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Come ristrutturare gli aiuti umanitari globali senza UsAid. Intervista

Maurizio Stefanini

L'impatto dei tagli di Trump sui conflitti nel mondo e sul monitoraggio delle pandemie. "Ora siamo nel pieno del processo di ricostruzione del sistema assistenziale", dice Colin Thomas-Jensen, ex consigliere dell'agenzia governativa nata nel 1961

Il 4 settembre del 1961 John Fitzgerald Kennedy creò UsAid, un’agenzia governativa che aveva l’obiettivo di contrastare l’influenza sovietica nel mondo a colpi di soft power, fornendo assistenza allo sviluppo economico, assistenza umanitaria e sostegno al settore dell’informazione in molti paesi. Dalla mezzanotte del 24 febbraio del 2025, Trump ne ha licenziato i dipendenti e l’agenzia è stata accorpata al dipartimento di stato. A un anno di distanza, quali sono le conseguenze? Ne parliamo con Colin Thomas-Jensen, che è stato consigliere per la Sicurezza nazionale di UsAid, e che ora lavora all’Aurora Humanitarian Initiative. “Ci sono almeno tre conseguenze principali – dice – La prima, come attestano studi di riviste autorevoli come Lancet, è che potrebbero esserci tra i 9 a 22 milioni di morti, in gran parte a causa dei tagli ai programmi sanitari globali, alla distribuzione dei vaccini, alla cura della tubercolosi e di altre malattie mortali. Ma anche per l’incredibile impatto che il taglio avrà e sta già avendo sull’assistenza umanitaria in alcuni dei conflitti più mortali del mondo: Sudan, Gaza, Repubblica democratica del Congo. La seconda conseguenza sarà sulla salute globale, perché UsAid ha avuto un ruolo fondamentale nel sistema di sorveglianza sanitaria pubblica di monitoraggio e tracciamento delle pandemie. Chi ha collaborato con i governi dell’Africa occidentale e centrale per monitorare epidemie come Ebola è disoccupato, così abbiamo meno possibilità di circoscrivere le epidemie prima che raggiungano il resto del mondo. La terza conseguenza sarà un enorme impatto sulla reputazione degli Stati Uniti nel mondo. In passato, quando non si condivideva la politica del governo americano, si poteva contare, in molte parti del mondo, sul fatto che gli Stati Uniti fossero un attore credibile nel fornire assistenza dove ce n’era bisogno”.

                                 

Ma emergerà un nuovo modo per gestire quegli aiuti? O è una perdita totale? “Non è una perdita totale. Abbiamo assistito alla ripresa di alcuni aiuti. Ma c’è stato un calo dell’80 per cento negli aiuti degli Stati Uniti, del 40 per cento in alcuni paesi europei e del 10-12 per cento in altri grandi donatori. Ora sappiamo che dobbiamo fare molto di più, poiché le crisi che stiamo affrontando si stanno aggravando, con meno risorse. Siamo nel pieno del processo di ricostruzione di un sistema di aiuti globali che fa più affidamento sulla tecnologia per essere efficiente ed efficace, e fa molto più affidamento sugli attori locali, compresi i tanti membri degli staff locali di UsAid che sono stati licenziati”.

Sembra che Trump non sia interessato al soft power. “Chiaramente, questo è un presidente che sembra non preoccuparsi molto di ciò che il resto del mondo pensa delle sue azioni. E’ il tipo che prima spara e poi chiede. Secondo me, nella sua mente il soft power è un segno di debolezza: Trump dimostra costantemente che ciò cui dà valore è l’uso della forza. L’ho visto nella mia città natale, Minneapolis, dove l’Amministrazione Trump ha usato la forza in modo piuttosto aggressivo contro manifestanti disarmati, o manifestanti a cui era in teoria permesso portare armi, ma a cui poi hanno sparato comunque. Siamo in una situazione dove il modo in cui il mondo pensa agli Stati Uniti sta cambiando”.

Sembra comunque che anche al di fuori degli Stati Uniti ci sia un clima di ostilità per gli aiuti umanitari. “Sì, è una delle tendenze più inquietanti che abbiamo visto. All’inizio della mia carriera, quando ero un soccorritore umanitario sul campo, il sostegno ai programmi umanitari era bipartisan, si poteva contare su un forte sostegno per i finanziamenti, per il personale necessario a svolgere il tipo di lavoro svolto dall’UsAid, e per appoggiare le organizzazioni che fornivano assistenza sul campo. Adesso è sempre più diffuso l’atteggiamento: perché stiamo inviando denaro all’estero quando abbiamo problemi qui in patria? Ci vorrà molto lavoro, basato su prove, per dimostrare che quando l’assistenza allo sviluppo viene fornita in modi competenti e credibili, ciò aiuta tutti noi e la nostra sicurezza”.

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