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Raulito l'americano
A un passo dal collasso di Cuba, chi è il nipote di Raul Castro che parla con Rubio
Il segretario di stato vedrebbe nel quarantenne Raúl Guillermo Rodríguez Castro, figlio del defunto generale Luis Alberto Rodríguez López-Calleja, e nel suo entourage una generazione più giovane, potenzialmente più incline a un riavvicinamento con Washington
Secondo Axios, il segretario di stato e consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Marco Rubio, ha avviato colloqui riservati con Raúl Guillermo Rodriguez Castro, nipote e stretto collaboratore dell’ex presidente cubano Raúl Castro. Sembra una conferma di quanto detto da Trump ai giornalisti lunedì, a bordo dell’Air Force One: “Stiamo parlando con Cuba. Marco Rubio ci sta parlando in questo momento, e dovrebbero raggiungere un accordo, perché è davvero una minaccia umanitaria”.
Il padre di Raúl era il defunto generale Luis Alberto Rodríguez López-Calleja, già alla testa del conglomerato militare Gaesa grazie al quale i militari cubani controllano settori strategici come turismo, vendita al dettaglio in valuta estera, import-export e costruzioni, arrivando a rappresentare il 37 per cento del pil cubano. Sua madre è Débora Castro Espín, figlia primogenita di Raúl Castro, fratello, storico numero due e alla fine anche per un po’ successore di Fidel. Da bambino Raúl Guillermo Rodríguez Castro era soprannominato “cangrejo”, “granchio”, per una malformazione a un dito. Il nomignolo c’è ancora, ma assieme a quello di “nietísimo”, cioè il nipotissimo, per essere, a quanto pare, il preferito dal nonno. Il suo incarico ufficiale è essere parte della sua scorta, ma si sa che, seguendo la vocazione imprenditoriale del padre, attraverso prestanome controlla un impero imprenditoriale con otto case, una serie di locali che rifulgono di luce anche durante i continui blackout, aziende di spedizioni con cui guadagna dagli invii dei migranti negli Stati Uniti ai parenti rimasti nell’isola, e propaggini tra Panama e Venezuela, oltre a scorrazzare in Bmw e yatch. Siccome ama anche viaggiare all’estero per diletto e affari – con voli privati collegati alla Gaesa e passaporto diplomatico – non ha fatto particolare impressione che ultimamente si sia recato spesso, per esempio, sia a Panama sia in Messico.
Secondo tre fonti, i contatti del nietísimo con Rubio avvengono al di fuori dei canali ufficiali del governo cubano e riflettono la convinzione della Casa Bianca che il novantaquattrenne Raul Castro resti il vero decisore politico dell’isola. Un alto funzionario dell’amministrazione Trump ha definito i colloqui “discussioni sul futuro”, più che veri e propri negoziati. Il segretario di stato e i suoi collaboratori vedrebbero nel quarantenne Raúl Guillermo Rodríguez Castro – noto negli ambienti politici come “Raulito” – e nel suo entourage una generazione più giovane e orientata al mondo degli affari, potenzialmente più incline a un riavvicinamento con Washington rispetto alla leadership tradizionale del Partito comunista. Insomma, gli omologhi di Delcy Rodríguez in Venezuela.
“La posizione del governo degli Stati Uniti è che il regime debba finire”, ha affermato un alto funzionario dell’Amministrazione, precisando tuttavia che la forma di un eventuale cambiamento dipenderà da Trump, che non avrebbe ancora preso una decisione definitiva. I colloqui s’inseriscono in un contesto di forte crisi economica e sociale a Cuba, aggravata da carenze di energia, carburante e beni alimentari. La situazione è peggiorata dopo l’operazione del 3 gennaio contro il presidente venezuelano Nicolás Maduro, in cui sono anche morti 32 militari cubani della sua scorta, e che ha posto termine a un invio di petrolio che per il regime cubano era una risorsa fondamentale. Il 29 gennaio scorso Trump ha pure deciso dazi punitivi per chiunque invii petrolio a Cuba, da cui l’annuncio di un collasso definitivo. Il governo messicano, quello cileno, quello spagnolo e una “Flotilla” hanno annunciato invii di aiuti umanitari nell’isola, ma nessuno si azzarda a sfidare quel particolare veto sugli idrocarburi. Tuttavia, la decisione degli Stati Uniti di non smantellare completamente l’apparato di potere venezuelano avrebbe segnalato una possibile disponibilità a intese pragmatiche anche con figure dell’establishment cubano.
Rubio non avrebbe avuto contatti con l’attuale presidente cubano, Miguel Diaz-Canel, né con altri alti funzionari del governo, considerati da Washington esponenti dell’apparato del Partito comunista privi di margini negoziali. In una dichiarazione inviata ad Axios, il governo cubano ha negato l’esistenza di un dialogo di alto livello con gli Stati Uniti, ammettendo soltanto “scambi di messaggi”. Secondo le fonti statunitensi, la Casa Bianca starebbe valutando diverse opzioni, compresa l’ipotesi di non perseguire un cambio di regime totale, per evitare gli effetti destabilizzanti osservati in altri contesti.