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L'analisi
Coalizioni ampie e immaginazione. Così si resiste alla deriva di Trump
Il presidente americano vuole essere il signore della guerra e della pace, fare tanti soldi ed essere popolare. Tutto non si può
Uzhorod, Ucraina. A Donald Trump non sta riuscendo molto bene il suo esperimento fascista. E’ emerso chiaramente dal suo discorso sullo stato dell'Unione, carico di atmosfere fasciste ma che in definitiva ha restituito l’immagine di un bullo a corto di fiato. Il problema del presidente americano non è con l’idea di fascismo in sé, che gli si addice. Il fascismo celebra un leader che trascende la legge e mira a unire il popolo al suo destino. Nega la verità in favore di grandi narrazioni sulla lotta contro un nemico designato. Postula un’età dell’oro immaginaria. Tutto questo, nel suo discorso, c’era.
In questo caso, il nemico designato è il Partito democratico “folle”, che Trump ha associato all’immigrazione illegale e alla criminalità. Quanto alle vittime prescelte, l’Amministrazione sta conducendo una repressione sistematica degli immigrati negli Stati Uniti, seminando il terrore nelle città di tutto il paese. Agli omicidi di civili in Minnesota hanno fatto seguito clamorose menzogne sulle vittime.
Tutto questo è agghiacciante, ma è anche una stasi. Trump è impopolare e l’economia interna è debole. Quando il governo ha ucciso cittadini americani, i manifestanti non si sono lasciati scoraggiare. Per passare dall’autoritarismo competitivo al fascismo conclamato, Trump ha bisogno di un altro tipo di conflitto: una guerra sanguinosa, popolare e vittoriosa. E questo è fuori dalla sua portata. Il fascismo esige una grande guerra straniera per generare un serbatoio di senso da cui attingere per giustificare un potere indefinito e una repressione sempre più intensa. Dipingendo il mondo come una lotta senza fine, il fascismo usa la guerra per far apparire la sottomissione alla gerarchia come l’unica scelta possibile. Trump intuisce di aver bisogno di una guerra del genere, ma, come suo solito, cerca una scorciatoia. Nel discorso sullo stato dell’Unione, ha dipinto l’hockey olimpico come un grande conflitto internazionale, con il bizzarro annuncio che avrebbe conferito a Connor Hellebuyck, il portiere della squadra americana, la medaglia presidenziale per la libertà. Dopo che le forze speciali americane hanno estratto Nicolás Maduro dal Venezuela, Trump ha paragonato l’operazione, in modo assurdo, alla Seconda guerra mondiale.
Per completare la transizione fascista, Trump deve trascinare l’America in una guerra che l’America non vuole, e poi vincerla. Ha portato gli Stati Uniti sull’orlo di una grande guerra con l’Iran, ma quando nel discorso ha accennato ai preparativi, si è guardato intorno in modo vago, agitando le mani.
Gli americani non vogliono una guerra del genere, anche se questo non è esattamente il problema di Trump. Nemmeno i tedeschi volevano una guerra con la Polonia nel 1939. Ma Hitler la fece comunque, vincendola rapidamente. Il problema di Trump è che non sa come combattere una guerra, e così si dibatte nell’incertezza. La sua Amministrazione ha smantellato le istituzioni e rinunciato agli strumenti necessari per avviare una paziente campagna di pressione sull’Iran, che avrebbe dovuto combinare sanzioni e promesse con richieste di libertà di espressione e sostegno alla società civile. Restano così solo due scenari possibili. Nel primo, con l’Iran non succede granché. Trump dimentica le decine di migliaia di manifestanti uccisi di cui sostiene di essere il protettore. La Marina americana salpa via. Forse qualche missile viene lanciato prima che le navi si allontanino. In ogni caso, Trump rivendica una vittoria straordinaria, foriera di una pace miracolosa. Ma questo non avrebbe alcun effetto sulla politica interna.
