Western Union ha sospeso la possibilità di fare rimesse in modo legale, per cui tutto passa in maniera informale, attraverso i viaggiatori che portano denaro e merci. E poi, sempre più spesso ci sono famiglie che partono in blocco senza lasciare nessuno. Già nel maggio del 2025 Etecsa, unica compagnia di telecomunicazioni a Cuba - anch’essa nella holding Gaesa - aveva imposto un aumento dei prezzi di Internet senza preavviso, proprio per compensare il crollo delle ricariche dall’estero. E gli studenti avevano fatto proteste inedite.
Uno spettacolo di questi giorni che sembra riallacciarsi direttamente ai racconti di Enzo Tortora di oltre mezzo secolo fa sono le montagne di sacchetti di plastica, scarti alimentari, cartone e bottiglie che si stanno accumulano nei punti critici dell’Avana, perché anche i mezzi della nettezza urbana non hanno più carburante: solo 44 sono in funzione, su un totale di 106. Per molti cubani è diventata una risorsa, e si sono messi a rovistare tra i rifiuti alla ricerca di materiali da riutilizzare o vendere. Ma il tutto riempie la città di miasmi e insetti, con epidemie di dengue, chikungunya y oropouche che stanno dilagando. E un sistema sanitario, che il regime ha utilizzato storicamente come fiore all’occhiello, ma che ora non funziona più, è un’amara novità rispetto ai tempi di Tortora. Un’amara novità è anche il rinvio dell’iconico Festival dei sigari Habanos, uno dei forum più importanti al mondo per la rinomata industria del sigaro cubano. La 26esima edizione, in agenda tra il 23 e il 27 febbraio, è saltata con la motivazione ufficiale di voler “preservare i più alti standard di qualità, eccellenza ed esperienza che caratterizzano questo evento internazionale”. Nel 2025 la famosa subasta che viene fatta nell’occasione aveva fatto 16 milioni di euro, 17 nel 2024 e 11 nel 2023.
Anche il congresso del partito comunista è stato rinviato, per la prima volta. E anche al Papa è stato chiesto di rinviare la visita a quando sarà possibile. Contrappunto cubano del tabacco e dello zucchero era un famoso saggio che nel 1940 Fernando Ortiz aveva scritto per celebrare l’identità cubana attraverso i suoi due prodotti più iconici, mettendo assieme poesia, economia e antropologia. Ma già nel 2024 il regime ha dovuto imporre una tariffa doganale del 200 per cento all’importazione di tabacco e rum, per proteggere la produzione nazionale. Va detto che il tabacco per Cuba è ancora una fonte di entrate. Habanos S.A., joint venture tra la statale Cubatabaco e la anglo-iberoamericana Altadis, nel 2024 ha venduto per 827 milioni di dollari. Ma nel 2025 la raccolta dello zucchero da canna di quello che, una volta, ne era stato il più grande esportatore del mondo è precipitata a 150 mila tonnellate: la peggiore da un secolo. Ancora nel 1989 ne produceva otto milioni di tonnellate. Con un consumo interno di 600-700 mila tonnellate all’anno, Cuba deve dunque importarne, nel 2024 per un valore da 23 milioni di dollari: da Brasile, Colombia, Francia, perfino dagli Stati Uniti. Era in cambio di zucchero da canna a prezzo maggiorato che l’Unione sovietica finanziava il regime, con il petrolio che veniva poi anche rivenduto. Dopo il collasso dell’Urss e la conseguente crisi del “Periodo Speciale”, lo schema era ripreso con Chávez, a cui però in cambio del petrolio non serviva lo zucchero. Direttamente intelligence, e medici.
