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L'intervento
Nella Kyiv in lutto, i più stanchi sono gli alleati occidentali. Ci scrive Calenda
Il paese è rimasto paralizzato e la sofferenza della popolazione civile è evidente. Ma l’Ucraina è diventata uno dei paesi più avanzati tecnologicamente e potrebbe essere un pilastro di una futura Nato europea. Il loro sogno resta l’Europa
Questo è stato per me il quarto viaggio in Ucraina e ogni volta che torno trovo una situazione con elementi che restano uguali ed elementi che invece cambiano completamente. Parto da ciò che non cambia: la determinazione degli ucraini a non finire in nessun modo sotto il giogo dei russi, a non cedere territori che non siano stati conquistati militarmente, a non riconoscere alcuna vittoria di Putin. Per loro è diventata una questione risorgimentale. Noi pensiamo che l’Ucraina stia facendo – ed è vero – la resistenza. Ma in realtà sta facendo anche il suo risorgimento nazionale. Non cambia, in questo senso, il loro attaccamento alla cultura. Quando giri per l’Ucraina, anche nei centri meno importanti, trovi sempre un presidio culturale. Mi raccontavano che il ministero della Cultura non ha mai smesso di funzionare, neppure sotto le bombe dei primi giorni. Per loro la lotta è legata all’identità culturale, al terrore di essere nuovamente confusi nel nulla di un impero russo, di una russificazione che cancella l’idea stessa di popolo distinto. Queste sono le costanti. Poi ci sono gli elementi che sono cambiati molto, a partire da quanto sono stati provati quest’inverno. E’ stato un inverno con temperature eccezionali, un freddo che non si registrava da vent’anni. Il paese è rimasto paralizzato e la sofferenza della popolazione civile, per via dei bombardamenti mirati di Putin sugli impianti elettrici, è stata evidente anche a Kyiv. Mentre i civili soffrono, sul piano militare è cambiato radicalmente il modo di combattere. Nel primo anno in cui sono venuto c’era una linea del fronte che si muoveva lentamente: la vita a ridosso del fronte era esposta all’artiglieria e ai cecchini, ma la guerra aveva ancora una dimensione tradizionale.
Tutto è cambiato con i droni. Il loro uso massiccio ha trasformato il conflitto: oggi ci si colpisce a distanza, anche lunghissima. Il fronte non è più solo la linea di contatto, ma può essere dieci o quindici chilometri dietro di essa. E’ una rincorsa tecnologica continua: gli ucraini sviluppano sistemi antidrone e nuovi velivoli, i russi rispondono neutralizzandoli. E’ una competizione permanente.
Le loro due grandi paure sono chiare. La prima: per loro la guerra è iniziata dodici anni fa, con Euromaidan. Temono che nel 2027 possano vincere le destre antieuropee in paesi come la Spagna o la Francia e che il loro percorso europeo si interrompa. Sarebbe la tragedia di una scelta costata centinaia di migliaia di morti, con l’orizzonte europeo che si chiude proprio alla fine.
La seconda riguarda i colloqui di pace. C’è la sensazione diffusa che siano una perdita di tempo usata da Putin – e da Trump – per tenerli sotto pressione. Nessuno crede davvero che Putin voglia la pace. Tutti pensano che continuerà, nonostante le difficoltà di reclutamento e finanziarie, perché ne va della sua stessa sopravvivenza politica.
In questo quarto anno ho colto anche una maggiore stanchezza tra gli alleati occidentali, o meglio una separazione più netta. I paesi nordici e del Nord Europa, così come la Gran Bretagna, erano molto presenti. Si avverte invece più distacco nei paesi lontani dal fronte, tra cui purtroppo spicca l’Italia: non c’era neppure un sottosegretario agli Esteri. Gli ucraini percepiscono un cambiamento nell’Italia. Sono preoccupati. Seguono i colloqui con il governo, conoscono il dibattito referendario e temono uno spostamento della posizione italiana, una maggiore riluttanza. Eppure, dal punto di vista militare, non solo il fronte tiene, ma l’Ucraina è diventata uno dei paesi più avanzati tecnologicamente e potrebbe essere un pilastro di una futura Nato europea. Il loro spirito resta indomito.
Ma vedono due rischi decisivi: dopo aver perso gli Stati Uniti, temono di perdere anche l’Europa e con essa il sogno costitutivo della nuova Ucraina, quello di essere pienamente europea. E rispetto a questo percepiscono un’Europa troppo lenta, che chiede procedure e adeguamenti mentre loro combattono per sopravvivere. Nonostante tutto, sono pronti a fare qualsiasi cosa per entrare in Europa. E’ questo il loro sogno. Ed è il cuore della scelta fatta dodici anni fa a Euromaidan.