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In Francia
Glucksmann (ri)traccia una linea rossa con gli insoumis radicali
Dopo l'uccisione di Deranque, l'eurodeputato socialista ha mandato un messaggio al suo partito che non ha ancora escluso un possibile accordo per le comunali di Parigi con la France insoumise: è ormai “impensabile” che la sinistra “abbia il minimo dubbio” su una “possibile alleanza” con Mélenchon
Parigi. Raphaël Glucksmann, eurodeputato socialista e leader di Place Publique, è stato il primo a tracciare una linea rossa tra la famiglia socialdemocratica francese e la France insoumise (Lfi) di Jean-Luc Mélenchon, il primo a dire che la sinistra, se vuole tornare al governo, deve emanciparsi da Lfi, un partito che ha fatto dell’oltranzismo e della violenza verbale il suo marchio di fabbrica. La morte di Quentin Deranque, studente di matematica di 23 anni e militante della destra identitaria, massacrato di botte a Lione da un manipolo di antifà vicini alla Jeune Garde, gruppuscolo di estrema sinistra fondato dal deputato mélenchonista Raphaël Arnault e dissolto lo scorso anno dal ministero dell’Interno per le sue azioni violente, ha riportato al centro del dibattito il tema delle sinistre irreconciliabili, dell’incompatibilità tra la gauche repubblicana e una gauche radicale sempre più pericolosa per la stabilità democratica. “E’ evidente che Lfi stia brutalizzando il dibattito pubblico (…) continua a gettare benzina sul fuoco ed è davvero irresponsabile”, ha dichiarato lunedì su Rtl Glucksmann. “Tutti i responsabili politici che fomentano l’odio, compresi quelli della France insoumise, hanno una responsabilità”, ha aggiunto Glucksmann.
Cinque dei sei autori del pestaggio, avvenuto a margine di una protesta del collettivo femminista identitario Némésis contro una conferenza a Sciences Po Lyon dell’eurodeputata Lfi Rima Hassan, sono stati formalmente identificati dagli investigatori. Tutti militano negli ambienti dell’ultrasinistra lionese, come avevano già lasciato intendere in questi giorni il ministro dell’Interno Laurent Nuñez e il ministro della Giustizia Gérald Darmanin, ma alcuni sarebbero anche schedati “S” dai servizi, in quanto soggetti pericolosi per la sicurezza dello stato, e militanti della Jeune Garde, il gruppo antifà fondato dal mélenchonista Arnault. Secondo una fonte della polizia sentita da France Info, anche Jacques-Élie Favrot, assistente parlamentare di Arnault, era presente sul luogo dell’aggressione, ma al momento non ci sono informazioni che consentano di stabilire se abbia o no colpito la vittima.
“La morte di Quentin non è un fatto di cronaca, ma un fatto politico che affonda le sue radici nell’ascesa degli estremisti”, ha dichiarato la deputata macroniana Prisca Thévenot, mentre Maud Bregeon, portavoce del governo, ha parlato di “responsabilità morale” di Lfi nel “clima di violenza” che la scorsa settimana ha strappato la vita a un ragazzo di 23 anni. Mélenchon, il líder maximo di Lfi, cerca di negare i legami tra il suo partito e la Jeune Garde (nel 2024 il gruppuscolo balzò al centro delle cronache perché otto dei suoi militanti vennero incriminati per violenze volontarie in riunione in seguito all’aggressione antisemita di una ragazza di 15 anni, che sospettavano appartenesse alla Lega di difesa ebraica). Ma è stato proprio Mélenchon a far entrare all’Assemblea nazionale il fondatore della Jeune Garde, Arnault, nonostante il suo cv da picchiatore alle manif dell’ultrasinistra, il suo odio per Israele rivendicato con fierezza, le sue tre “fiche S” e una condanna definitiva nel 2025 per “violenze volontarie in riunione”. E’ ormai “impensabile” che la sinistra “abbia il minimo dubbio” su una “possibile alleanza” con Mélenchon, ha detto Glucksmann. Un messaggio rivolto implicitamente alla direzione del Partito socialista, che non ha ancora escluso la possibilità di accordi a livello locale con le liste mélenchoniste al secondo turno delle elezioni comunali di marzo.