L'editoriale dell'elefantino
Le democrazie sono più forti dei bulli
La Corte suprema svuota magnificamente il piano di Trump sui dazi. Il presidente cercherà delle alternative. Ma la svolta è qui ed è evidente: i poteri neutri sono ancora forti e liquidarli resta un vaste programme
I poteri divisi di una società liberale, dove vige il rule of law, possono essere attaccati, si può cercare di svuotarli, perfino liquidarli nell’irrilevanza. Ma è un programma complicato da realizzare per chiunque, anche per una presidenza che ha messo in condizioni di non nuocere il Congresso degli Stati Uniti nelle grandi decisioni politiche e parlamentari. Il tremendo incubo degli osservatori politici a proposito della democrazia americana era fino a ieri l’occasione che permise a Trump di comporre, con il meccanismo della nomina di giudici di impianto conservatore, un organo supremo di controllo dell’esecutivo e del legislativo uniforme, univocamente pronto a trasformare le istituzioni in un’appendice del capo politico e del suo onnipotente mandato elettorale, la famosa dittatura della maggioranza.
La cosa pareva aggravata dal fatto che le nomine dei giudici, compresi i supremi, dipendono da presidente e maggioranza in Senato, hanno dunque una chiara e legittimata origine politica. Il punto di vista estremista, specie dopo il parziale rovesciamento della Roe vs Wade, la vecchia sentenza della Corte suprema sull’aborto come diritto alla privacy, ci ha ammannito la solita lezione pessimista, cupa e ingombrante, sulla Corte al guinzaglio del capo dell’esecutivo, sulla fine della democrazia plurale e bilanciata. Qui avevamo avvertito, quando fu confermata l’ultima nomina della conservatrice Amy Coney Barrett, che le maggioranze giuridiche, sia pure in un mondo conflittuale un po’ folle come quello trumpiano e nel suo disordine tendenzialmente anarchico, si formano sulla base di orientamenti che non si conformano in modo plumbeo e coatto all’opinione di chi comanda alla Casa Bianca. Infatti solo tre giudici supremi sono rimasti, con la loro opinione in dissenso, a difendere grintosamente il diritto avocato bruscamente dal presidente, ricorrendo a leggi emergenziali del passato, a imporre dazi nel commercio internazionale. Gli altri sei, una robusta maggioranza che decide in sentenza, compresa la Coney Barrett e Neil Gorsuch, conservatori nominati da Trump, si sono associati al chief justice, il centrista John Roberts, e ai tre giudici di impostazione liberal sopravvissuti in una posizione che è a vita, dunque per statuto e garanzie essenzialmente autonoma da ogni altro potere. E hanno creato una situazione di opposizione istituzionale e costituzionale di proporzioni storiche, facendo ballare non solo quasi un paio di centinaia di miliardi già incassati dal Tesoro Usa, e presumibilmente da rifondere, ma la stabilità di economia e politica e del loro rapporto nel paese più ricco e potente del mondo. Ora, anche seguendo i consigli dei dissenzienti, che hanno generosamente indicato al presidente altre vie possibili, piani B e C per reimporre la sua volontà, Trump potrà cercare di cavarsela altrimenti. Ma il danno è fatto. La riparazione del danno, anzi, comincia a essere compiuta. Notizia molto incoraggiante.
La decisione sui dazi