Con turismo e rimesse, l’altra importante risorsa con cui il governo cubano ha provato a sostituire lo zucchero come fonte di valuta è stato infatti l’export di operatori sanitari, che renderebbe 5-7 miliardi di dollari l’anno. Iniziò nel 1963 in Algeria, e oggi sono presenti in 56 paesi, con oltre 23 mila medici, infermieri e tecnici. Orgoglio del regime e anche dei suoi fan all’estero, è una pratica che però è finita sempre più nell’occhio del ciclone: occasione di proteste nell’isola, dove spesso negli ultimi anni durante le emergenze l’assistenza sanitaria è stata insufficiente; causa di denunce a livello mondiale, per il fatto che i paesi pagano direttamente al governo cubano, lasciando ai medici le briciole. In media non più del 15 per cento, che può comunque essere meglio rispetto a stipendi che in patria vanno sui 20 dollari al mese: un po’ di più di una media che sta sui 14. Per quelli che sono stati impiegati in Calabria sembra che vada ancor meglio: il medico prende 1200 dei 4700 dollari versati, che è il 25 per cento. In particolare, la ong Prisoners Defenders aveva raccolto oltre 1.400 testimonianze di partecipanti che denunciavano irregolarità, tra cui maltrattamenti, carichi di lavoro eccessivi e salari miseri. Ai medici non è consentito portare con sé la laurea, e se disertano non possono tornare a Cuba per otto anni. Rubio ha ora iniziato a emanare sanzioni, e vari paesi hanno iniziato dal 2025 a fare a meno di questi servizi: Bahamas, Antigua e Barbuda, Guatemala, Guyana e Saint Vincent e Grenadine. Ma, soprattutto, sta venendo rimpatriato questo personale dal Venezuela, che come per l’intelligence era pagato in petrolio. Anche all’Italia stanno in questo momento arrivando avvertimenti dall’Amministrazione Trump. A parte 418 milioni di dollari di tabacco lavorato e 75,2 milioni di rum, nell’export 2024 ci sono poi stati 107 milioni di zinco, 88,6 di nichel e 55 di metalli preziosi. Ma Sherritt International, attore chiave nell’estrazione di nichel e cobalto, ha annunciato la sospensione delle sue attività sull’isola a causa della carenza di energia elettrica.
Si annunciano in realtà varie spedizioni per portare aiuti di base, da vari soggetti: dal Messico al governo spagnolo di Sánchez; al governo cileno di sinistra che però passa di mano l’11 marzo; a una Flotilla, sul modello Gaza, sponsorizzata dall’organizzazione di sinistra radicale Internazionale Progressista, e con l’appoggio delle solite Greta Thunberg e Rashida Tlaib. A Mosca Putin ha ricevuto il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez e gli ha trasmesso saluti per Raúl Castro e Miguel Díaz-Canel, condanne per le pressioni americane e promesse generiche di aiuto. Non sembra però molto di più concreto del sostegno pure a parole che una recente delegazione italiana dell’Arci ha appena portato al presidente Miguel Díaz-Canel. Lo stesso Díaz-Canel dice che è disposto a parlare con Trump: ma senza evoluzioni del regime, e neanche liberazioni di detenuti politici. Questo mentre la macchina repressiva sembra quasi l’unica cosa nell’isola che continua a funzionare a piena efficienza. Il 19 febbraio sono stati arrestati gli oppositori Alina Bárbara López e Leonardo Romero Negrín. Sempre il 19 nel carcere di Canaleta si è accesa una rivolta, dopo che un detenuto era stato ucciso a bastonate per avere chiesto più cibo, e le autorità hanno cercato di farlo passare come suicidio. Nella repressione ci sarebbero stati almeno sei morti.
Il 15 febbraio è morto il 27enne Luis Miguel Oña Jiménez, che era stato condannato per avere partecipato alle storiche proteste dell’11 luglio 2021, ed era stato liberato 10 giorni prima dopo avere sofferto una ischemia in carcere. Il 13 febbraio sono stati arrestati i content creator Ernesto Ricardo Medina e Kamil Zayas Pérez. Il 10 febbraio Amnesty International ha denunciato un’escalation di detenzioni arbitrarie. Il 6 febbraio una denuncia della repressione e della crisi umanitaria era arrivata da Human Rights Watch. Il 5 febbraio Prisoners Defenders aveva evidenziato come Cuba avesse iniziato il 2026 con il numero record di 1207 detenuti politici. Ma non è in realtà solo un problema di politica. I dati di World Prison Brief mostrano in effetti che i 90 mila detenuti cubani rappresentano un tasso di incarcerazione da 794 detenuti ogni 100 mila abitanti, che è il secondo al mondo dopo i 1659 di El Salvador delle megacarceri di Nayib Bukele. Gli Stati Uniti sono quinti con 541, la Russia 332esima con 300, l’Italia è al 143esimo posto con 105.
