Ansa
l'editoriale del direttore
Le acrobazie di Meloni per dimostrare a Trump di non essere quello che ormai è: un'alleata in Europa dei suoi nemici
Provare a dirsi trumpiani, per chi viene da una destra sovranista e dunque trumpiana, è necessario per illudere gli elettori che la destra meloniana non sia cambiata. Ma sono i fatti a mostrare quanto la realtà della quotidianità abbia inesorabilmente spinto la premier sempre più lontano dal presidente americano
In fondo è tutta una questione di tubetti. Henry Louis Mencken, storico, giornalista, saggista e satirico americano del primo Novecento, anni fa trovò una definizione fantastica per descrivere la quotidianità della vita politica in un paese democratico. La democrazia, scrisse, è l’arte e la scienza di far funzionare il circo dalla gabbia delle scimmie. Nell’Italia di oggi, ci sono molti spunti che ci possono aiutare ad attualizzare il detto di Mencken. Quello però forse più interessante riguarda un’attività circense degna di nota che per forza di cose né gli amici di Meloni né i suoi nemici vogliono e possono mettere a fuoco. L’attività circense viaggia sul filo del paradosso, o se volete si muove come un funambolo sul suo cavo, ed è un’attività che riguarda il tentativo a suo modo eroico di Meloni di nascondere all’amico Trump una verità sempre più difficile da negare: a parole, Donald e Giorgia continuano ad andare d’accordo, ma nei fatti la traiettoria di Meloni è sempre più vicina agli avversari di Trump e sempre più lontana dagli amici di Donald. A parole, ovviamente, quando può, Meloni cerca di dimostrare il contrario, sogna un Nobel per la Pace per Trump, manda baci affettuosi a Orbán, evoca la presenza, come piace a Trump, di una temibilissima sinistra wokista e illiberale, costruisce assi internazionali spericolati sui temi della lotta contro l’immigrazione illegale, salvo poi capire che anche su questo punto la distanza con Trump è forte, vedi alla voce Ice. Ma le parole nascondono fatti clamorosi.
Fatti che Meloni prova a celare, per così dire, e in un certo senso Giorgia deve ringraziare l’opposizione, che ogni giorno sostiene che Meloni sia una Trump in miniatura. Ma la verità è che negli ultimi tempi la difficoltà politica più complicata per Meloni non è solo gestire le conseguenze del trumpismo in Europa. E’ anche gestire le conseguenze di una possibile imminente scoperta di Trump: il clamoroso tradimento di Giorgia, che né alla destra né alla sinistra conviene naturalmente denunciare. Meloni, si diceva, a parole cerca sempre di tenere tutto insieme, Italia, Europa, Stati Uniti, ovvero l’antieuropeismo di Trump e l’antitrumpismo dell’Europa. E nel farlo, oltre ai concetti vaghi ma efficaci appena elencati, di solito usa un’altra parola d’ordine tanto evocativa quanto inafferrabile: l’occidente deve essere unito, io lavoro per questo. Lo sforzo di Meloni, verso quella direzione, è reale e persino genuino. Ma se si osserva la realtà, se si osserva il quotidiano, se si osserva il circo, si avrà la netta sensazione che dinanzi al trumpismo il melonismo è un po’ come un tubetto di dentifricio aperto: una volta uscito il dentifricio, rimetterlo nel tubetto è sempre più difficile. L’ultimo caso interessante riguarda le parole di Merz rivolte a Trump, da cui Meloni si è sentita in dovere di prendere le distanze. Merz, a Monaco, la scorsa settimana ha detto che il vecchio ordine mondiale, a causa di Trump, non esiste più, e che per questo l’Europa si deve attrezzare a ridurre tutte le sue dipendenze: in ambito energetico, economico, militare, tecnologico. Meloni, due giorni prima delle parole di Merz, aveva tenuto a far sapere quanto fosse cruciale l’asse costruito dall’Italia con la Germania per una nuova Europa in grado di resistere anche alla disgregazione del vecchio ordine mondiale.