Nell’altro scenario, gli Stati Uniti invadono l’Iran. E’ l’unica escalation che potrebbe in qualche modo favorire la transizione fascista. Ma la guerra è una cosa seria, e Trump è incompetente, come lo sono tutti i suoi consiglieri. Gli americani non avranno pazienza. Forse cambierebbero idea se Trump sapesse spiegare cosa sta facendo – ma non è in grado di farlo – o se ci fosse una vittoria rapida – che non ci sarà. L’impatto di un’invasione dell’Iran sulla politica interna sarebbe probabilmente così catastrofico da far sì che Trump non arrivi alla fine del suo mandato, o addirittura alla fine di quest’anno, come presidente.
Trump vuole la botte piena e la moglie ubriaca. Vuole essere il signore della guerra che tutti temono, ma vuole anche fare molti soldi. La parola “accordo”, che usa sempre nel contesto dell’Iran, significa “possiamo essere corrotti” – l’unico filo conduttore della politica estera americana sotto Trump. Trump vuole che la sua corruzione venga definita costruzione della pace, degna di un premio.
Si consideri la sua traiettoria di vita. Un ragazzo del Queens che cerca di aggirare le regole e far soldi nel settore immobiliare per essere accettato e ammirato a Manhattan. Fallito questo progetto, passa a un palcoscenico più grande, prendendo a martellate le istituzioni americane e arricchendo sé stesso, la sua famiglia e i suoi amici. Ma vuole ancora acclamazione e riconoscimento. Trump è quindi bloccato. Sa distruggere le cose, ma non sa costruirle. Sa fare la voce grossa, ma non sa trionfare. E’ stanco, ogni giorno è più difficile del precedente, ci sono rivali in agguato e si avvicinano le elezioni di metà mandato. Prima che arrivino, Trump ha due mosse a disposizione: vincere una guerra – cosa che non può fare – oppure sopprimere il voto – cosa che con ogni probabilità tenterà di fare. Ma ha già fallito nel tentativo di rubare un’elezione, e nulla lascia supporre che non fallirebbe di nuovo.
Trump potrebbe provare a combinare entrambe le cose, sostenendo che le elezioni non possono tenersi a causa di minacce terroristiche legate alla guerra che ha scatenato in Iran o altrove. Ma se giornalisti, giudici e altri attori saranno preparati a questa mossa, essa fallirà.
Quanto al vero stato dell’Unione, gli americani hanno resistito alla deriva verso il fascismo: milioni di persone nelle piazze di tutto il paese, comprese migliaia o decine di migliaia nelle città invase dagli agenti federali. Le espressioni individuali di coraggio e determinazione sono ovunque. Anche mentre molti grandi organi di informazione si inchinano, altri svolgono un lavoro prezioso e il giornalismo locale tiene informata l’opinione pubblica. I gruppi della società civile elaborano piani e presentano ricorsi. Trump ha portato il paese a una soglia che non riesce ad attraversare. Ma non è possibile tornare alla normalità. Ciò che verrà dopo è ancora incerto.
I fascisti restano in posizioni di autorità, e le istituzioni federali continuano ad attuare politiche inconciliabili con lo stato di diritto. Nei prossimi sei mesi ci saranno altre cattive notizie, e altri momenti di coraggio e di mobilitazione. A novembre si terranno le elezioni, ma con ogni probabilità saranno più difficili del solito. Gli oppositori dell’autoritarismo possono certamente vincere, ma sarà una battaglia in salita che richiede la costruzione di ampie coalizioni e la capacità di immaginare futuri migliori. Non possiamo tornare indietro, ma possiamo fare molto meglio.
Timothy Snyder
Titolare della cattedra di Storia moderna europea alla Munk School of Global Affairs and Public Policy dell’Università di Toronto e fellow permanente dell’Istituto per le scienze umane di Vienna. E’ autore o curatore di una ventina di libri.
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