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editoriali
Al Congresso non c'è futuro per i dazi
Trump vuole insistere per continuare a utilizzare questo strumento di pressione politica. L'unico modo per restaurarlo è passare dal Parlamento americano, ma la maggioranza non c'è più
Dopo la sentenza della Corte Suprema, e l’insistenza di Donald Trump nel perseverare con l’utilizzo dei dazi, sembra evidente che l’Amministrazione farà di tutto per riprendersi in mano questo strumento di pressione politica. Il modo migliore per farlo è mettersi al riparo da eventuali nuovi ricorsi che metterebbero a rischio provvedimenti quasi centenari, come la parte dello Smoot-Hawley Act del 1930 che consente di alzare i dazi fino al 50 per cento in caso di “discriminazione commerciale nei confronti degli Stati Uniti”, che però non è mai stata utilizzata per il rischio di essere cassata in tribunale. Rimane quindi il metodo ideato dai Padri fondatori: votare al Congresso per i balzelli doganali. Lo speaker della Camera Mike Johnson, in una dichiarazione al magazine Politico, ha di fatto detto che al Congresso probabilmente non c’è modo di votare. Proprio il presidente di uno dei due rami del Congresso ha certificato ciò che gli analisti avevano chiaro da qualche tempo: la maggioranza non c’è più. Il voto sulla cancellazione dei dazi al Canada ha visto ben sei deputati votare assieme ai democratici ed è assai prevedibile che non seguirebbero il presidente nell’alzare ancora una volta le tasse sulle importazioni. Non c’è solo Thomas Massie quindi, deputato ex teapartista divenuto il fustigatore del presidente sulla questione degli Epstein files ma ci sono anche deputati d’impostazione conservatrice classica, come Don Bacon del Nebraska, sulla via del pensionamento che gli consente una maggiore libertà di parola. Un altro, invece, Brian Fitzpatrick della Pennsylvania, viene da un distretto che nel 2024 ha votato per Kamala Harris. Segno che oltre le roccaforti, il messaggio Maga sui dazi come portatori di prosperità fa poca strada. E nelle aule del Congresso è destinato a rimanere lettera morta, lasciando il presidente più zoppo.