E si capisce quanto fragile possa essere la presa di distanza da Merz: nei fatti, Meloni va nella sua direzione, perché sa, allo stesso modo di Merz, che il vecchio ordine mondiale, a causa di Trump, è nudo come il famoso re. Ma nella forma Meloni deve cercare di fare capriole circensi, per l’appunto: sto con Merz, per gestire la nuova stagione dell’Europa, ma non sto con Merz quando dice che la nuova gestione dell’Europa dipende anche da quello che combina Trump. A che punto è il tubetto? Il caso del rapporto con Merz, insieme fondamentale e imbarazzante per Meloni, a seconda di come lo si osservi, è solo l’ultimo tassello di un mosaico più grande. Provare a dirsi trumpiani, per chi viene da una destra sovranista e dunque trumpiana, è necessario per illudere gli elettori che la destra meloniana non sia cambiata. Ma sono i fatti a mostrare quanto la realtà della quotidianità abbia inesorabilmente spinto Meloni sempre più lontano da Trump, anche se la stessa Meloni non riesce ad ammetterlo. Ucraina: Trump vuole spingere Kyiv ad arrendersi, l’Europa e l’Italia no. Putin: Trump vuole dare alla Russia tutto quello che la Russia chiede, in termini di rivendicazioni territoriali, sulla base di un principio falso, ovvero che Putin stia vincendo la guerra; l’Europa e l’Italia non la pensano così. Dazi: Trump voleva usare i dazi per dividere l’Europa, oltre che per indebolirla; i dazi invece hanno unito l’Europa, l’hanno resa più veloce, hanno avvicinato l’Europa ai paesi del mondo che hanno più a cuore il libero mercato, e l’Italia di Meloni, sul tema del protezionismo, non ha fatto il gioco di Trump. E ancora. Trump voleva conquistare la Groenlandia con la forza e voleva mettere altri dazi ai paesi europei che nelle settimane scorse hanno inviato militari europei in Groenlandia, e per quanto sull’immigrazione illegale e sul wokismo Trump e Meloni parlino la stessa lingua, anche su questa partita Meloni si è schierata da una parte, ovvero con l’Europa, e Trump dall’altra, ovvero contro l’Europa.
Trump, ancora, ha sostenuto che i militari europei e italiani in Afghanistan non si sono comportati bene durante gli anni più duri della guerra contro i talebani, e l’Italia, seppure con ritardo, si è schierata contro l’America di Trump. Trump, ancora, invita l’Italia di Meloni nel famoso Board of peace di Gaza, tentando di avere qualche paese democratico in un board che verosimilmente verrà popolato da paesi che con la democrazia hanno un rapporto complicato, e Meloni, dopo aver risposto no, grazie, ha accettato di essere in quel contesto una semplice osservatrice: un abbraccio, nulla di serio. La storia recente della politica italiana, per quanto sia complicato da ammettere sia per i meloniani sia per gli antimeloniani, è lì a mostrarci delle scene circensi niente male: Meloni cerca di fare di tutto per apparire in sintonia con Trump ma nei fatti, per forza di cose, sui grandi temi governa in modo strutturalmente antitrumpiano, abbracciando un europeismo pragmatico decisamente alternativo al modello Trump. La democrazia, diceva il vecchio e saggio Henry Louis Mencken, è l’arte e la scienza di far funzionare il circo dalla gabbia delle scimmie. Nella gabbia del trumpismo, Meloni riesce a muoversi ancora come una domatrice, ingannando i suoi follower e i suoi avversari, ma il giorno in cui Trump dovesse guardare con attenzione all’operato della sua amica Giorgia, concentrandosi sui dettagli e non sulle parole, potrebbe fare una scoperta complicata: la sua migliore amica in Europa flirta con i più temibili avversari del trumpismo e con i fatti si tiene a distanza dai più temibili amici del trumpismo. Viva il tubetto.