Ansa
Resilienza jihadista
L'Isis torna ad attaccare la Siria e manda un messaggio agli scontenti di al Sharaa: unitevi a noi
È il momento più delicato dopo la caduta del regime: gli americani sono pronti ad abbandonare il paese e migliaia di combattenti sono fuggiti dai campi di prigionia del nord-est. E a due anni dalla sua presunta morte, ecco il messaggio del portavoce dello Stato islamico al Ansari
Si pensava che Abu Hudhayfa al Ansari, il portavoce dello Stato islamico, fosse stato ucciso in un raid americano a luglio dello scorso anno. Invece, sabato scorso, è riemerso con un audio diffuso dal canale ufficiale dell’Isis, al Furqan, che era rimasto in silenzio per circa due anni. Il messaggio è arrivato in occasione dell’inizio del Ramadan, oltre che a 12 anni esatti dalla nascita di quello che fu l’autoproclamato Califfato. E oggi che la Siria si ritrova ad affrontare quello che è forse il momento più delicato dalla caduta del regime, con gli americani prossimi ad abbandonare del tutto il paese, con migliaia di combattenti fuggiti dai campi di prigionia del nord-est, l’Isis lancia un appello il cui senso è: unitevi a noi, approfittiamone. Dire che l’Isis è redivivo è fuorviante, perché lo Stato islamico non è mai sparito del tutto e anzi ha dimostrato in questi anni di saper resistere anche in assenza di un territorio di riferimento, con la dissoluzione del Califfato inteso come estensione geografica. Al Ansari, nel portare i saluti del califfo Abu Hafs al Hashimi al Qurashi, lo ripete fino allo sfinimento: la forza del jihad sta nella resilienza e nella perseveranza perché sì, il Califfato ha passato momenti difficili, ma è ancora lì, pronto a contrattaccare. E in effetti nel giro di poche ore dalla diffusione del messaggio le offensive dell’Isis contro le forze di sicurezza siriane hanno raggiunto livelli mai visti nel recente passato. Sono stati undici gli ufficiali e gli agenti del ministero dell’Interno siriano uccisi dagli attacchi dei jihadisti in appena tre giorni, un numero significativo se si pensa che in tutto il 2025 le vittime tra gli uomini di Damasco erano state 28 in tutto. A rendere preoccupante la portata dell’offensiva è che sembrano tutte incursioni coordinate, che richiedono una preparazione più sofisticata. I bersagli, soprattutto check point governativi, sono stati colpiti quasi in contemporanea in luoghi geografici diversi, nel nord-est del paese: al Mayadin, Raqqa, Tel Abyad, lungo la direttrice della N4, l’autostrada che attraversa la frontiera tra Iraq e Siria nei pressi di Abu Kamal, epicentro dei traffici fra i due paesi. Si tratta di un confine da sempre estremamente poroso, attraverso il quale si alimentano gli approvvigionamenti di mezzi e uomini a beneficio dell’Isis.
Uno degli aspetti più interessanti del messaggio di al Ansari è che era rivolto per buona parte ai membri delle forze del presidente Ahmed al Sharaa, ex leader di Jabat al Nusra che ha fatto della guerra all’Isis la propria vocazione sin dal 2013, definito un “apostata” e un “pupazzo nelle mani dei crociati” dal portavoce del Califfato. “Unitevi a noi”, è stata l’esortazione rivolta da al Ansari a quelle frange più insoddisfatte fra i ranghi delle forze di Damasco. L’Isis vuole puntare proprio sull’ambiguità che aleggia ancora su parte degli uomini di al Sharaa, uniti dall’odio contro gli assadisti, ma appartenenti ad anime diverse dell’islamismo più oltranzista. Molti di questi sono stati convinti dal presidente siriano a mettere da parte le proprie vocazioni massimaliste, ma il susseguirsi degli eventi dal dicembre 2024 a oggi – dai massacri degli alauiti a quelli dei drusi – hanno dimostrato che per alcuni di loro l’odio settario spinto dall’estremismo religioso è duro a morire. L’Isis è consapevole che esiste un velato dissapore tra i ranghi delle Forze armate di Damasco per la svolta moderata di al Sharaa ed è su questo che punta per sobillare le diserzioni. Sebbene il messaggio di al Ansari non faccia espliciti riferimenti ai detenuti dell’Isis rinchiusi nelle carceri abbandonate dai curdi e finiti sotto la gestione delle forze di Damasco in questi giorni, il fatto che circa duemila terroristi siano riusciti a scappare è una variabile che preoccupa. Così come il fatto che altre migliaia di bambini, figli di jihadisti dello Stato islamico e quasi in età abile al combattimento, siano stati liberati dalle autorità siriane dal campo di al Hol con il rischio di andare a rinvigorire i ranghi dell’Isis. Per al Sharaa, la gestione della sicurezza nel nord-est della Siria rappresenta la sfida delle sfide: dimostrare che gli americani hanno fatto la scelta giusta decidendo di voltare le spalle ai curdi per sostenerlo come leader unitario. Non curanti del deteriorarsi della situazione, gli Stati Uniti stanno ultimando il ritiro dalla Siria e due giorni fa i mezzi blindati stanziati a Qasrak, nel nord-est, si sono mossi in direzione del Kurdistan iracheno, abbandonando la base che era la più grande del paese. Il ritiro da altre basi, quella di al Omar, a est di al Hasakah, e di al Shaddadi, nella provincia orientale di Deir Ezzour, è stato già completato. Erano due avamposti strategici, non lontani da dove lo Stato islamico ha lanciato la sua offensiva negli ultimi tre giorni.