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L'America delle libertà in campo contro Trump
Il germoglio di un cambiamento culturale. Immigrazione, libertà di parola e commercio, potere del governo: di fronte al presidente americano, una nazione appesa a una Costituzione settecentesca vede improvvisamente la saggezza e le ragioni dei suoi Padri fondatori
Quali conseguenze ideologiche lascerà Donald Trump dopo la fine del suo mandato? Il presidente americano sta seminando il caos a livello globale. Alcuni pensano che si debba reagire rincorrendolo: a sovranista, sovranista e mezzo. Per altri, la vera lezione riguarda proprio i rischi della concentrazione del potere e l’efficacia dei vincoli costituzionali. Tale dibattito si è aperto, più o meno consapevolmente, ovunque nel mondo, Europa compresa; ma in nessun posto è altrettanto evidente come negli Stati Uniti.
Il dato politico più rilevante è il calo degli indici di gradimento di Trump, crollati in un anno dal 52 al 41 per cento. Un secondo aspetto importante è che Gallup ha annunciato che cesserà di raccogliere questa statistica, per la prima volta da 80 anni. Un terzo e più profondo tema riguarda la chiave interpretativa di quello che sta accadendo. In un ampio intervento sul New York Times, la direttrice della rivista libertaria Reason, Katherine Mangu-Ward, ha offerto una lettura originale: e se DJT stesse, suo malgrado, aprendo la “finestra di Overton” alle idee libertarie? Se stesse, cioè, rendendo improvvisamente accettabili, se non maggioritarie, correnti di pensiero che mai come nell’ultimo periodo sono state assolutamente marginali? “Su immigrazione, libertà di parola e commercio – ha scritto – stiamo vivendo in un incubo libertario”. “Noi libertari – prosegue – possiamo essere irritanti, con le nostre continue lamentele sulla privacy e sulle tasse, la nostra ossessione per il Primo Emendamento e il nostro allarmismo sui teppisti con gli stivali chiodati. Ma alla luce di come si è svolto l’ultimo anno, considerate di concedere un po’ di tregua al vostro vicino di casa libertario. Dopotutto, noi vi avevamo avvertito”. Certo, l’estetica e la retorica del presidente aiutano a rendere popolari questi argomenti.
La sua arroganza ostentata, i comportamenti capricciosi e la commistione tra interessi privati e ruolo pubblico ricordano più il cattivo di un fumetto Marvel che l’inquilino della Casa Bianca. C’è davvero differenza tra sostenere che “servono correttivi! [...] Io sono l’unico che lo sa” (Thanos) e “non ho bisogno del diritto internazionale: ho la mia moralità” (Trump)? Sarebbe però sbagliato ridurre tutto all’eccezionalità trumpiana: insomma, il leader Maga sarà pure uscito dai binari, ma lo ha fatto anche perché si è trovato a guidare una locomotiva con più cavalli di quanti sarebbe stato opportuno.
Va anche detto che molti che si autodefiniscono libertari hanno sostenuto, o comunque non avversato, Trump. Credevano forse di votare un nuovo Ronald Reagan, ipnotizzati dalla sua retorica deregolatoria, dalle promesse di smantellare il “Big Government” e dall’abilità con cui l’attuale presidente – come il suo predecessore – ha raccolto i voti di una coalizione molto più ampia rispetto al tradizionale bacino del Partito repubblicano. Solo che lo sforzo fusionista di Reagan poggiava sulla condivisione dei valori: l’idea che la società potesse diventare virtuosa, come piaceva ai conservatori, solo se era libera, come chiedevano i libertari. Trump invece ha giocato sul diffuso risentimento verso Joe Biden e gli eccessi del wokeismo, senza trovare (né cercare) un comune denominatore al di là di questo. Non sorprendentemente, le cose sono andate in modo molto diverso rispetto ai tempi del Gipper (il soprannome di Reagan, che aveva interpretato il giocatore di football George Gipp in un film del 1940). Sicché i libertari, o almeno alcuni di loro, si sono trovati all’avanguardia dell’opposizione. E’ un senatore repubblicano libertario (Rand Paul) a guidare la pattuglia anti dazi al Senato; è un deputato repubblicano libertario (Thomas Massie) a picchiare più di tutti sul rilascio integrale degli Epstein Files; è un avvocato libertario del Cato Institute (Ilya Somin) a patrocinare la causa contro le tariffe del Liberation Day di fronte alla Corte Suprema; è un attivista libertario a favore delle armi (Erich Pratt dei Gun Owners of America) a scagliarsi con più vigore contro l’Amministrazione per la gestione dell’ordine pubblico a Minneapolis; è un nemico libertario della cancel culture (Greg Lukianoff della Fire Foundation) a criticare con più vigore l’attacco dell’Amministrazione alle università americane e a portare l’Amministrazione in tribunale per i tentativi di censurare i video degli agenti dell’Ice girati dai cittadini.
