Ansa
“Anatomia di un istante”
Antonio Tejero è morto e neanche i complottisti si sentono tanto bene
Il tenente colonnello della Guardia civile spagnola muore a 93 anni il giorno stesso in cui il governo decide di desecretare gli ultimi documenti riguardanti il fallito golpe di cui proprio lui fu il protagonista più visibile nel 1981. Dietrologie
Tejero è morto e neanche i complottisti si sentono tanto bene. Si potrebbe riassumere così questa curiosa coincidenza storica in cui il tenente colonnello della Guardia civile spagnola, Antonio Tejero, muore a 93 anni il giorno stesso in cui il governo decide di desecretare gli ultimi documenti riguardanti il fallito golpe di cui proprio lui fu il protagonista più visibile, con quel suo ingresso a pistolettate nel plenario del parlamento di Madrid, il 23 febbraio 1981 (23-F, dicono gli spagnoli). Fu il primo golpe ripreso dalle telecamere e quelle immagini le ricordano tutti, non solo in Spagna. Javier Cercas gli ha dedicato un libro famoso, “Anatomia di un istante”.
Nel 45º anniversario di quell’episodio, lunedì scorso, Pedro Sánchez ha annunciato che il 25 febbraio avrebbe rivelato gli ultimi documenti ancora coperti dal segreto di Stato. L’iniziativa partiva da un appello dello stesso Cercas, che in occasione del lancio di una serie televisiva basata sul suo libro ne aveva chiesto la desecretazione. Con un’intenzione precisa: dimostrare che “l’unico segreto sul 23-F è che non c’è nessun segreto”, dunque togliere terreno agli allevatori di “bufale”, pur sapendo, dice ancora lo scrittore, che le bufale non moriranno mai, perché sono un buon affare per molti.
Le dietrologie sul 23-F servono a screditare il re Juan Carlos, dimostrare ipotetiche complicità di chi invece fu tra i protagonisti di quella pacifica transizione democratica. Anche le ultime rivelazioni lo dimostrano: quattro telefonate concitate al generale Milans del Bosch, la vera mente del golpe, che a Valencia aveva fatto uscire i carrarmati in strada. “Ti ordino di ritirare le unità militari”, gli dice il re, ribadendo “la ferma decisione di mantenere l’ordine costituzionale”.
E infatti chi mette in discussione Juan Carlos, oggi, mette in discussione tutta l’impalcatura costituzionale nata in quegli anni. La narrazione piace ai nazionalisti regionali, ai rivoluzionari eterni e ai simpatizzanti del terrorismo dell’Eta (che in democrazia intensificò i suoi crimini). Non a caso i partiti indipendentisti catalani, baschi e galleghi boicottano sistematicamente le cerimonie legate alla Costituzione e al 23-F. Sono poco affezionati alle origini di quello che con malcelato disprezzo chiamano “il regime del ‘78”.
Se giuridicamente la democrazia nasce con l’approvazione della Costituzione del ‘78, proprio con il 23-F finisce la guerra civile e fiorisce di fatto la democrazia spagnola. Cercas lo racconta bene descrivendo l’istante in cui Tejero spara e gli unici a non abbassare la testa sono Adolfo Suárez (primo ministro uscente), il generale Gutiérrez Mellado (vice di Suárez con delega alla Difesa) e il deputato comunista Santiago Carrillo. È il ritratto più potente della Spagna pacificata: il primo ha fatto carriera nel franchismo, ma ha deciso di dare una svolta dopo la morte del dittatore. Il secondo è stato addirittura un soldato di Franco e nelle barricate della guerra civile era schierato sul lato opposto di Carrillo, un comunista che nel frattempo ha abbracciato l’eurocomunismo di Berlinguer. A ciò va aggiunto che in quel plenario si votava la fiducia al nuovo governo di Leopoldo Calvo-Sotelo, nipote di quel Calvo-Sotelo assassinato dai repubblicani nel 1936, gesto ultimo che scatenò la reazione dei franchisti.
Quel cerchio tragico si chiuse nel 1981. “L’errore è stato lasciare libero il Borbone”, si legge ancora in uno degli ultimi documenti segreti, che oggi riabilitano Juan Carlos meglio di quanto non sia riuscito a fare lui con la recente pubblicazione delle sue memorie. Il suo esilio volontario si deve ad altri scandali, ma ora il leader del Partito popolare, Alberto Núñez Feijóo, ne chiede un ritorno con tutti gli onori. Anche il socialista Felipe González lo difende.
Momento infelice per i complottisti. “Una brutta notte capita a tutti”, si potrebbe dire citando quel romanzo di Eduardo Mendicutti (in Italia edito da Guanda, come il libro di Cercas) che racconta la notte del golpe dal punto di vista di una trans andalusa a Madrid. Una nuova Spagna – quella che avremmo riconosciuto tutti come la Spagna della movida, di Almodóvar e (perché no?) di Pertini al Santiago Bernabeu per la finale che ci vide campioni del mondo – stava prendendo vita, malgrado ancora tanti morti dell’Eta e la cocciutaggine di chi ha bisogno di sentirsi sempre in trincea, ma nella trincea sbagliata. Anche in Spagna, in questi anni, “l’idea giusta era un’altra, un altro il movimento”.
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