“Il cambiamento è imminente” ha insistito l’incaricato d’affari statunitense a Cuba Mike Hammer in una intervista al quotidiano spagnolo Abc, spiegando che l’Amministrazione Trump ha già un piano per il “giorno dopo” la caduta della dittatura cubana e ha elaborato diversi scenari per una transizione verso la democrazia. Difficile capire cosa pensarne, tra i risultati effettivamente ottenuti dall’Amministrazione in Venezuela e la sfilza di mattane in altri contesti: dallo scontro con la Corte suprema alle minacce ad alleati Nato o alla stravaganza del Board of Peace. Che però i margini di sopravvivenza per il regime cubano si siano ridotti drasticamente è oggettivo. Ed è oggettivo anche che se in Europa e in Canada Trump suscita sempre più dubbi, proprio nell’area intorno a Cuba in particolare, e in America Latina in generale, il trumpismo sembra invece che stia facendo faville.
Qualcuno con particolare sfiducia nella capacità delle genti dei Caraibi di vivere in democrazia prevede che, se cadesse il regime, Cuba finirebbe come la vicina Haiti. Dove la gran parte del territorio è sotto il controllo di feroci bande armate, non si riescono a tenere elezioni dal 2016, e il presidente allora eletto Jovenel Moïse fu addirittura assassinato nella residenza ufficiale nel 2021, mentre dormiva. Su 11,5 milioni di abitanti 5,7 milioni sono in situazione di insicurezza alimentare, due milioni in situazione di emergenza, 1,4 milioni sono stati costretti in un anno a sfollare, 1600 scuole hanno dovuto chiudere per la violenza, 1,5 milioni di alunni sono stati così esclusi dall’istruzione. Nuove elezioni sono in teoria in agenda per il 30 agosto, ma è da vedere se la missione militare Onu con kenyani e personale di nove paesi della regione riuscirà a garantirle. Precedenti tentativi di stabilizzare il paese erano stati fatti tra il ‘94 e il ‘95 da truppe statunitensi, e tra il 2004 e il 2017 da un’altra missione Onu a guida brasiliana. Ma un’ultima violenta sommossa ci fu nel 2019, proprio su uno scandalo di appropriazione indebita collegato a forniture di petrolio venezuelano, e da allora Haiti non si è praticamente più ripresa, anche perché della situazione hanno approfittato sempre più le gang.
Chiamate in spagnolo pandillas o maras, queste bande di delinquenti imperversano in tutta l’America Centrale e anche più a sud, variamente intrecciate ai cartelli della droga organizzati. Nelle classifiche sui tassi di omicidi pro capite l’America Centrale occupa ben 34 dei primi 74 posti che precedono il 75esimo di Cuba, con 4,4418 assassinati ogni 100.000 persone. Se guardiamo alla top ten le prime sono Turks e Caicos (76,582); seconde le Isole Vergini negli Stati Uniti (49,631); terza Giamaica (49,299); sesta Haiti (41,152); settima Saint Vincent e Grenadine (40,405); ottava Trinidad e Tobago (39,516), decima Saint Lucia (36,696) (l’Italia è a 0,545, 182esimo posto su 204). Però, a differenza che nella dittatoriale Cuba e nella disgregata Haiti, nel resto di questi paesi si vota. Dal primo giugno 2019 presidente dell’El Salvador è diventato Nayib Bukele: un facoltoso imprenditore e oriundo palestinese che aveva iniziato come sindaco di sinistra, ma è poi diventato l’alfiere di una linea durissima contro la delinquenza basata sulla costruzione di megacarceri, da cui il già citato record della popolazione detenuta, davanti a Cuba. La sua stretta autoritaria è stata nettissima e inquietante, ma Trump lo ha subito individuato come punto di riferimento, anche per deportare gli immigrati espulsi. Effettivamente nel 2025 il tasso di omicidi è calato del 28 per cento, e sebbene l’economia dipenda soprattutto dalle rimesse, l’altra fissazione di Bukele sono le criptomonete, da estrarre grazie all’energia dei vulcani salvadoregni. Ed è pure riuscito a facilitarle, all’opposto rispetto al blocco cubano. In un’ideale polarità Cuba-El Salvador come paesi centroamericani entrambi autoritari, con popolazione carceraria record e dipendenti dalle rimesse, calo della criminalità a parte, il pil salvadoregno nel 2025 è cresciuto del 4,1 per cento e le sue riserve valutarie in un anno sono aumentate di un miliardo di dollari. Quanto al turismo, mentre quello cubano precipitava, quello salvadoregno ha conosciuto un boom a sorpresa grazie a una serie di concerti di Shakira: in sole cinque notti sono venuti 145 mila visitatori, con entrate per 110 milioni di dollari.