Sullo sfondo c’è qualcosa di più delle solite schermaglie politiche, per quanto esacerbate dal fattore DJT. C’è, semmai, il germoglio di un cambiamento culturale: il 62 per cento degli americani ritiene che il governo disponga di un potere eccessivo (era il 51 per cento un anno fa ed è il massimo valore da quando Gallup pone il quesito nel 2002). Ancora più singolare, è un sentimento particolarmente diffuso tra i democratici (66 per cento). Cosa sta succedendo? Succede che, di fronte a Trump, una nazione appesa a una costituzione settecentesca vede improvvisamente la saggezza e le ragioni dei suoi Padri fondatori.
Il primo emendamento: la libertà personale
La libertà americana si fonda su una storia nazionale mitizzata, ma il mito dell’eccezionalità poggia su un fondamento solido. Gli Stati Uniti nascono da una guerra di indipendenza, che ha avuto come detonatore una ribellione contro le tasse e ha prodotto la ferrea convinzione che il potere vada spezzettato e contenuto. Non si capisce nulla del sistema istituzionale americano se non lo si guarda attraverso le lenti dei Padri fondatori, ritratti da Giulio Silvano sul Foglio di sabato. Sconvolti dall’estensione e dall’arbitrio con cui la Corona inglese esercitava la propria autorità, essi intesero costruire “pesi e contrappesi” per impedire che ciò si ripetesse. Da qui nascono il federalismo e la gelosa contrapposizione delle prerogative degli stati rispetto al governo federale; da qui l’asimmetria nella composizione di Camera (proporzionale alla popolazione di ciascuno stato) e Senato (due rappresentanti per ciascuno stato, a prescindere dalle dimensioni); da qui la ferrea divisione tra potere legislativo, esecutivo e giudiziario.
I primi dieci emendamenti alla Costituzione, introdotti nell’ambito del processo costituente, sono noti collettivamente come la “carta dei diritti”. Al primo posto c’è la libertà di parola. I suoi confini sono molto più estesi e meglio protetti che in Europa: gli Usa sono il paese in cui la Corte suprema ha affermato il diritto di bruciare la bandiera (in Italia si rischia la reclusione fino a due anni). Le intemerate woke contro il free speech, nei campus e altrove, hanno rappresentato un elemento fortissimo nella vittoria di Trump: a noi può apparire normale che il governo faccia pressioni sulle piattaforme social perché eliminino i contenuti sgraditi (come ha fatto l’Amministrazione Biden durante il Covid), ma in America non lo è e tocca un nervo profondissimo.
Eppure, non appena insediatosi, Trump se l’è presa – non solo con aggressioni personali e dirette – con tutti coloro che osavano criticarlo. Con un ordine esecutivo, ha messo nel mirino gli studi legali che avevano patrocinato cause contro di lui o contro la sua precedente Amministrazione; poi ha minacciato di revocare la licenza alle reti radiotelevisive di opposizione; attraverso la Federal Communication Commission, di cui aveva nominato presidente Brendan Carr, ha fatto pressioni sulla Abc perché sospendesse lo show di Jimmy Kimmel per dei commenti irrispettosi sul caso Kirk. Perfino il suo alleato e sostenitore Elon Musk, che ama porsi come paladino della libera espressione, ha più volte argomentato che i docenti che “insegnano a odiare l’America” si rendono colpevoli di tradimento e “dovrebbero essere messi in prigione”.
