LaPresse
L'editoriale dell'elefantino
Il Board of peace fa un po' ridere, sì, ma lo snobismo umanitario è decisamente più ridicolo
Trump non è Ciro il Grande, ma cercare di associare all’impresa il maggior numero possibile di soggetti anche del mondo arabo-islamico, magari con la prospettiva del business di sviluppo, non sembra un crimine coloniale, ma una via per adesso senza alternative
Chi esagera con la buona coscienza assomiglia a uno snob. Il Board of Peace fa un po’ senso e un po’ ridere. Perché Trump ha creduto a chi gli ha detto che è Ciro il Grande e si è nominato presidente a vita del Board. Perché c’è una tassa di ingresso al club di un miliardo di dollari. Perché l’istituzione insediata incredibilmente a Davos, la capitale della finanza mondiale, fu preceduta da un video straordinario, con Casino e Bordelli e Grand Hotel e altri segni da residenza padronale, statue d’oro del presidente a vita, immagini della riviera di Gaza sovrapposte in maniera ributtante ai panorami di distruzione di una guerra spietata, un video concepito per far vergognare il presidente e Netanyahu, distesi a bordo piscina con le cannucce e le bibite, ma riciclato inconsapevolmente come vittoria del business immobiliare sulla guerra dal sito della Casa Bianca. Detto questo, è ancora più ridicolo l’atteggiamento appunto snobistico di ostilità per principio al business, cioè allo sviluppo, come una delle vie per superare la condizione avvilente e disperata di una terra distrutta dal terrorismo al governo, dalla provocazione violenta, dal nichilismo antiebraico, dalle conseguenze del pogrom del 7 ottobre e da decenni di negoziati e finte o invalide o inutili trattative per la pace e la sovranità palestinese senza che mai alcun organo dell’Onu o altri si preoccupasse della base della pace, la sconfitta dei terroristi e la nascita di una classe dirigente accettabile e di un piano di sviluppo serio, vitale, per una terra dannata dalla penuria e da retoriche assassine.
Che il ministro Tajani si faccia un giro come osservatore alla prima riunione del Board ubuesque è considerato un atto di resa scodinzolante al neocolonialismo da gente che si mostra disinteressata, per distrazione ideologica, al disarmo dei boia di Hamas e alla costruzione di un’idea di governo della Striscia diversa da quella che ha portato alle note atrocità dopo un quindicennio di dittatura armata del jihadismo. Obiettare in favore del primato dell’Onu, dopo la vicenda più che incresciosa dell’Unrwa e dopo che anche Medici senza frontiere ha denunciato la militarizzazione del principale ospedale di Gaza City, esattamente come aveva riferito l’intelligence israeliana, è un altro atto che simula la nobiltà d’animo e le buone maniere, puro snobismo di una sinistra che sul medio oriente ha sbagliato molto più e molto più gravemente degli Stati Uniti e del loro alleato israeliano.
Ciro il Grande no, ma nella sua veste laica di Potus Trump ha favorito la vittoria di Netanyahu su Hamas, su Hezbollah, sui tagliagole in Siria, sugli ayatollah prenucleari eccetera. La traccia che porta di lì alla definizione e istituzione di una pacificazione stabile, con un elemento perfino di speranza nel futuro per milioni di derelitti abbandonati all’anarchia terrorista per decenni dalla pensosa e ininfluente comunità internazionale, è una traccia ancora debole, esposta al fallimento. Ma che ci si provi, e si cerchi di associare all’impresa il maggior numero possibile di soggetti anche del mondo arabo-islamico, magari con la prospettiva del business di sviluppo, non sembra un crimine coloniale, ma una via per adesso senza alternative. Le fregnacce e le altre mascalzonate sul genocidio, o le diplomazie pusille “due popoli due stati”, sono per certi snob una dipendenza tossica. Sarebbe ora che se ne tirassero fuori.