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Medio Oriente

Dalla Siria all'Iraq. Dove vengono trasferiti i prigionieri dell'Isis dopo il ritiro delle Sdf

Shelly Kittleson

Il Comando centrale dell'esercito americano ha completato il trasferimento di circa 5.700 detenuti. Il numero di prigionieri nelle carceri siriane non si sa ancora con certezza. Intanto Baghdad ha dichiarato che saranno processati per terrorismo secondo il proprio sistema giudiziario, che prevede il ricorso alla pena di morte

Damasco. Il trasferimento di migliaia di prigionieri, trasportati in aereo dalla Siria all’Iraq a partire dalla fine del mese scorso, è sembrato a molti segnare la fine di un’epoca in cui il sostegno statunitense alle Forze democratiche siriane (Sdf), guidate dai curdi, era giustificato soprattutto dal loro ruolo di principale baluardo contro una nuova insurrezione dello Stato islamico (Isis). La rapida perdita, da parte delle Sdf, della maggior parte dei territori che controllavano – territori che, va ricordato, sono a maggioranza araba – nei giorni immediatamente precedenti al trasferimento ha mostrato chiaramente che le Sdf non sarebbero state in grado di mantenere il controllo del territorio senza un supporto straniero costante e insostenibile. Il 13 febbraio scorso, il Comando Centrale dell’esercito americano ha annunciato di aver completato il trasferimento di circa 5.700 prigionieri dell’Isis in Iraq, dopo aver inizialmente stimato, a gennaio, che il numero sarebbe potuto arrivare fino a 7.000.

 

Negli anni successivi alla caduta dell’ultimo territorio dell’Isis in Siria, nel 2019, ripetute richieste di informazioni dettagliate – o anche solo stime approssimative – sul numero dei detenuti nelle carceri gestite dalle Sdf sono rimaste senza risposta, sia da parte dei funzionari curdi sia da parte dei membri della coalizione internazionale. L’attendibilità della cifra di 9.000 prigionieri, ampiamente citata come quella ufficiale delle Sdf nel gennaio 2026, è stata messa in dubbio da diverse fonti locali.

 

Nel 2023, la statunitense Rand Corporation aveva raccomandato, in un documento di indirizzo politico, di effettuare un censimento dei prigionieri detenuti dalle Sdf: “Ciò fornirebbe alle Sdf e alla coalizione anti Isis una migliore comprensione della popolazione carceraria e delle sue esigenze. Inoltre, una valutazione della sicurezza permetterebbe di comprendere meglio le minacce e di stabilire priorità per mitigarle”. Ma tutto questo sembra non sia stato fatto. Lo stesso documento osservava che “non esiste un processo giudiziario concordato per i prigionieri, né una procedura di giustizia minorile per i giovani detenuti. Anche la raccolta di prove per sostenere eventuali procedimenti è carente”, e che “tra i prigionieri figurano minori trattenuti in condizioni non conformi agli standard umanitari e di tutela dei bambini, il che potrebbe accrescere il rischio di radicalizzazione”. Nelle ultime settimane, funzionari iracheni hanno affermato che gli Stati Uniti si sarebbero impegnati a coprire i costi della detenzione e del processo dei prigionieri – la maggior parte non sono cittadini iracheni. Un funzionario del ministero della Giustizia iracheno ha dichiarato il 17 febbraio che 150 minori sono stati accolti in Iraq e che per i loro casi verranno predisposte procedure e strutture separate. Negli ultimi giorni è circolato online un documento che indicava le presunte nazionalità e i numeri dei detenuti, ma il ministero della Giustizia iracheno ha smentito la sua attendibilità.

 

Il 24 febbraio, l’emittente curda irachena Rudaw ha citato un funzionario del Centro nazionale per la cooperazione giudiziaria internazionale – collegato al Consiglio superiore della magistratura irachena – secondo cui sono già state raccolte le dichiarazioni di oltre 500 prigionieri dell’Isis, ma saranno necessari dai quattro ai sei mesi per completare il processo e le indagini pertinenti. Rudaw ha riferito che 460 dei prigionieri sono cittadini iracheni, mentre 23 provengono dall’Iran, incluse le aree curde del paese. Nel corso degli anni, diversi comandanti di medio livello dell’Isis sono risultati provenire dalla regione del Kurdistan iracheno, vicino al confine iraniano. Nel dicembre 2025, le forze di sicurezza del Kurdistan iracheno avevano arrestato un presunto “emiro” dell’Isis e un altro membro dell’organizzazione terroristica internazionale nella città curda di Halabja. L’operazione mirava a tre presunti membri dell’Isis, tutti appartenenti alla comunità curda locale.

 

Il 23 febbraio, l’Iraq ha annunciato che la Turchia ha accettato di riprendersi i propri cittadini tra i detenuti trasferiti e ha esortato gli altri paesi a fare lo stesso. Il 17 febbraio, Human Rights Watch ha pubblicato una dichiarazione di condanna per il trasferimento dei prigionieri, avvertendo che questi rischiano di subire “sparizioni forzate, processi iniqui, torture, maltrattamenti e violazioni del diritto alla vita”. Baghdad ha dichiarato che i detenuti trasferiti saranno processati per terrorismo secondo il proprio sistema giudiziario, che prevede un ampio ricorso alla pena di morte.

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