Ma anche le esportazioni minerarie della Repubblica Dominicana sono a livello da record, permettendole di proiettare per il 2026 la crescita di pil più alta di tutta l’America Latina, col 4,5 per cento. Ci sono poi il turismo, gli investimenti stranieri, gli export delle zone franche e un consumo interno intenso. Seconda è Panama, col 4,1. Merito del Canale e della ripresa del turismo internazionale. Dopo il sud America, con l’Argentina di Milei al 4 e il Paraguay al 3,9, quinto è il Guatemala, col 3,7: rimesse, domanda interna e un buon settore finanziario. Sempre centroamericani i posti successivi: Costa Rica 3,6; Honduras 3,5; El Salvador 3; e perfino il Nicaragua, pure col 3. Il regime nicaraguense dei coniugi Ortega è anch’esso in una gravissima involuzione autoritaria ma, probabilmente grazie al fatto che sta svendendo di tutto ai cinesi, riesce a reggere in una condizione che per Cuba e per il Venezuela di Maduro non era possibile. Peraltro, con le modalità con cui Ortega ha imposto ai cubani il visto ha fatto intravedere che anche lui vorrebbe venire a patti con Trump. A parte Argentina e Paraguay, il resto dell’America Latina è chiaramente più indietro: 2,65 per cento per la Colombia; 2,5 Perù; 2,2 Cile e Uruguay; 2 Brasile e Ecuador; 1,3 Messico; 1,1 Bolivia. Un discorso a parte merita il possibile 10-15 per cento del Venezuela, che segnerebbe una chiara ripresa dall’abisso in cui era precipitato, ma che richiede evidentemente che la transizione si chiarisca e si consolidi.
Tradizionalmente, la giustificazione che il regime cubano dà di sé stesso, e che viene ripetuta anche da tanti suoi sostenitori da fuori è: tutto è meglio degli yankees. Ma in questo momento la protesta per la delinquenza, il malcontento per i problemi economici di governi di sinistra e anche, invece, le buone performances di quelli di destra stanno spingendo un sorprendente ciclo elettorale trumpiano, che verrà consacrato con il vertice di Miami del 7 marzo. Sono invitati il presidente argentino Javier Milei, Santiago Peña, presidente del Paraguay, Rodrigo Paz Pereira, che governa in Bolivia dallo scorso novembre, Nayib Bukele, che come già ricordato è presidente di El Salvador dal primo giugno 2019; Nasry Asfura, presidente dell’Honduras, Daniel Noboa, presidente dell’Ecuador. Non ci saranno perché non ancora insediati, ma fanno dichiaratamente parte della combriccola Laura Fernández Delgado, eletta presidente del Costa Rica il primo febbraio, ma che sarà in carica dall’8 maggio, e José Antonio Kast, eletto presidente del Cile il 14 dicembre scorso, ma in carica dall’11 marzo.
Non ci saranno invece i presidenti di Panama, Repubblica Dominicana e Guatemala. Ideologicamente sarebbero anche loro filoamericani, ma - per motivi vari - se alla Casa Bianca c’è Trump, preferiscono stare tutti e tre, per ora, un po’ a distanza.