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l'editoriale del direttore

Il colpo supremo ai dazi di Trump è lo sdoganamento della globalizzazione come arma contro il populismo

Claudio Cerasa

La decisione della Corte Suprema è clamorosa: per un motivo strategico, per un motivo politico e per il contesto della furia liberticida trumpiana all'interno della quale la sentenza è arrivata

La notizia della clamorosa, anche se non inaspettata, bocciatura da parte della Corte suprema dei dazi globali promossi da Trump è straordinaria per almeno tre ragioni. La prima è di carattere strategico: la Corte suprema, condannando senza appello la modalità con cui sono stati imposti in modo irresponsabile e fuori dai perimetri della legge i dazi di Trump, ha tolto una grande arma di ricatto populistico dalle mani dell’attuale Amministrazione americana. La seconda ragione è di carattere politico: il fatto che ad aver bocciato i dazi siano stati tre giudici conservatori, John Roberts, Neil Gorsuch e Amy Coney Barrett, ricorda al mondo repubblicano, e non solo a quello americano, che portare avanti delle battaglie conservatrici contro Trump non è un rischio, non è autolesionistico, ma è un dovere per provare a combattere gli istinti liberticidi, di cui il presidente americano è più un veicolo che un argine. La terza ragione, forse la più importante, riguarda il contesto all’interno del quale è arrivata la decisione della Corte suprema. E il contesto riguarda una parolina magica che grazie alla furia liberticida di Trump è tornata improvvisamente di moda: la globalizzazione. Trump ha tentato di utilizzare le leve del protezionismo globale per promuovere la sua agenda, i suoi interessi, i suoi capricci. Lo ha fatto, ha detto ieri la Corte suprema, violando ogni legge possibile e immaginabile. Ma nel farlo, in questi mesi, Trump ha innescato involontariamente una serie di meccanismi virtuosi che hanno prodotto un risultato da sballo: far passare nell’immaginario pubblico la globalizzazione da motore del populismo ad argine contro il populismo. C’è stata una stagione, non lontana nel tempo, in cui la globalizzazione veniva considerata dalla generazione Porto Alegre come lo specchio riflesso di un nuovo fascismo immaginario: quello delle élite globali.

 

Oggi, grazie a Trump, è diventato chiaro che il populismo più pericoloso del mondo non è quello immaginario ma è quello concreto degli sponsor del protezionismo. E in questi mesi, la lotta contro i dazi di Trump ha prodotto alcuni risultati importanti. L’opinione pubblica è tornata a considerare la globalizzazione come una risorsa contro l’estremismo. E il libero mercato è diventato a tal punto il vero check and balance delle democrazie da aver spinto alcune istituzioni a trasformare l’apertura nell’unica risposta possibile da dare alla furia trumpiana. Nel caso specifico ad aver incarnato anche su questo fronte un ruolo chiave nel campo della difesa della libertà è stata la sempre bistrattata Europa, che ha scelto, grazie alla saggezza su questo tema di Ursula von der Leyen, di non reagire con isteria ai dazi di Trump, puntando non ad alzare altri muri contro i muri americani ma ad aprire i mercati. Lo ha fatto finalizzando l’accordo di libero scambio con il Sud America, che dopo lo stop del Parlamento europeo entrerà in vigore in via provvisoria. Lo ha fatto accelerando e migliorando accordi di libero scambio con l’Indonesia, l’India, il Messico, il Cile e riallacciando negoziati commerciali con il Regno Unito. I dazi di Trump si sono rivelati un autogol per il presidente americano, hanno creato un grande assist per la globalizzazione, hanno arrecato un colpo letale al protezionismo, hanno costretto i governi e le imprese a ripensare in modo creativo alle catene del valore, hanno spinto i paesi europei a ragionare con urgenza sugli autodazi da eliminare all’interno dell’Europa, vedi alla voce competitività, e hanno avuto infine un effetto ulteriore: la paura del dilagare del virus protezionistico ha spinto il mondo a combattere i dazi attraverso le leve del mercato e il risultato è che nel 2025 il commercio globale in beni e servizi ha superato per la prima volta nella storia i 35 trilioni di dollari, più 7 per cento rispetto all’anno precedente. Meno protezionismo, più globalizzazione, meno muri, più apertura e una bella botta al populismo. Viene quasi da rimpiangerli già, i dazi di Trump.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.