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in America

C'è un giudice a Washington: la Corte Suprema conferma che i dazi di Trump sono incostituzionali

Giacinto della Cananea

Dopo la sentenza si spacca la maggioranza conservatrice. Ora che è stato riaffermato il primato del Congresso pesa l’incognita dei rimborsi miliardari

La Corte Suprema ha finalmente reso nota la sentenza sui dazi imposti dal presidente Trump, che era attesa da mesi. La lettura delle motivazioni fa comprendere le cause del ritardo: oltre alla complessità delle questioni giuridiche, vi è stato un imprevisto ribaltamento della maggioranza che finora ha assecondato varie scelte del presidente.

Cominciamo da quest’ultimo aspetto: negli ultimi due anni, sei dei nove giudici hanno sottoscritto la sentenza che rovesciava la decisione Roe v. Wade, che dal 1973 regolava il diritto di aborto, hanno concesso a Trump un’immunità quasi assoluta per i fatti connessi con l’attacco al Congresso del gennaio 2021 e hanno rovesciato un altro importante precedente riguardante l’interpretazione della legge da parte delle agenzie indipendenti. Molti osservatori erano, quindi, inclini a ritenere che quei sei giudici avrebbero potuto avallare anche altre scelte del presidente, per quanto controverse. Così non è stato in questo caso, perché due di quei giudici e il presidente della Corte suprema hanno ritenuto incostituzionali i dazi, unendosi ai tre giudici “liberal”, con argomenti in parte diversi, e lasciando in minoranza gli altri tre. Insomma, una Corte disunita ha trovato un punto di convergenza nel respingere la tesi secondo cui il presidente ha il potere di stabilire dazi a suo piacimento.

Nel merito, l’inedita maggioranza ha confermato le motivazioni con cui gli ordini presidenziali sono stati annullati in primo grado e in appello. Due sono i punti cruciali. Primo: la Costituzione attribuisce al Congresso, non al presidente, il potere di stabilire i dazi e le imposte. La legge ordinaria sull’emergenza economica invocata dai legali di Trump, che permette al presidente di regolare le attività economiche, deve essere interpretata coerentemente con la Costituzione. Non può fungere da grimaldello per scardinare la separazione dei poteri. Non fornisce alcun fondamento legislativo agli ordini presidenziali sui dazi. Secondo: sebbene quasi tutti i giudici della Corte suprema siano disposti a riconoscere ai presidenti un maggiore spazio di azione nella politica estera, anche commerciale, la maggioranza esclude che essi possano prendere da soli decisioni di grande portata economica senza una chiara ed esplicita autorizzazione parlamentare. A Trump non è bastato quindi invocare un’emergenza, per l’asserito squilibrio nella bilancia commerciale, per arrogarsi poteri che i suoi predecessori non hanno mai esercitato in quei modi.

Cosa accadrà adesso? La sentenza non annulla tutti i dazi, ma solo alcuni. Restano in piedi, per esempio, i dazi imposti sull’acciaio e sull’alluminio, fondati su altre basi legislative. Inoltre, il presidente può adottare nuovi dazi, in virtù di altre leggi. Il quadro è reso ancor più complicato dalle conseguenze finanziarie della sentenza odierna, perché le imprese che hanno pagato i dazi possono chiederne la restituzione e sono in gioco almeno 130 miliardi di dollari, molti di più secondo Trump. Si conferma, così, la tendenza che ha contraddistinto fin dall’inizio il suo secondo mandato: l’incremento del contenzioso e con esso dell’incertezza, la circostanza più insidiosa per una moderna economia capitalistica.

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