Da Rubio a Merz. Sovranità, valori e il paradosso dei due occidenti

Beniamino Irdi

A Monaco si confrontano due idee di Occidente: sovranità e forza da un lato, limiti e diritti dall’altro. Tra l’appello identitario del segretario di stato americano e il realismo pragmatico del cancelliere tedesco, emerge una domanda cruciale: si possono salvare interessi strategici senza sacrificare i valori che li hanno generati?

A Monaco, il tono con cui Marco Rubio si è rivolto all’Europa è quello di un padre, anzi di un figlio, severo ma benevolo. Stati Uniti ed Europa “appartengono l’una all’altra”, legati da “storia condivisa, fede cristiana, cultura, eredità, lingua, ascendenza e sacrifici” comuni. 


Dopo un incipit da riconciliazione, e rimanendo nella retorica delle radici comuni, Rubio ha enfatizzato le ragioni della sua franchezza: se il messaggio è “diretto e urgente è perché esso riguarda un destino europeo inseparabile dalla sicurezza americana”. 


Come quella di Vance l’anno scorso, pur con accento più gentile, la diagnosi è morale prima che geopolitica: dopo la Guerra fredda, l’occidente ha scambiato la vittoria per la fine della storia. L’idea che commercio e regole globali avrebbero sostituito interesse nazionale e confini, che la democrazia liberale si sarebbe diffusa per inerzia, che la sovranità fosse un residuo del Novecento, è un abbaglio padre di tre malattie gemelle: deindustrializzazione, delega della politica a istituzioni sovranazionali, e una “ondata senza precedenti di migrazione di massa” che mina la coesione sociale

 
L’America è dunque l’ultimo baluardo dell’occidente: non la superpotenza che abbandona, ma il parente severo che scuote la spalla dell’Europa affinché non si addormenti. E, come nel lessico della nuova destra atlantica, la questione non è solo cosa difendiamo (Nato, Ucraina, deterrenza), ma chi siamo: un occidente fatto di confini, industria, ordine, identità; e un’Europa che ha deviato verso un universalismo che la dissolve.


Il contrasto con il discorso di Friedrich Merz, sempre a Monaco, rende la frattura più nitida. Respingendo la grammatica da “culture war”, il cancelliere tedesco ha rovesciato la tesi dell’“ultimo baluardo”: in un mondo multipolare di competizione tra grandi potenze, ha detto, neppure gli Stati Uniti sono “abbastanza forti per andare da soli” e la Nato non è solo un asset europeo, ma anche americano. 
In entrambe le letture ci sono frammenti di verità. Davanti a choc improvvisi e a trasformazioni graduali, l’Unione europea ha spesso scelto l’inerzia: si è intrattenuta con le proprie fratture, ha scambiato il dibattito per azione e, persa nel suo dilemma esistenziale, ha finito per delegittimarsi come potenza economica e come progetto politico. 


Anche Merz tocca un punto reale: la traiettoria di declino relativo americano rispetto ai competitori rende per Washington più costoso di quanto voglia ammettere tagliare, o anche solo logorare, il legame transatlantico


Ma Rubio, scegliendo il terreno delle radici e della civiltà condivisa, cade in un paradosso: scambia l’occidente con la sua macchina strategica e accusa l’Europa di tradirne i valori. Eppure, con tutte le sue storture, è l’Europa il luogo dove, più che altrove, quei valori incarnano vincoli reali: diritti civili, limiti al potere, protezione dei deboli. E buona parte delle vulnerabilità del continente nasce dall’istinto maldestro ma profondo di restare fedele a quella grammatica. E’ dalla parabola transatlantica, in altre parole, che sorge la domanda se si possa difendere l’occidente salvandone gli interessi e sacrificandone l’anima.


Rubio indica l’immigrazione come una minaccia alla coesione dell’Europa, e la prova che ha mollato la presa sulla sovranità. Ma l’Europa non ha “scelto” l’immigrazione. In parte la subisce e spesso la gestisce male. Ma i suoi fallimenti sono altrettanto spesso generati dal dilemma dei diritti. Dal tentativo, in varie declinazioni, di tenere insieme sicurezza e tutela della persona, confini e protezione delle minoranze, ordine e stato di diritto. Il riflesso, in altre parole, di quella matrice morale che Rubio vuole difendere quando richiama la “civiltà” e le radici comuni. 


Sulla regolamentazione e l’innovazione il discorso è simile. La critica americana, in buona parte fondata, è semplice: mentre l’Europa scrive regole, gli Stati Uniti scrivono algoritmi. Ma questo divario non è dovuto a pura pigrizia o allergia al rischio. E’ il tentativo, forse anacronistico, di mettere in cima l’idea che il mercato non sia solo una corsa ma un ordine, un’intuizione di fondo occidentale quanto il capitalismo: la libertà non come assenza di vincoli, bensì come architettura di garanzie. Il problema, semmai, è che l’Europa ha trasformato quell’architettura in un fine, perdendo il senso del tempo e della competizione.


Il fronte dell’informazione tocca un tasto ancora più sensibile: l’Europa sarebbe il continente che vuole disciplinare il dissenso, mettere il bavaglio, trasformare la libertà di espressione in libertà condizionata. Ma anche qui la spinta europea, per quanto maldestra e talvolta discutibile, nasce da una memoria storica specifica: l’idea che l’opinione pubblica sia vulnerabile, che la propaganda non sia un’opinione come le altre, che la violenza verbale e scritta possa preludere a quella fisica. In Europa la libertà di informazione non è mai stata un “mercato delle idee” intoccabile e autoregolante: è anche una conquista fragile, conquistata dopo guerre, totalitarismi, collassi. E’ per questo che l’Unione ha provato a mettere argini alle piattaforme, anche a costo di rendersi un mercato più difficile, meno attraente, più lento. E’ possibile che queste scelte abbiano portato fino a oggi più costi che benefici. Ma liquidarle come pulsione antiliberali significa non vedere che, nel bene e nel male, sono un tentativo di proteggere qualcosa di occidentale, l’idea che la libertà, per esistere, abbia bisogno anche di argini.


Infine, clima e Green deal. Sulle ali dell’ideologia, l’Europa si è imposta vincoli che altri non si danno senza costruirsi gli strumenti industriali per sostenerli. Il risultato è stato un fallimento politico prima ancora che climatico, che ha la sua prova più plastica nella crisi dell’automotive sul continente. Ma il Green deal è anche un promemoria di come funzionano le democrazie: scelgono talvolta politiche subottimali nel lungo periodo perché devono rispondere agli elettori, e gli elettori, specie quelli del XXI secolo, ragionano con la pancia più che con la testa. Il Green deal si sta rivelando un grave errore strategico ma, lungi dall’incarnare una deviazione dell’identità occidentale, è semmai un promemoria dell’urgenza di ricalibrarla sul mondo di oggi.


La domanda è fino a che punto. Rubio chiede che cosa stiamo cercando di proteggere, ma costruisce una risposta in cui si possono difendere gli interessi strategici dell’occidente tradendone i valori sottostanti. Come se, rimanendo noi stessi, potessimo avere confini, deterrenza, industria e potenza senza il peso di ciò che diciamo di essere: limitazione del potere, tutela dei deboli, primato della legge, dignità individuale.


E come se non ci fosse, se si scava abbastanza, un piano profondo dove gli interessi e i valori devono ricongiungersi, senza il quale, in effetti, non stiamo difendendo niente.
 

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