La tensione tra la promessa di fare piazza pulita della cancel culture e una prassi di governo che sembra semplicemente sostituire le ossessioni woke con le proprie idiosincrasie era già emersa quando la Casa Bianca aveva tagliato i fondi alle università su basi ideologiche (Il Foglio, 9 giugno). Ma è letteralmente detonata con la polemica dell’Amministrazione verso i cittadini che seguono e filmano gli agenti dell’Ice. Un documento interno al dipartimento della Sicurezza interna (Homeland Security), redatto dalla segretaria Kristi Noem, indica esplicitamente queste attività come “comportamenti illegali”, mentre più volte nelle interviste sono stati accostati a forme di terrorismo domestico. Addirittura, Noem e la procuratrice generale Pam Bondi avrebbero fatto pressioni sulle piattaforme online per rimuovere app quali ICEBlock e Eyes Up, utilizzate dai cittadini per seguire gli agenti dell’anti-immigrazione (la Fondazione Fire ha già avviato una causa). Eppure, vi è ampia e consolidata giurisprudenza in senso opposto: il Primo emendamento protegge chi documenta le azioni degli uomini del governo in luoghi pubblici. Le intimazioni e le minacce degli uomini dell’anti-immigrazione sono state la colonna sonora delle tragiche uccisioni di Renee Good (7 gennaio) e Alex Pretti (26 gennaio). Questi eventi hanno causato una reazione fortissima, senza la quale non ci sarebbero stati il licenziamento di Greg Bovino, capo operativo della Border Patrol, né, alcune settimane dopo, il ritiro dell’Ice da Minneapolis. Diversi parlamentari repubblicani sono insorti: tra gli altri, Andrew Garbarino, presidente della commissione Sicurezza interna della Camera che ha annunciato un’indagine senza sconti. Non finisce qui: gli scontri delle scorse settimane hanno aperto un’altra ferita nell’elettorato trumpiano.
Il secondo emendamento: la libertà contro lo stato
Diversamente da Good, uccisa alla guida della propria auto, quando Pretti è stato trucidato stava soccorrendo una donna maltratta dall’Ice. Mentre lo immobilizzavano, gli agenti gli hanno trovato addosso un’arma (legalmente detenuta e con un permesso per il porto occulto valido nello stato del Minnesota). “Non ho mai visto un manifestante pacifico – ha detto Noem – presentarsi munito di armi anziché di un cartello”. “Non si può andare a una qualunque manifestazione con un’arma da fuoco carica”, le ha fatto eco il capo dell’Fbi, Kash Patel. Ovvio, forse, in Europa. Ovvio il contrario, negli Usa.
La National Rifle Association – la principale organizzazione dei possessori di armi, storicamente un pilastro del mondo repubblicano e molto vicina a Trump – ha replicato che “tutti i cittadini onesti hanno il diritto di detenere e portare armi dovunque sia consentito”. Una dichiarazione cauta ma significativa. Molto più radicali sono state altre organizzazioni, come i Gun Owners of America: “Portare un’arma durante una protesta pacifica non è radicale: è americano. Il primo e il secondo emendamento proteggono questo diritto. Riterremo responsabile delle sue eventuali violazioni qualunque Amministrazione”. Molti esponenti repubblicani, tra cui il governatore della Florida Ron DeSantis, si sono accodati, criticando l’Amministrazione. Non era scontato che lo avrebbero fatto anche diversi democratici, dal governatore della California Gavin Newsom ad Alexandra Ocasio Cortez.
