Ansa
solitudine dorata
Come Netflix, perdendo una battaglia, si avvia a vincere la Streaming War
Dopo il rilancio di Paramount Skydance per Waner Bros Discovery a 111 miliardi di dollari, il gigante dello streaming ha replicato con un "no grazie". E il mercato ha risposto con un balzo del 10 per cento del titolo. Mentre gli altri fondono per non affondare, Netflix ha vinto la guerra della credibilità
C’è un vecchio adagio tra i più navigati operatori della finanza: “Il miglior affare è quello che non hai fatto”. Se poi, per non averlo fatto, ti staccano pure un assegno da 2,8 miliardi di dollari come “premio di consolazione”, allora non siamo più solo nel campo della prudenza, ma in quello del piccolo capolavoro strategico. Il 26 febbraio 2026 rimarrà negli annali non come il giorno in cui Netflix ha “perso” la guerra per Warner Bros. Discovery (Wbd), ma come il momento in cui la creatura di Reed Hastings ha definitivamente depositato la corona di tech-disruptor per indossare i panni, assai più pesanti e prestigiosi, del gestore di capitale impeccabile, che incassa perfino una penale miliardaria dalla propria possibile preda. Andiamo con ordine, prima che l’emozione per la mancata unione tra l’algoritmo di Los Gatos e il maghetto Harry Potter offuschi la vista. Netflix ha guardato negli occhi il rilancio di Paramount Skydance – un’offerta all-cash da 111 miliardi di dollari, ovvero 31 dollari per azione – e ha risposto con un algido sorriso di cortesia: “No, grazie, il prezzo non è più attraente”: disciplina per vocazione, non per necessità. Il mercato ha risposto con un balzo del 10 per cento del titolo: Wall Street, per una volta, non ha premiato l’espansionismo bulimico, ma la conservazione del capitale. Mentre Paramount e Wbd si preparano a un matrimonio che sa tanto di “unione dei vinti” sotto l’ombrello di Skydance, Netflix si gode la sua solitudine dorata. La verità è che il deal originale di Netflix era chirurgico: voleva gli studios, voleva Hbo, voleva il catalogo. Ma non aveva alcuna intenzione di portarsi a casa la zavorra dei canali lineari (Cnn e Tnt in testa), asset che oggi bruciano cassa più velocemente di quanto una serie di successo possa generare abbonati. Se aggiungiamo il fatto che un canale come Cnn è una vera “patata bollente” in termini politici nello scenario dell’informazione giornalistica Usa in tempi trumpiani, possiamo capire come su quel terreno si sia consumato uno scontro tanto silenzioso quanto feroce.
Paramount Skydance, guidata dall’ambizioso David Ellison, ha scelto invece la strada opposta: la fusione totale. Un’operazione da 111 miliardi che crea un gigante dalle basi tecnologiche e finanziarie ancora fragili, costretto a gestire una grande massa di debiti e l’inesorabile declino della tv via cavo, ma che ancora interessa moltissimo alla politica nazionale. Certo, l’orgoglio dei vecchi imperi spinge al consolidamento per fare massa critica contro i giganti del tech, ma la storia economica ci insegna che sommare due problemi raramente produce una soluzione. Questa dinamica non è un’esclusiva californiana. Se guardiamo a casa nostra, non possiamo non notare le analogie con il faticoso processo di consolidamento dei media europei. Pensiamo alla lunga marcia di Mfe (MediaForEurope) per espugnare la fortezza tedesca di ProSiebenSat.1. La resistenza dei manager di Unterföhring, trincerati dietro un’idea di sovranità nazionale che sa di naftalina, ricorda molto le barriere che i vecchi colossi americani hanno tentato di erigere contro l’avanzata digitale. In Europa, come negli Usa, la scala conta. Ma la scala senza una strategia digitale sostenibile è solo un modo più lento per gestire il declino. Mfe ha capito che senza un asse pan-europeo non si sopravvive alla pressione dei vari Netflix, Disney+ e Amazon Prime Video. Tuttavia, la difficoltà di integrare culture aziendali diverse e di convertire modelli di business basati sulla pubblicità lineare in ecosistemi digitali fluidi è la sfida del decennio. Se i media europei vogliono mantenere la propria specificità culturale, non possono limitarsi a chiedere protezione normativa e devono iniziare a produrre innovazione tecnologica e finanziaria. Cosa resta agli utenti in questo scenario di trincea? Forse dovranno rassegnarsi a non vedere le meraviglie tecnologiche di Netflix applicate al franchise di Harry Potter nel breve termine. Ma il consumatore è il vero beneficiario di un player finanziariamente sano. Un’azienda che non sovrapaga per le acquisizioni è un’azienda che può continuare a investire miliardi in contenuti originali, live events e gaming senza dover raddoppiare il canone mensile ogni sei mesi per ripagare i debiti di un’acquisizione avventata.
Netflix rimane il player da battere. Lo è perché ha capito prima degli altri che nel nuovo ecosistema dei media la tecnologia è il fattore abilitante, ma la disciplina sul capitale è la condizione necessaria per la sopravvivenza. La “Streaming War” non si vince con la sciabola delle vecchie library, ma con il fioretto della gestione finanziaria. David Ellison ha vinto la battaglia di Warner, incassando il plauso degli azionisti Wbd che festeggiano un prezzo d’uscita generoso. Ma Netflix ha vinto la guerra della credibilità. E mentre i giganti del passato si fondono per non affondare, il Re dello streaming continua la sua corsa, più leggero e più ricco di prima. Buona fortuna a chi deve ora dimostrare che 111 miliardi di dollari di “legacy” valgono quanto un algoritmo che sa esattamente cosa guarderai stasera.