Lo stato dell'unione

Trump, un discorso pensato con in mente i sondaggi e il voto di midterm

Marco Bardazzi

Un America solitaria, il resto del mondo ignorato. Il peso dei sondaggi sull'intervento al Congresso sullo stato dell'unione del presidente americano che batte ogni record parlando un'ora e 47 minuti (ma in dieci minuti liquida la politica estera)

Minacciato dai sondaggi che promettono guai per i repubblicani in un anno elettorale, Donald Trump ha scelto l’annuale discorso sullo Stato dell’Unione in Congresso per fare quello che gli riesce meglio: dividere il paese e creare indignazione nella sua base elettorale, per cercare di recuperare il controllo della narrazione. Era l’obiettivo che i suoi strateghi volevano raggiungere e Trump lo ha svolto al meglio, pronunciando un discorso di un’ora e 47 minuti (record assoluto per un presidente che parla al Congresso) tutto concentrato su economia e immigrazione, destinato a scaldare le truppe e scandire i messaggi per la campagna elettorale che porterà al voto di midterm del novembre prossimo. 

Il risultato è stato il racconto di un’America “entrata nell’età dell’oro”, ma minacciata da immigrati illegali descritti solo come criminali e di un paese dal potenziale enorme frenato solo “da quei pazzi dei democratici”, che ha provocato più volte in aula. Gli Stati Uniti di Trump, nel discorso più solenne dell’anno e a pochi mesi dalle celebrazioni del 250° anniversario della Dichiarazione d’indipendenza, diventano così un paese chiuso al resto del mondo, concentrato su stesso, America First con poco interesse per quello che accade altrove. La politica estera è apparsa nello speech del presidente solo dopo un’ora e un quarto, con il consueto racconto delle “otto guerre che ho concluso in un anno”, un’ovazione dell’aula per il segretario di Stato Marco Rubio e un accenno distratto all’Ucraina nel quarto anniversario dell’invasione da parte della Russia (“lavoreremo per la pace”, è l’unica promessa di Trump, che aveva garantito di poterla ottenere in 24 ore). All’Iran, il presidente ha mandato avvertimenti in linea con quelli degli ultimi giorni: “Preferisco risolvere tutto con la diplomazia, ma non permetterò mai che abbiano armi nucleari”. Poi un accenno veloce alla Nato, zero riferimenti alla Groenlandia, niente sulla Cina. Lo stato del mondo è stato liquidato in dieci minuti, non era il tema della serata.

È un’America che fuori dai confini non ha amici – Trump non ha citato un solo paese alleato – mentre dentro i confini è piena di nemici da indicare all’opinione pubblica. Il discorso è stato un lungo elenco di casi di cronaca nera con protagonisti immigrati, mostrando in tribuna i parenti di vittime di omicidi e delitti atroci e puntando l’indice su intere comunità, come i somali “che hanno costruito frodi gigantesche”. Al vicepresidente J.D. Vance, seduto alle sue spalle, Trump ha tra l’altro attribuito la guida d’ora in poi di una non meglio specificata “guerra alle frodi”. 

Rivendicando di aver chiuso il confine all’immigrazione clandestina, Trump è andato all’attacco sul tema della presenza nel paese di chiunque sia “illegale”. Un tema su cui i toni si sono infiammati e che lo ha visto prendere di mira direttamente i democratici, che stanno sabotando in Congresso il rifinanziamento al ministero della Sicurezza interna. Evitando accenni ai fatti di Minneapolis e alle due vittime dell’Ice, Renée Good e Alex Pretti, Trump ha invece costruito in aula una furba sceneggiata che sicuramente rilancerà più volte in questi giorni sui suoi social. Fingendo di interrompere il discorso, il presidente ha chiesto a tutte le persone presenti nell’aula del Congresso di alzarsi “se sono a favore di un paese che protegge gli americani e non gli immigrati illegali”. L’ala occupata dei democratici, peraltro quest’anno con moltissimi posti vuoti, è rimasta seduta e Trump si è lanciato in uno show contro di loro: “Questa gente è pazza, ve lo dico io. Meno male che ci siamo ripresi il paese, questi lo volevano distruggere!”. Urla e proteste dall’altra parte: il momento più caldo della serata. 

Insieme all’immigrazione, è stata l’economia a dominare la narrazione presidenziale. “Ho ereditato un paese in crisi, con un’economia stagnante e l’inflazione a livelli record – ha detto Trump – ma ora la nostra nazione è tornata. Più grande, più forte, più ricca che mai. Siamo di fronte a una svolta epocale. Siamo entrati nell’età dell’oro”. Il problema, per il presidente, è che il paese non sembra d’accordo. L’ultimo sondaggio nazionale di AbcNews e Washington Post vede solo un terzo degli americani sostenere le modalità con cui Trump sta affrontando l’inflazione. Sarà questa la sfida dei prossimi mesi, quella a cui più tengono i 435 membri della Camera che devono essere tutti rinnovati nelle elezioni di midterm, insieme a un terzo dei senatori. 

Trump si è lanciato in lunghi e dettagliati elenchi dei prezzi al consumo, dalle uova alla benzina fino ai costi delle case e delle assicurazioni mediche, attenendosi fedelmente al testo scritto dal suo speechwriter Ross Worthington: un fatto raro per lui, abituato a lunghe divagazioni “a braccio”, e anche un segno di quanto sia alta la preoccupazione alla Casa Bianca, che ha un bisogno enorme di concentrarsi su questi temi. Trump ha parlato di “un’economia ruggente come non è mai stata”, nonostante la crescita nel 2025 sia stata del 2,2% rispetto a quella del 2,3% dell’anno prima. Ha sostenuto che oggi nel paese “abbiamo più persone che lavorano di quante non ci siano mai state nella nostra storia”: circostanza vera in termini assoluti (159 milioni di persone risultano occupate a gennaio), ma è effetto anche della crescita della popolazione. In realtà la forza lavoro complessiva era del 62,6% a gennaio 2025 ed è al 62,5% adesso, quindi è costante. 

Buona parte della strategia di crescita dell’America si basa sui dazi e c’era molta attesa per vedere come Trump avrebbe gestito il tema, dopo la sentenza della scorsa settimana della Corte Suprema che ha bocciato la modalità d’emergenza scelta dal presidente per imporli al mondo. Quattro giudici della Corte, gli stessi dello scorso anno, hanno assistito in prima fila al discorso al Congresso e tre di loro hanno votato contro Trump sui dazi: il presidente John Roberts e i giudici Amy Coney Barrett ed Elena Kagan. Ci si aspettava un duro attacco come quello che Trump ha riservato loro a caldo (“sono una disgrazia anche per le loro famiglie”), ma stavolta i toni non si sono alzati. La sentenza, per Trump, “è completamente sbagliata”, ma il presidente ha evitato attacchi personali e promesso che i dazi andranno avanti lo stesso: “Non sarà necessaria un’azione del Congresso”, ha spiegato, senza chiarire come ci riuscirà. 

Tra gli altri temi caldi della serata, da registrare un lungo passaggio sulla riforma elettorale, con Trump che spinge per una legge, il Save America Act, che renda più rigidi i controlli dell’identità degli elettori al seggio: un provvedimento che i democratici combattono, ritenendolo una modalità per intimorire soprattutto gli americani di origine straniera e tenerli lontani dal voto. 

In un anno che dovrebbe essere di celebrazione per l’America, per i suoi 250 anni, il discorso sullo Stato dell’Unione ha avuti pochi passaggi dedicati al “sogno americano” o a ricordare lo spirito che ha animato i padri fondatori. I momenti di maggiore commozione sono state le premiazioni di alcuni veterani, il ricordo del “martire” Charlie Kirk (presente in aula la vedova Erika) e il colpo a sorpresa dell’ingresso inaspettato dell’intera squadra di hockey su ghiaccio, appena rientrata da Milano con la medaglia d’oro olimpica. “Stiamo vincendo tutto”, ha urlato Trump accogliendoli, dando poi appuntamento ai due prossimi eventi sportivi globali che lo vedranno protagonista: i Mondiali di calcio negli Usa a giugno e le Olimpiadi di Los Angeles nel 2028.    

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