Witkoff da remoto, sulla difensiva: non siamo ingenui

Micol Flammini

Il tuttofare di Trump si è collegato all’evento di chiusura dell’evento organizzato a Kyiv per ricordare l’inizio dell’invasione totale dell’Ucraina. Dubbi sulle garanzie e sulle concessioni territoriali

Kyiv, dalla nostra inviata. Il tuttofare di Donald Trump, Steve Witkoff, si è collegato all’evento di chiusura della Yes conference, l’evento organizzato a Kyiv per ricordare l’inizio dell’invasione totale dell’Ucraina e portare nel dibattito testimonianze e qualche idea. Witkoff parlava dal secondo piano della Casa Bianca, dopo, ha detto, “scenderò sotto e vedrò il presidente”. A porgli le domande era l’ex presidente polacco Aleksander Kwasniewski, uno che su Vladimir Putin non coltiva illusioni. Witkoff ha detto che sente tutti i giorni gli ucraini e i russi, che sono stati fatti molti progressi e i negoziati non sono al punto di partenza. Le questioni che rimangono difficili sono le garanzie di sicurezza e le questioni territoriali, ha ribadito un possibile impegno americano per le prime mentre sul secondo punto, i territori, si potrebbe arrivare a una soluzione durante un incontro fra Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin, su cui tutti lavorano, ma che non si sa se avverrà né quando. In sala c’era l’ex premier britannico Boris Johnson, che in Ucraina continua a essere accolto con grande calore: ascoltando Witkoff scuoteva la testa, bisbigliava commenti e contrarietà, soprattutto quando Witkoff ha detto di fidarsi dei russi, di aver visto disponibilità e moderazione durante gli incontri. L’inviato di Trump si è messo sulla difensiva quando Kwasniewski ha detto che fidarsi di Putin è complesso e che dietro le garanzie di sicurezza potrebbe nascondersi un imbroglio in stile memorandum di Budapest, bisogna stare molto attenti a non essere naive, ingenui. L’aggettivo “ingenui” ha causato in Witkoff un moto di risentimento: “Sicuramente Donald Trump non è un ingenuo e neppure io lo sono”, ha detto. Ha rivendicato che “ci sono molte idee sul tavolo, cose che non sono mai state tentate prima di cui non avrebbe senso parlare in questo momento”. Boris Johnson continuava a brontolare, Kwasniwski si è reso conto di aver offeso l’americano. “We care”, noi ci teniamo, ha detto Witkoff offeso e mostrando che l’Amministrazione Trump percepisce la fine del conflitto come qualcosa in cui non può fallire. Conclusione e pace però non sono sinonimi. 
 

  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)