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il consiglio
Il Board of peace è la tenda della pace di Trump
Più che “niente di più prestigioso”, il Consiglio esecutivo di Gaza è sembrato un summit di Brics senza i più potenti e pericolosi: Cina e Russia
“È meglio avere i propri nemici dentro la tenda a pisciare fuori che fuori a pisciare dentro”. La frase di Lyndon Johnson sembra animare il Consiglio della pace di Donald Trump. Alcuni membri del Consiglio esecutivo di Gaza presenti ieri alla riunione inaugurale dell’organizzazione di Trump sono gli stessi che hanno finanziato e fornito un porto sicuro a Hamas, dal ministro degli Esteri turco Hakan Fidan al premier del Qatar al Thani (nella photo opportunity vicino al ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar). Qatar, Bahrein e Indonesia sono gli unici paesi ad aver mandato figure di alto profilo al consiglio di Trump, che più che “niente di più potente e prestigioso”, è sembrato una riunione di Brics senza i più potenti e pericolosi (Cina e Russia). Trump ha annunciato che si dà “dieci giorni” per decidere cosa fare con l’Iran: bombe o diplomazia. Il Consiglio della pace sembra utile a raccogliere fondi per Gaza (ai cinque miliardi raccolti si aggiungono i dieci annunciati ieri da Trump, con Rafah che sarà la prima città a essere ricostruita), in attesa di capire se e chi disarmerà Hamas. I membri del Board si sono impegnati a fornire uomini alla Forza internazionale di stabilizzazione, autorizzata dal Consiglio di sicurezza a mantenere la pace nell’enclave.
Si parla di una base militare da costruire nella Striscia e di cinquemila soldati indonesiani per operazioni di peacekeeping (nulla finora sull’enforcing, chi toglierà a Hamas sessantamila fucili Ak-47). Quattrocentomila case per due milioni di persone è l’obiettivo lanciato dal miliardario Marc Rowan nel suo intervento al Board. Board su cui ha pesato il boicottaggio informale europeo (l’assenza di Francia, Germania e della Ue osservatrice si notava più della presenza di Ungheria, Bulgaria, Bielorussia e Uzbekistan). Alcuni paesi che hanno aderito, come il Vietnam, lo hanno fatto per evitare di diventare un bersaglio della diplomazia tariffaria di Trump. Chi si lamenta che è una “Onu privata” dimentica che anche l’Onu dipende dai fondi americani (gli Stati Uniti danno al Palazzo di vetro un terzo dei finanziamenti totali). Il Consiglio della pace di Trump sembra essere riuscito a dimostrare che il nuovo ordine globale non è plasmato dai cantori del multilateralismo, ma dal calcolo dell’interesse nazionale. Resta da vedere alla prossima riunione del Consiglio quanti miliardi e paesi che contano Trump sarà riuscito a portare dentro la sua tenda. Per ora sembrano di più quelli che pisciano da fuori.