Il secondo emendamento alla Costituzione stabilisce il diritto “a detenere e portare armi”. Nel contesto post-rivoluzionario, è chiarissimo dalle parole dei Padri fondatori che era visto come l’ultimo presidio contro il rischio di una deriva tirannica del potere federale: un aspirante dittatore avrebbe dovuto fare i conti col popolo in armi (il Foglio, 13 gennaio). Su queste basi, nel 2008, la Corte suprema ha riconosciuto che tale diritto appartiene a ogni individuo. La majority opinion porta la firma di un’icona conservatrice come il giudice Antonin Scalia. Vedere agenti federali che mettono a ferro e fuoco le città americane, uccidono a sangue freddo i cittadini adducendo come pretesto che uno di essi era armato e vengono difesi dall’Amministrazione ha fatto riemergere brutti ricordi. Il giornalista libertario Jim Bovard ha descritto le tante analogie con lo scontro di Ruby Ridge dell’11 agosto 1992, quando un cecchino dell’Fbi uccise Vicky Weaver con in braccio il figlio neonato, mentre l’altro figlio Sammy e l’agente William Degan si erano colpiti reciprocamente in un conflitto a fuoco. L’assedio, durato undici giorni, avrebbe dovuto portare alla cattura di Randy Weaver (marito di Vicky e padre di Sammy) con l’accusa di aver venduto illecitamente delle armi. Il suo drammatico epilogo fu un vero e proprio trauma. Neppure un anno dopo, il 19 aprile 1993, ci fu il massacro di Waco, dove morirono quattro agenti federali e almeno 81 fedeli davidiani. La conseguente sollevazione esacerbò gli animi, incluso quello di Tim McVeigh che, nel secondo anniversario della strage, ne causò una peggiore, piazzando nell’Alfred P. Murrah Federal Building di Oklahoma City una bomba che fece 168 morti e 670 feriti. Questa radicalizzazione determinò una profonda riflessione sulla militarizzazione dell’ordine pubblico, con alcune riforme volte a distinguere le funzioni di ordine pubblico da quelle militari. L’attentato dell’11 settembre e la guerra al terrorismo fecero però tornare in auge le tecniche militari e la compressione di alcuni diritti in situazioni eccezionali. I fatti di Minneapolis e le scorribande dell’Ice non vengono dal nulla. Nascono da una tendenza che i libertari e pochi altri avevano da tempo denunciato.
I dazi e l’interventismo pubblico: la libertà economica
Se le mattane di Trump sull’ordine pubblico fanno risaltare l’importanza delle libertà civile, la sua politica economica dà ragione alle tesi dei libertari sulla libertà economica. Votato per deregolamentare, semplificare e disboscare, Trump ha preso il governo americano e lo ha piegato ai propri interessi; invece di metterlo a dieta, ne ha ampliato le dimensioni.
Una delle prime iniziative del neo eletto Trump fu la creazione del dipartimento per l’Efficienza dello stato – il Doge – affidato a Elon Musk e Vivek Ramaswami (che se ne è chiamato fuori poco dopo). Anche Musk ha lasciato trascorsi pochi mesi, durante i quali ha inviato lettere di licenziamento più o meno a casaccio, creando problemi di funzionamento a pezzi dell’apparato pubblico senza intervenire sui meccanismi sottostanti e soprattutto sulle finalità per cui tali organismi esistevano. Il risultato? Ha ottenuto tagli stimati in circa 150 miliardi di dollari su un totale della spesa federale di 7.200 miliardi (circa il 2 per cento), creando più problemi di quanti ne abbia risolti, tanto che sono partite le riassunzioni. Per fare solo un esempio, il governo aveva deciso la cessazione di progetti dimostrativi nell’ambito della transizione energetica per 6,4 miliardi di dollari, ma tutto è in stallo perché le persone che avrebbero dovuto avviare le procedure per fermare l’emorragia di fondi pubblici sono state mandate a casa. Più in generale, per effetto delle politiche di bilancio dell’Amministrazione il deficit quest’anno è atteso attorno al 5,8 per cento del pil, mentre il debito pubblico supera il 100 per cento del pil e aumenterà di 20 punti nel prossimo decennio. Da sola, la legge di Bilancio di Trump (nota come One Big Beautiful Bill Act) aggiungerà 4,7 migliaia di miliardi di debito nei prossimi dieci anni.
Peggio ancora, il presidente ha invocato la norma sulla sicurezza economica internazionale del 1977 per applicare, minacciare e alterare i dazi verso decine di altri paesi, con motivazioni spesso fantasiose o, peggio, personali. La Corte suprema dovrà pronunciarsi a breve, o, meglio, dovrà stabilire se davvero la Casa Bianca ha esercitato correttamente un suo potere: la Costituzione, infatti, assegna il controllo della politica fiscale al Congresso, non alla presidenza. Il Congresso ha cominciato a porgli dei limiti, grazie a un numero crescente di repubblicani che hanno trovato una convergenza tattica con i democratici: a ottobre il Senato ha bloccato alcuni dazi contro il Canada (citofonare il repubblicano Rand Paul); la settimana scorsa la Camera ha fermato il tentativo della leadership repubblicana di evitare lo scrutinio delle misure di politica commerciale e ha bocciato le tariffe sul Canada (citofonare i repubblicani Thomas Massie e Don Bacon); giovedì il Senato ha sospeso i fondi per il Dipartimento della Sicurezza interna, che in questi giorni sta andando in shutdown parziale (citofonare il repubblicano Thom Tillis, durissimo sui fatti di Minneapolis). Non sono mere iniziative individuali: il 58 per cento degli americani dice che il presidente dovrebbe passare dal Congresso prima di elevare dazi. Intanto, una coalizione di 50 think tank conservatori e libertari (tra cui gli Americans for Tax Reform, il Competitive Enterprise Institute e il Pacific Research Institute) ha scritto ai parlamentari repubblicani chiedendo di affossare alcune norme sul prezzo dei farmaci.
Inoltre, Trump ha smantellato molti dei sussidi introdotti da Biden con l’Inflation Reduction Act. Ma invece di “lasciar fare” al mercato, ne ha introdotti almeno altrettanti. Per esempio ha sostituito i finanziamenti alle fonti rinnovabili con quelli al carbone e ha avviato una campagna per negare le autorizzazioni per la costruzione di impianti eolici. Ha fatto anche peggio: ha imposto ad alcuni produttori di chip (come Nvidia) di pagare una tassa aggiuntiva se vogliono vendere i loro prodotti in Cina e ha promosso l’acquisizione di quote del capitale di numerose imprese da parte del governo. I casi più noti sono Intel (di cui oggi il Tesoro detiene azioni per un controvalore di quasi 9 miliardi) e US Steel (su cui ha imposto la golden share), ma sono almeno una dozzina le aziende parzialmente nazionalizzate, in un paese che non ha mai avuto né voluto le partecipazioni statali, se non in casi eccezionali e temporanei.
Con Trump, il potere esecutivo ha conosciuto un’espansione senza limiti: ha licenziato su due piedi i vertici di numerose agenzie governative indipendenti (tra cui Lisa Cook, componente del board della Fed, il cui caso è di fronte alla Corte Suprema); ha minacciato città e stati sulla base dei loro orientamenti elettorali; ha spinto la Food and Drug Administration a rallentare l’approvazione di farmaci politicamente sgraditi, come i vaccini, a prescindere dalle loro caratteristiche di efficacia e sicurezza; ha introdotto forme di controllo dei prezzi su beni quali i farmaci e le carte di credito; ha persino escluso i democratici dall’incontro annuale con i governatori. A dispetto della retorica anti-statalista, Trump ha fatto un uso spregiudicato dei poteri pubblici e in tal modo ha diminuito la libertà economica degli americani.
Gli Epstein Files: la libertà dai potenti
Ultima, ma non meno importante, è la vicenda degli Epstein Files: in campagna elettorale Trump li ha usati come una clava contro i democratici, accusando (giustamente) Biden di averne impedito la diffusione. Ma una volta al potere ha fatto lo stesso. Quando ha dovuto cedere, i documenti del finanziere pedofilo sono stati rilasciati lentamente e con troppe omissioni. Quello che ne emerge è comunque sconvolgente, non solo per gli aspetti legati ai crimini sessuali: una élite di potenti, tra miliardari e politici, si sentiva al di sopra di ogni regola e si comportava come un vero e proprio sodalizio di affari. Nei Files ce n’è per tutti, americani e stranieri, destra e sinistra: ma è significativo che la spinta più forte per la loro diffusione sia arrivata da Massie (assieme al democratico Ro Khanna).
Gli Epstein Files sollevano il velo di Maya sulla realtà del potere e fanno cadere ogni alibi. Trump è il punto di arrivo di un percorso molto lungo. Il dipartimento della Sicurezza interna – l’hub degli abusi delle forze dell’ordine – si è sviluppato dopo l’11 settembre ed è sopravvissuto a quattro presidenti appartenenti ai due partiti; i poteri economici esercitati da Washington sono fuori controllo, ma Trump ha trovato tutti gli strumenti di cui aveva bisogno e ben pochi vincoli al loro utilizzo; l’esercito di agenti federali che egli ha potenziato e sguinzagliato non l’ha dovuto creare, in quanto era già lì e non aspettava altro; i documenti su Jeffrey Epstein potevano essere pubblicati molto prima ma ciò non è stato fatto per proteggere amici e famigli.
Il travaso di poteri dal Congresso alla Casa Bianca, la creazione di strumenti sempre più arbitrari, la fuga dai vincoli costituzionali non sono un’invenzione di Trump. Lui ha solo schiacciato l’acceleratore. I fatti improvvisamente danno ragione ai libertari e alla loro insistenza demodé sull’interpretazione letterale della Costituzione. Quando, nel 2022, la Corte suprema rovesciò la storica sentenza Roe v. Wade, stabilendo che il diritto di abortire non era protetto dalla Costituzione e che quindi gli stati potevano legiferare liberamente, molti si scandalizzarono. In realtà, i giudici stavano solo rilevando che, se il Congresso voleva affermare l’aborto come diritto, doveva approvare una legge: nella sua assenza, nulla poteva essere desunto dal quadro vigente a livello federale in un senso o nell’altro. Questa lettura era figlia di un approccio originalista della Carta, che molti consideravano retrograda. Col senno di poi, quella stessa decisione pone le premesse per rintuzzare gli abusi di Trump: e ciò a dispetto del lavoro interpretativo attraverso cui, nel tempo, le maglie costituzionali sono state allargate. Oggi tutti si accorgono dei rischi delle interpretazioni creative, e forse dovranno ringraziare proprio le nomine effettuate da Trump nel suo primo mandato (che viceversa potrebbero fare infuriare il presidente, come ha imparato a sue spese il capo della Fed, Jay Powell). Significativamente, durante l’udienza pubblica della Corte suprema dello scorso 5 novembre sui dazi, i giudici Neil Gorsuch (indicato da Trump) e Sonia Sotomayor (nominata da Barack Obama) hanno chiesto a John Sauer, avvocato generale della Casa Bianca, se a suo avviso un futuro governo democratico avrebbe potuto invocare l’emergenza climatica per dichiarare dazi sui combustibili fossili. Sauer ha risposto “molto probabilmente sì”: dimostrando plasticamente che, una volta liberato il demone, poi esso non rientra nella bottiglia e chiunque potrà farne l’uso che preferisce, con buona pace delle posizioni del presidente e dei suoi sodali sul riscaldamento globale.
Finora, Trump ha trovato pochi ostacoli e prevalentemente nei tribunali, dove i giudici (inclusi quelli repubblicani) ne hanno sovente fermato gli abusi. Più recentemente si è visto anche l’inizio di una mobilitazione politica. I sondaggi ne fotografano chiaramente le ragioni, in un paese nato dall’idea che il potere può essere necessario, ma non è mai buono. Resta da capire se l’America ha gli anticorpi per resistere a uno stress tanto forte. Che questo dibattito si svolga proprio nel duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione di indipendenza è, forse, un salutare gioco della provvidenza.
l'editoriale dell'elefantino