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La crisi che il Pakistan non sa risolvere mentre corteggia Trump

Francesca Marino

Nella provincia sud-occidentale del Balochistan il principale gruppo separatista baloch ha concluso un’operazione strutturata con uso combinato di squadre d’assalto, apparati di intelligence e attentatori suicidi. Una storia di conseguenze politiche e geopolitiche internazionali

All’inizio del mese, mentre televisioni e media pachistani mostravano il cielo sopra Lahore punteggiato di aquiloni colorati per la festa di Basant, la celebrazione primaverile molto popolare nel Punjab e che era stata vietata per anni per ragioni di sicurezza, qualche centinaio di chilometri più in là, nella provincia sud-occidentale del Balochistan, il Baloch Liberation Army (Bla, principale gruppo separatista baloch) annunciava la conclusione dell’operazione “Herof 2”, presentata come prosecuzione di “Herof 1”, che nell’agosto 2024 aveva colpito numerosi avamposti militari.

Nelle stesse ore, l’esercito di Islamabad diffondeva comunicati sulle operazioni di contrasto ai gruppi armati, attribuendo le attività dei ribelli a interferenze esterne. Le rivendicazioni del Bla e le dichiarazioni delle Forze armate pachistane offrono ricostruzioni molto diverse degli eventi.

Una storia di conseguenze politiche e geopolitiche internazionali. Herof 2 segna infatti un deciso cambio di paradigma rispetto alla grammatica classica delle operazioni di guerriglia. Si è trattato di una vera e propria campagna militare coordinata che ha coinvolto simultaneamente almeno una dozzina di città e distretti, da Quetta a Noshki, da Gwadar a Kech, Kalat, Dalbandin e Panjgur, su un’area superiore ai centomila chilometri quadrati, circa un terzo dell’intera provincia. Un’operazione strutturata, con unità specializzate, capacità di coordinamento e uso combinato di squadre d’assalto, apparati di intelligence e attentatori suicidi. La sempre crescente partecipazione di donne in ruoli operativi ha aggiunto alla campagna un ulteriore livello simbolico, indicando una mobilitazione più ampia da parte della popolazione locale. In diversi centri, i gruppi armati sono rimasti operativi per ore, in alcuni casi per più di un giorno, colpendo non soltanto obiettivi militari ma anche carceri, uffici amministrativi provinciali, sedi del Counter Terrorism Department (la struttura antiterrorismo della polizia pachistana) e infrastrutture considerate collegate ai servizi di intelligence. Il messaggio politico è che l’autorità dello stato può essere contestata non solo nelle aree remote, ma anche negli spazi urbani e amministrativi. Non solo: il Bla ha intimato a tutte le società pachistane e straniere di sospendere le attività, sostenendo che gli investitori non sono attori neutrali ma strumenti di controllo statale. In questo contesto, infrastrutture minerarie e corridoi logistici sono stati indicati come obiettivi potenziali per il loro valore politico prima ancora che economico.

Due giorni dopo la conclusione delle operazioni rivendicate, il consiglio di amministrazione di Barrick Gold ha annunciato una revisione del progetto Reko Diq, grande giacimento di rame e oro situato nel distretto di Chagai e considerato centrale nella strategia mineraria pachistana. L’ad Mark Hill ha parlato di “crescenti preoccupazioni per la sicurezza”, formula che implica una valutazione di costi, tempi e dispositivi di protezione del sito. E a Gwadar le cose non vanno meglio. Il porto, sviluppato nell’ambito del China-Pakistan Economic Corridor (Cpec), era la scommessa strategica di Pechino per avvicinarsi al Golfo Persico riducendo la dipendenza dallo Stretto di Malacca, ma gli attacchi ricorrenti contro convogli, tecnici e strutture di sicurezza hanno trasformato Gwadar in un’infrastruttura fortemente militarizzata, circondata da territorio conteso. Ufficialmente la Cina ribadisce l’impegno, ma l’impulso agli investimenti si è attenuato e i dossier del Cpec appaiono sempre più dominati da sicurezza e rientro dei prestiti.

In questo quadro, il governo pachistano ha avviato contatti con investitori occidentali, in particolare americani, proponendo opportunità nei settori del rame, delle terre rare e delle infrastrutture costiere, incluso il porto di Pasni, anch’esso in Balochistan. Per Washington, Pasni potrebbe rappresentare un contrappeso marittimo; per il Pakistan, l’opportunità di monetizzare la propria geografia mettendo in competizione Cina e Stati Uniti. Ma il calcolo è rischioso: le risorse e i porti proposti insistono su aree dove la sovranità è contestata e la sicurezza condizionata da gruppi armati.

Nel medio-lungo periodo, la capacità del Pakistan di attrarre capitale in Balochistan dipenderà non soltanto dal rafforzamento delle misure di sicurezza, ma dalla gestione della frattura politica tra centro e provincia. I gruppi separatisti fondano la propria legittimazione su una narrazione di marginalizzazione economica e di limitata autonomia decisionale, definendo il rapporto con Islamabad come una forma di amministrazione imposta dall’esterno.

Se questa frattura continuerà a essere negata o affrontata esclusivamente in termini militari, la vulnerabilità degli investimenti resterà strutturale: la distanza tra le aree urbane più integrate – come Lahore – e le zone interessate dall’insorgenza continuerà a riflettersi sul rischio percepito dagli operatori economici. In questo contesto, il Bla potrà rivendicare di aver imposto il Balochistan come variabile centrale nei calcoli strategici di attori regionali e globali, trasformando una provincia periferica in un fattore rilevante nelle dinamiche geopolitiche che coinvolgono Cina, Stati Uniti e investitori internazionali.