LaPresse
La strategia
Con Trump, l'Ue ha più leve di quanto pensi. Sui dazi serve meno avversione al rischio
Secondo un rapporto dell’istituto tedesco Dezernat Zukunft, anche l’Ue può usare le dipendenze americane a proprio vantaggio, dai profitti dei colossi Tech all’uranio per le centrali nucleari. Quel che serve è un cambio di mentalità politica e meno avversione al rischio
Bruxelles. La Commissione di Ursula von der Leyen ha scelto di replicare la stessa tattica dello scorso anno di fronte ai dazi annunciati da Donald Trump dopo la clamorosa bocciatura della sentenza della Corte suprema americana della corsa settimana. Nessuna minaccia di rappresaglia, nemmeno un’escalation verbale, la Commissione si limita a chiedere “chiarezza” all’Amministrazione americana dopo la decisione del presidente di rilanciare con dazi globali del 10 per cento che potrebbero presto diventare il 15 per cento. “Stabilità” e “prevedibilità” per le imprese rimangono il mantra. Lo stesso che aveva giustificato l’accordo svantaggioso per l’Ue concluso con Trump a luglio sul suo campo di golf di Turnberry in Scozia. Martedì il commissario al Commercio, Maros Sefcovic, ha invitato il Parlamento europeo ad approvare l’accordo di Turnberry nella sessione plenaria di marzo per permettere all’Ue di onorare la sua parte, cioè l’azzeramento dei dazi sui prodotti americani in cambio di un tetto massimo del 15 per cento su quelli europei. Eppure quel documento è seriamente rimesso in discussione. Da settembre il tasso medio applicato dagli Stati Uniti all’Ue è attorno al 10 per cento. Con i nuovi dazi di Trump al 10 per cento è salito al 14,8 per cento. Se il presidente americano metterà effettivamente in atto la minaccia di passare al 15 per cento, il tasso medio di dazi americani per l’Ue sfiorerà il 20 per cento.
La giustificazione addotta dalla Commissione per il rifiuto di entrare in un rapporto di forza con Trump sui dazi è la debolezza dell’Ue, che dipende dal mercato americano per la sua crescita. L’opinione corrente a Bruxelles è che, contrariamente alla Cina, l’Europa non avrebbe leve a sua disposizione per infliggere dolore agli Stati Uniti. Ma un rapporto dell’istituto tedesco Dezernat Zukunft smentisce la narrazione alla base dell’asservimento europeo. Gli Stati Uniti non hanno dipendenze solo dalla Cina. L’Europa – compreso il Regno Unito – “ha più leve di quanto pensi” dicono gli autori. Dai profitti dei colossi Tech all’uranio per le centrali nucleari, anche l’Ue può usare le dipendenze americane a proprio vantaggio. Quel che serve è un cambio di mentalità politica e meno avversione al rischio.
“Potere e leva non sono la stessa cosa. Il potere si riferisce a capacità assolute. La leva descrive la capacità di imporre costi asimmetrici, di danneggiare un altro attore senza subire un danno proporzionale”, spiega il rapporto. I punti critici americani che possono essere sfruttati dall’Europa a proprio vantaggio senza subire danni proporzionali toccano diversi settori: l’arricchimento dell’uranio, la fornitura di turbine, un mercato unico di 450 milioni di consumatori e 30 milioni di imprese che spendono 10.000 miliardi di dollari nella tecnologia americana, un’espansione delle esportazioni di gas naturale liquefatto di tale portata che gli Stati Uniti hanno bisogno del ricco mercato europeo per dargli uno sbocco. Secondo il rapporto, “la posizione degli Stati Uniti è fragile: la domanda di titoli del Tesoro dipende dagli hedge fund londinesi, le valutazioni tecnologiche richiedono i consumatori europei e gli esportatori di Gnl hanno bisogno dei prezzi premium europei”. Chi ha più bisogno di chi?
Il caso delle Big tech è esemplare. Il rapporto analizza l’enorme importanza dell’Europa per le “Magnifiche Sette” aziende tecnologiche americane. Una chiusura del mercato europeo per Apple, Alphabet, Microsoft, Amazon, Meta, Nvidia e Tesla, farebbe precipitare la loro valutazione in Borsa con “una perdita del 30 per cento” ed effetti sul valore delle pensioni degli americani. La Cina ha efficacemente usato il suo quasi monopolio sui magneti, le terre rare e alcuni tipi di chip, per far indietreggiare Trump sui dazi. L’Ue ha la possibilità di imporre danni superiori a quelli che subirebbe in un rapporto di forza con l’uranio a basso arricchimento e le turbine a gas. Il primo è essenziale per le ambizioni nucleari degli Stati Uniti. Le seconde saranno necessarie per alimentare di energia i grandi data center dell’intelligenza artificiale. Non è indispensabile imporre un embargo. Basta dare priorità ai clienti europei per infliggere danni da 50 miliardi di euro. Ma “per capitalizzare” sulle dipendenze americane, “l’Europa deve agire su cinque fronti”, dice il rapporto. Anche solo il primo – “rendere lo strumento anti coercizione credibile” – è un tabù. Von der Leyen ha rifiutato di usarlo non solo durante la guerra dei dazi del 2025, ma anche quando Trump ha minacciato di annettersi la Groenlandia.
bombe e negoziati
Missili e droni contro l'Ucraina e l'incontro in Svizzera con Witkoff
polarizzare il dibattito