Ansa

l'editoriale del direttore

Merz, Meloni, Draghi, Monti. Tutti i paletti da fissare per scongiurare che la nuova Europa sia meno europea

Claudio Cerasa

I rapporti tutti italiani su produttività, innovazione ed energia, le preoccupazioni di Mario Monti sull'asse Roma - Berlino sul mercato unico e la richiesta di Meloni e Merz: un nuovo meccanismo di cooperazione rafforzata per creare uno strumento utile a fermare leggi che producano troppi oneri

Che differenza c’è tra l’europeismo da sogno e quello possibile? La giornata politica di ieri, a Bruxelles, è stata dominata da un tema ormai ricorrente che riguarda la competitività europea. Il Consiglio europeo, lo sapete, che mette insieme i capi di stato e di governo dei ventisette paesi membri, ha ospitato anche due relazioni di peso, di due ex capi del governo italiani, Enrico Letta e Mario Draghi, che negli ultimi mesi hanno tentato in tutti i modi di sensibilizzare i leader europei sul contenuto dei propri rapporti, entrambi commissionati da Ursula von der Leyen. Il rapporto di Mario Draghi sostiene che l’Europa rischia il declino se non rilancia produttività e innovazione e per farlo indica una strada precisa: più investimenti comuni in tecnologie strategiche (AI, energia, difesa), un mercato dei capitali integrato, meno frammentazione regolatoria e una politica industriale europea capace di competere con Stati Uniti e Cina, nella convinzione che senza agire su una scala sempre più internazionale l’Ue perderà crescita, sovranità e peso globale. Il rapporto di Enrico Letta, in modo speculare, propone di completare il mercato unico, soprattutto nei servizi, nell’energia, nelle telecomunicazioni e nei capitali, con l’obiettivo di eliminare barriere interne che frenano crescita e innovazione, creare un vero mercato finanziario europeo e favorire mobilità e integrazione, nella convinzione che più mercato unico significa più competitività, più investimenti e meno vulnerabilità economica. Dinanzi a questo mondo ideale, un mondo da sogno, si trova invece il mondo possibile. E le prime tracce del mondo possibile sono quelle che si trovano in questi giorni all’interno dell’asse tra l’Italia di Giorgia Meloni e la Germania di Friedrich Merz. Mario Monti, due giorni fa sul Financial Times ha lanciato un durissimo attacco contro l’asse per la competitività a cui stanno lavorando da settimane il governo Merz e quello Meloni.

 

 

 

Monti sostiene che l’asse tra Germania e Italia, su questo punto, nasconda una trappola, per non dire una illusione pericolosa. Meloni e Merz, dice Monti, dicono di voler lavorare per rafforzare il mercato unico, ma in verità le loro azioni ne aggraverebbero la frammentazione, a causa di una propensione mal nascosta di Italia e Germania a lavorare per una maggiore deregolamentazione, specie sul tema Green, e un allentamento dei vincoli sugli aiuti di stato. Monti centra un punto, anzi due. Primo: il rapporto tra Germania e Italia può oggettivamente cambiare gli equilibri europei, rendendo il motore franco-tedesco meno cruciale rispetto al passato. Secondo: il rischio che vi siano accordi per la competitività europea finalizzati a rendere più svincolati gli stati membri dal percorso delle regole europee esiste davvero ed è compito di chi ama l’Europa fare di tutto per evitarlo. Non per questioni di dogmi astratti ma per questioni di aderenza alla realtà: l’Europa, come suggeriscono Draghi e Letta, può aiutare a rendere gli stati membri più competitivi solo se riesce a imporsi come un gigante nel mondo, non se invece sceglie di far scendere la pallina della politica sul piano inclinato dell’utopistica sovranità degli stati membri, che al confronto con i giganti del mondo non possono che fare la fine dei topolini. La preoccupazione di Monti è dunque sensata, anche se parte da un pregiudizio di fondo nei confronti di Meloni forse eccessivo: Monti ha paura che la premier faccia il gioco di Trump nell’agire come disgregatore europeo, ma finora Meloni, tra l’Europa e Trump, ha sempre scelto da che parte stare con forza, e quella parte ha sempre coinciso con il volto dell’Europa e non di Trump. Ma è davvero così? Il documento informale presentato ieri dal governo italiano e dal governo tedesco permette di ragionare su qualche punto. Germania e Italia chiedono di semplificare e accelerare gli aiuti di stato, ma non chiedono libertà totale: parlano di semplificazione delle procedure, non di abolizione delle regole. Nel documento vi è inoltre una forte enfasi sulla riduzione delle norme e sul bloccare nuove regolazioni che creano oneri, specie quelle sul Green deal, ma al contrario di quanto osservato da Monti l’obiettivo dichiarato è rendere il mercato unico più competitivo, non smontarlo, e non c’è nessuna proposta di restituire competenze agli stati. Meloni e Merz, come sostiene Draghi, offrono una linea diversa dall’agenda dell’ortodossia europea incarnata da Monti: l’ex premier considera che molte barriere interne derivino dalla mancata applicazione delle regole da parte degli stati, mentre Meloni e Merz sostengono che l’Europa, per viaggiare più veloce, debba fare di tutto per alleggerire il quadro regolatorio europeo, non per dare la possibilità agli stati membri di violare le regole ma per dare la possibilità alle imprese di poter competere con più forza nel mondo.

 

 

Meloni e Merz chiedono anche un nuovo meccanismo di cooperazione rafforzata per creare uno strumento utile a fermare leggi che creino troppi oneri, e questo oggettivamente può rafforzare la logica intergovernativa e rendere più difficile l’integrazione futura dell’Unione. Ma il meccanismo proposto può essere letto da due punti di osservazione diversi. A voler essere pessimisti, come un freno all’integrazione europea. A voler essere ottimisti, chiave che più ci interessa, come un meccanismo utile a superare l’unanimità, che come segnalato anche da Mario Draghi è uno dei freni veri alla velocità dell’Europa. Monti, in buona sostanza, sostiene che sia necessario vigilare sulla possibile deriva nazionalista dell’Europa, che mentre si occupa di competitività starebbe invece muovendo qualche passo pericoloso per far rivivere i nazionalismi. Ma la preoccupazione di Monti sembra essere smentita da un altro punto dell’accordo tra Germania e Italia: entrambi i paesi, come è già stato in fondo con il Mercosur, promettono di fare di tutto per chiedere più accordi di libero scambio (India, Australia, Asean) e in fondo verrebbe da chiedere a Monti: una politica commerciale aperta, orientata a favorire la globalizzazione, e dunque non ad alzare le barriere, è o non è una piccola garanzia rispetto alla possibilità che la nuova Europa possa andare nella direzione opposta al nazionalismo economico? Il tema c’è, e Monti fa bene a porlo. Ma forse l’Europa possibile, quella che vive anche di accordi tra paesi membri, è un’Europa che si avvicina molto a quella dei sogni: dove i paesi membri fanno di tutto per alleggerire l’Ue dai balzelli e dove i paesi membri cercano in modo creativo di legare le proprie economie non alla coltivazione dei sovranismi ma alla trasformazione dell’Europa in un perno della globalizzazione del futuro. Il piano inclinato è lì, ed esiste, e la timidezza che ha la Germania sul tema degli Eurobond, chissà se è così granitica (sull’Ucraina Merz ha accettato gli Eurobond). Ma al momento la pallina non sembra andare nella direzione sbagliata. Europa possibile o Europa dei sogni? Chissà che per una volta i due concetti non inizino a coincidere.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.