Ansa

dopo la sentenza

Chi sono i tre giudici che difendono il potere presidenziale sui dazi

Matteo Muzio

A dissentire dalla sentenza della Corte suprema ci sono i conservatori Clarence Thomas, Samuel Alito e Brett Kavanaugh, che sposano appieno la controversa teoria del "governo unificato" dove il presidente ha poteri illimitati su quasi tutto

In ogni sentenza della Corte suprema, i dissensi contano molto. Il verdetto che stabilisce l’incostituzionalità dei dazi imposti nel secondo mandato di Donald Trump non fa eccezione. In prospettiva futura, ma non solo. Sono utili a offrire una prospettiva giuridica diversa rispetto a quella prevalente. Grazie a un dissenso, per esempio, è stato possibile rovesciare in punto di diritto la sentenza Dred Scott v. Sanford del 1857, che stabiliva l’impossibilità per gli afroamericani di ottenere la cittadinanza. In questo caso, se il giudice capo stabilisce che, in virtù della separazione dei poteri, il presidente degli Stati Uniti non può applicare i dazi previsti dall’International emergency economic powers act (Ieepa) del 1977, perché i legislatori intendevano tutt’altro, ovvero fornire uno strumento solo in caso di crisi globali dichiarate, per tre giudici non è così. A dissentire sono stati tre giudici di orientamento conservatore: Clarence Thomas, Samuel Alito e Brett Kavanaugh. Quest’ultimo ha scritto un testo corposo, denso di citazioni di precedenti e di riferimenti giuridici dotti lungo cinquantotto pagine, sottoscritto anche dai suoi colleghi dissenzienti, dove di fatto afferma che lo Ieepa consente di imporre dazi. Senza limiti prescritti, come afferma invece Roberts. Stranamente, per un originalista che in teoria dovrebbe rifarsi alla lettera della Costituzione così come la intendevano i Padri Fondatori del Settecento, il riferimento più antico è il Trade Act del 1962, scritto durante la presidenza di John Fitzgerald Kennedy, in una fase espansiva dei poteri presidenziali ben al di là di come i Padri Fondatori li intendevano. Per fare un esempio, il presidente James Madison nel 1817 mise il veto su un disegno di legge che proponeva un vasto piano di lavori infrastrutturali nel paese perché la Costituzione non li autorizzava espressamente. Poi cita altri due precedenti, i dazi imposti da Richard Nixon nel 1971 e da Gerald Ford nel 1975 per spiegare come l’imposizione presidenziale di simili balzelli sia ormai prassi costituzionale. Argomento che in genere viene usato dai progressisti, teorici dell’evoluzione della Costituzione nel corso del tempo. Non solo: Kavanaugh afferma che i dazi sono uno strumento di politica estera, tema dove il presidente ha un ampio potere discrezionale da sempre. Scordandosi però che essi vengono pagati dalle aziende e dai cittadini degli Stati Uniti, configurandosi così come tasse indirette a tutti gli effetti, tanto che, per gran parte dell’Ottocento, essi costituivano la maggior fonte d’entrate del governo federale.

 

Infine, una chiosa ben poco giuridica, dal retrogusto assai politico: i problemi pratici nell’effettuare i rimborsi dei dazi raccolti illegittimamente. Tema che non era emerso con la cancellazione del debito studentesco voluta dall’Amministrazione Biden. Non aggiunge molto di più il dissenso assai più stringato di Clarence Thomas, di sole diciotto pagine. Per lui l’importazione di beni dall’estero è un “privilegio” e non un diritto fondamentale e quindi può tranquillamente essere delegata al presidente, non coinvolgendo “vita, libertà e proprietà”. Cosa che invece è ampiamente coinvolta, dato l’impatto che ha sui bilanci delle aziende. Si citano qui precedenti più remoti, risalenti all’Amministrazione di George Washington, in cui il presidente aveva ampi poteri di restrizione sul commercio con gli indiani. Dicendo però che ciò avveniva “quando il Congresso non era in sessione” e allora questo era vero per diversi mesi all’anno. In verità però i dissenzienti sposano appieno la teoria controversa del “governo unificato” dove il presidente ha poteri illimitati su quasi tutto, mentre invece altri tre conservatori, come Neil Gorsuch, John Roberts e Amy Coney Barrett, criticano la tendenza a bypassare il Congresso da parte delle ultime amministrazioni per evitare la scocciatura di lunghe trattative, avendo quindi un pensiero di rimorso rispetto alla sentenza Trump v. United States del 2024, dove si conferiva un’immunità quasi assoluta al presidente nell’esercizio delle sue funzioni. Questa autorità, dunque, non si estende ai dazi, dove la parola del Congresso e quindi dei cittadini deve essere maggiormente sentita. Si forma quindi un terzo blocco di giudici tra progressisti e trumpiani, genuinamente conservatori, che con questa sentenza invitano il Congresso a riprendersi il proprio ruolo contro l’invasività di una presidenza la cui ipertrofia ha raggiunto l’apice in quest’ultimo anno e mezzo. Si attende una reazione da parte del presidente nel prossimo Stato dell’Unione, probabilmente non in punto di diritto, se non verrà anticipata sui social.

Di più su questi argomenti: