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l'editoriale dell'elefantino

Le nazioni di Rubio e il gelato Magnum che non ti va più

Giuliano Ferrara

Non c’è protezionismo che tenga: l’incredibile e ultraglobale vicenda dei farmaci antiobesità che hanno fatto irruzione nel commercio dei desideri, del piacere, del gusto certifica che non si può trovare rifugio in una ottocentesca retorica nazionalista
 

Marco Rubio è la faccia buona del trumpismo, si dice. Good cop, bad cop. La sua critica della globalizzazione e il suo appello a ripristinare i diritti della storia, delle nazioni, dei popoli, delle culture con radici nel passato, ha un’aria pesantemente regressiva e soffre di un’aura greve, come direbbe Cerasa, catastrofista o pessimista. Rubio a Monaco ha però parlato con un tratto di gentilezza metodologica e ha offerto agli antichi partner quell’amicizia che il vice di Trump aveva negato l’anno scorso, riducendo tutto alla decadenza del vecchio mondo comparata all’età dell’oro, da ricavare dal ritorno ai bei tempi che furono. Bene, è un progresso. Merz può essere contento, come anche la sua alleata riluttante alle divisioni dell’occidente e all’universo mentale e pratico dei globalizzatori, l’italiana Meloni. 


Resta il fatto che le nazioni non sono l’eternità della storia umana, la sua fissità ideologica in versione populista, sono una creazione moderna, a partire dal Seicento e dalla Pace di Westfalia che diede agli stati la loro legittimazione sovrana assoluta, oltre i confini della religione professata e dell’etnia o popolo creatori di cultura e lingua. Per il resto Rubio, che incongruamente parla di 5000 anni di storia nazionale liquidati dai globalizzatori del nuovo millennio, avrà modo di approfondire e di capire che imperi, teocrazie, principati, Papato cattolico, ideologie e etiche e religioni di radice orientale, tutto questo non si può assimilare con leggerezza a cinque millenni di storia nazionale tradita. Gli uomini di questa presidenza Trump vivono nell’Ottocento, e buon per loro che su quell’illusione retrospettiva stanno costruendo un’azione politica generale portatrice di un nuovo-vecchio ordine internazionale. Con elementi di verità e di efficacia, come sempre succede anche nelle situazioni peggiori, malmostose, rischiose.

 

Che non si possa però trovare rifugio nel secolo del pieno sviluppo della storia nazionale, del romanzo e del patriottismo e dei plebisciti di ogni giorno, di cui America e sistema europeo degli stati sono figli, è certificato tra l’altro dall’incredibile e ultraglobale vicenda dei farmaci antiobesità, soluzione mercatista mondiale prodotta dalla ricerca e dall’industria dei brand  farmaceutici, analizzata con giudizio dal Financial Times nel giorno del discorso retro tenuto a Monaco dal segretario di Stato americano. Non c’è protezionismo che tenga, non c’è dimensione nazionale che si configuri come contenitore del fenomeno, la weight-loss economy (l’economia della perdita di peso) è l’ultimo esempio di come il capitalismo di mercato trovi sempre nuovi modi per ristrutturarsi, distruggersi creativamente e rilanciarsi sull’unico piano che conta, quello globale (a pari merito, dice il FT, con l’intelligenza artificiale, altro fenomeno incompatibile con i confini nazionali). Si tratta dei recettori antagonisti GLP-1, elementi delle nuove medicine Ozempic e Wegovy che hanno fatto irruzione nel commercio dei desideri, del piacere, del gusto, della soddisfazione degli istinti e della loro regolamentazione igienico-morale,  con effetti potenti e incontrollabili.

 

Per dirla facile: no zuccheri, allora no gelato Magnum, niente Ben & Jerry, no Unilever, disastri di borsa che finiscono in una catena di conseguenze fantasiose. Era successo con la low-cost economy, con la prevalenza del denim e dei jeans, con mille altre configurazioni dell’inquieto e spericolato rapporto tra domanda e offerta che determina i consumi, il movimento della società, i destini delle grandi compagnie multinazionali, gli indici di soddisfazione e insoddisfazione del cittadino-consumatore che ha come passaporto il mercato e solo il mercato. Ora gli zuccheri calano, insieme col peso degli utenti della cura Ozempic, ma salgono i prodotti e i servizi legati al nutrimento proteico, guadagnano l’abbigliamento che deve vestire corpi meno pesanti e perfino gli aerei che sopportano pesi meno ingombranti. La vita delle persone, la loro capacità di tenere sotto controllo le dipendenze, dal gelato come dall’alcol o dal gioco d’azzardo, come promettono quei recettori, e un consumo meno spontaneo, dice il FT, in cui il piacere viene rinviato e ridefinito da una pillola o da una siringa, e l’uomo consumatore diventa più resistente all’immediata soddisfazione, e più incline a investimenti di vita di lungo termine, tutto questo non è la fine della storia e non implica la cancellazione delle nazioni e dei popoli, ci mancherebbe Mr Rubio, ma dice qualcosa su un sistema che di retoriche nazionaliste sovrane può fare tranquillamente e ottimisticamente a meno. 

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.