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Tutte le battaglie per i diritti civili del reverendo americano Jesse Jackson

Giulio Silvano

È stato il ponte tra Martin Luther King e Barack Obama, senza mai diventare davvero nessuno dei due. Predicatore, candidato, attivista, profeta mancato: è morto a 84 anni

Jesse Jackson ha provato negli ultimi cinquant’anni a farsi spazio tra le due figure afroamericane più importanti della politica statunitense, da una parte Martin Luther King Jr. e dall’altra Barack Obama. Ma Jesse Jackson non ha avuto né il carisma del primo né la capacità di trasformare l’entusiasmo in potere elettorale del secondo. Jackson, che è morto ieri a 84 anni dopo aver combattuto col Parkinson, aveva provato a prendere le redini del suo maestro, Mlk jr. dopo che era stato ucciso nel 1968. Definì la scena come una “crocifissione”. Ha sempre raccontato di essergli stato accanto mentre veniva colpito dai proiettili, di avergli tenuto la testa mentre esalava l’ultimo respiro, anche se altri del gruppo l’hanno smentito. Jackson ha provato a diventarne l’erede nella lotta per i diritti civili degli afroamericani, dopo aver fatto la gavetta con i sit-in nelle biblioteche vietate ai neri e con le marce in Alabama. 

 

Nato nella Carolina del sud, il reverendo Jackson, sacerdote della chiesa battista, ha provato due volte a candidarsi alla presidenza, facendo rumore per essere il primo afroamericano a provarci davvero. La prima volta nel 1984 e poi di nuovo quattro anni dopo (con uno spot elettorale girato da Spike Lee) ottenendo il voto del Michigan e, tale era la sorpresa, che per un attimo parte della stampa lo vide come possibile vincitore delle presidenziali. Ma non è facile costruire una carriera politica sui diritti civili quando sono già stati ottenuti, almeno de iure. E così dopo gli anni Ottanta Jackson è diventato un vecchio saggio, rappresentante di un’epoca andata che ha provato in parte a reinventarsi con i diritti delle nuove minoranze, in parte con quelle della classe lavoratrice e in parte con l’interesse per i sofferenti del mondo, in stile “We are the World”. Obiettivi: instaurare buoni rapporti con Palestina e Cuba prima che fosse cool e smantellare il sistema militare – basi della futura sinistra radicale, e scegliendo un arcobaleno come simbolo per la sua Rainbow Coalition presidenziale prima che se ne appropriasse la comunità Queer. La sua Coalition doveva essere una grande unione in chiave anti-Reagan, che univa tutti pur di battere l’ex attore conservatore. La rivista di sinistra The Nation descrisse la sua come “la politica della pace”. Jackson è diventata una voce, una corrente, una coscienza del mondo progressista americano, un canarino nella miniera, una certificazione necessaria perché la comunità black approvasse o meno un presidente. Jackson prima criticò Bill Clinton, poi lo abbracciò, e si impegnò contro George W Bush e le sue guerre in medio oriente, manifestando con Sean Penn, e tornò poi in auge quando “I have a dream” si materializzò nell’elezione di un giovane senatore dell’Illinois che fumava sigarette e giocava a basketball. C’è una foto di Jackson in cui piange, la notte in cui Obama sta per essere eletto. L’età e la sempre calante influenza l’hanno portato a essere ormai celebrato, nell’ultimo paio di decenni, più o meno da tutti, pur ricevendo addosso per un momento una piccola valanga di sdegno quando si scoprì che aveva una figlia illegittima. E poi di nuovo quando il figlio, JJ Jr, eletto deputato, dovette dimettersi e passare alcuni mesi in carcere per aver usato mezzo milione della campagna elettorale per spese personali. 

 

Ma Jackson è stato anche un precursore, anche se non nelle forme di un Malcom X o delle Pantere Nere, di un certo progressismo che predica pace ma cerca nemici in ogni angolo. I suoi commenti antisemiti in almeno un’occasione – usò la parola “hymie”, che è un po’ la n-word per definire gli ebrei –  e la scelta di non prendere le distanze dal leader della Nation of Islam, scatenarono piccoli scandali, ma non affossarono la sua centralità nell’arena. Per anni gli venne dato il ruolo di senatore-ombra del District of Columbia, che per legge non ha senatori in congresso. Negli ultimi anni si è battuto per una maggiore inclusione degli afroamericani a Wall Street e nella Silicon Valley. Ma un conto è farsi arrestare perché i neri non possono usare i bagni dei bianchi, un conto è dire alla Cnn che servono più neri nel board di Google. E questo dimostra come quella sinistra radicale si sia pian piano ammansita, e in parte anche rincitrullita – un conto è urlare per le leggi Jim Crow nel sud, un conto piagnucolare perché non ci sono i bagni transgender – ma in parte, quelal sinistra, sia anche diventata più mainstream, portando la lotta di classe e la difesa della working-class dentro Capitol Hill. Oggi un Jackson probabilmente verrebbe eletto, come è stata eletta un’Ocasio-Cortez o una Rashida Tlaib, o uno Zohran Mamdani a New York. Ma è vero che a differenza loro Jackson non aveva Instagram.

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