Ansa
polarizzare il dibattito
Nella Parigi elettorale è tutto uno scontro di estremi (e contro i media)
Le candidate per il comune della capitale francese, Sophia Chirikou e Sarah Knafo, sono le due schegge impazzite della campagna elettorale. Opposte sul piano ideologico, hanno trovato un obiettivo comune nel guastare la festa a Emmanuel Grègoire, il candidato sindaco del Partito socialista
Parigi. Diametralmente opposte sul piano ideologico, ma accomunate da una strategia di comunicazione aggressiva, dalla retorica antisistema e dal conflitto permanente come motore politico. Sophia Chikirou, candidata della France insoumise (Lfi), la formazione dell’ultrasinistra di Jean-Luc Mélenchon, e Sarah Knafo, candidata di Réconquête, il partito della destra radicale fondato da Éric Zemmour, sono le due schegge impazzite della campagna elettorale per il rinnovo del comune di Parigi (il primo e il secondo turno delle elezioni comunali sono in programma i prossimi 15 e 22 marzo). Sono apparse all’improvviso, entrambe con l’obiettivo di guastare la festa a Emmanuel Grégoire, il candidato sindaco del Partito socialista, e soprattutto a Rachida Dati, candidata dei Républicains e favorita secondo tutti i sondaggi. Chikirou, 46 anni, soprannominata la “regina madre” di Lfi, è stata la responsabile della comunicazione della campagna di Mélenchon per le presidenziali del 2017 nonché l’artefice della radicalizzazione della linea politica del partito: ha ufficializzato la sua candidatura a sindaco della capitale lo scorso novembre promettendo una “campagna bulldozer” e di essere la voce della “Parigi popolare” e non della “Parigi dei miliardari”. Knafo, 32 anni, è stata invece spin doctor e consigliera speciale del Zemmour candidato alle presidenziali, dopo una militanza nel gollismo: si è lanciata nella corsa il 7 gennaio, presentandosi come l’unica in grado di realizzare “l’unione delle destre” e scalzare il socialismo dal comune di Parigi.
Rappresentanti di due estremismi speculari e compagne discrete dei rispettivi capi anche nella vita privata, Chikirou e Knafo stanno polarizzando il dibattito parigino con toni incendiari a cui la capitale non era abituata. Durante una riunione pubblica nel 19esimo arrondissement di Parigi, la candidata di Lfi ha accusato i giornalisti che nei media, in questi giorni, hanno criticato i legami tra il partito e il gruppuscolo antifà responsabile della morte di Quentin Deranque, definendoli “nazisti di bassa lega”. Il giorno dopo Mélenchon ha organizzato una conferenza stampa escludendo i giornalisti dei media tradizionali e invitando solo coloro che non hanno emesso alcuna critica verso Lfi. “Non ho alcun problema con i media, sono i media ad avere un problema con me”, ha dichiarato Mélenchon, aggiungendo che in caso di conquista dell’Eliseo l’impero mediatico di Bolloré, che comprende CNews, Europe1 e il Journal du dimanche, sarà “venduto a pezzi” o addirittura “confiscato”. Metodi da regime sudamericano. O cinese. Del resto era stata la stessa Chikirou a settembre a dire che la Cina “non è una dittatura” e la “libertà d’espressione” non è più in pericolo a Pechino che a Parigi.
Knafo, per conquistare gli elettori, sta puntando tutto su una campagna pop ispirata all’estetica progressista di Mamdani, dal nome del sindaco democratico di New York. Ma dietro il linguaggio accattivante, un sito che sembra uscito da una puntata di “Emily in Paris” e lo slogan “Ville heureuse”, città felice, restano i pilastri della retorica xenofoba e nazionalista del Zemmour-pensiero: a partire dalla “remigrazione”, un concetto agli antipodi dall’essenza di Parigi, capitale dell’accoglienza per antonomasia.
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