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Schivare le trappole della competitività

Fughe in avanti, pacificazioni e spaccature tra i leader Ue. Le posizioni di Meloni

David Carretta

Al ritiro di Alden Biesen i leader dell'Unione europea condividono il “senso di urgenza”, senza balzi sulla competitività

Bruxelles. Non il 2028, non il 2027, ma quest’anno. Mario Draghi ieri ha insistito con i leader dell’Unione europea sulla necessità di accelerare sull’agenda per evitare il declino dell’Europa di fronte agli Stati Uniti di Donald Trump e alla Cina di Xi Jinping. Perché dalla pubblicazione del suo rapporto, nel settembre del 2024, si è assistito a un ulteriore “deterioramento del panorama economico”, ha detto Draghi, secondo uno dei partecipanti al ritiro del castello di Alden Biesen. Non c’è più tempo da perdere in dibattiti, discussioni, strategie e bussole. L’Ue deve agire rapidamente per ridurre le barriere nel mercato unico, per affrontare la frammentazione dei mercati azionari, per aumentare gli sforzi per mobilitare i risparmi europei, per ridurre i costi dell’energia, per introdurre una clausola Buy european in alcuni settori strategici, ha spiegato Draghi. I leader hanno condiviso il senso di urgenza. A marzo approveranno una road map. Ma a causa delle divergenze franco-tedesche su temi come il debito comune, l’Ue si dirige più verso un aggiustamento realista che verso il federalismo pragmatico. 

 

Emmanuel Macron e Friedrich Merz hanno messo in scena la loro riconciliazione, ieri, prima dell’inizio del ritiro informale al castello di Alden Biesen, in Belgio, dedicato alla competitività. Il presidente francese e il cancelliere tedesco si sono presentati insieme davanti alla stampa. “Sono felice che Emmanuel Macron e io siamo d’accordo, come quasi sempre”, ha detto Merz. “Credo che condividiamo il sentimento d’urgenza che la nostra Europa deve agire”, ha aggiunto Macron: “La priorità è di avere una reazione nel brevissimo periodo che consiste nel mettere in opera tutto ciò su cui siamo d’accordo”. Anche Giorgia Meloni ha cercato di calmare le tensioni emerse per la sua relazione speciale con Merz, sfociata in una serie di documenti congiunti e nell’organizzazione di un pre vertice con una ventina di paesi prima del ritiro di Alden Biesen. “C’è sicuramente un motore tedesco-italiano sui temi, rafforziamo la cooperazione bilaterale con la Germania, ma non è qualcosa che si fa contro qualcun altro”, ha detto il presidente del Consiglio italiano.

 

Al termine della riunione il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha parlato di un incontro “game changer”. C’è accordo unanime per continuare con la semplificazione. “I leader hanno accettato la sfida di Enrico Letta di muoversi da un mercato unico incompleto a un solo mercato per un’unica Europa. Questo è urgente e deve essere fatto nel 2026 e 2027”, ha detto Costa. Già quest’anno dovrebbe essere adottato il ventottesimo regime per dare alle imprese un unico quadro di regole per operare in tutti gli stati membri. Molti paesi sostengono la necessità di consolidamento nel settore delle telecomunicazioni. Saranno riviste le regole sulle fusioni per favorire l’emergere di campioni europei. Sui prezzi dell’energia “abbiamo bisogno di soluzioni pragmatiche”, ha detto Costa, non escludendo una revisione del sistema di scambio di quote di emissioni Ets. Una maggioranza di leader vuole proteggere le industrie strategiche in alcuni settori come il Green tech, lo spazio, il quantum, l’intelligenza artificiale e i sistemi di pagamento. “C’è unanimità che l’Europa è aperta al commercio e che una politica ambiziosa commerciale è nel nostro interesse collettivo”, ha detto Costa. Una road map con misure concrete e scadenze sarà approvata al Consiglio europeo di marzo.

 

Ma dietro la facciata delle foto e delle dichiarazioni ufficiali, permane una profonda spaccatura tra Francia e Germania, che condanna l’Ue al minimo comun denominatore. Sono due visioni diverse dell’Europa quelle che esprimono Macron e Merz. La prima è la più simile al “federalismo pragmatico” di Draghi. La seconda è confederale e minimalista. Durante la riunione il presidente francese ha insistito a lungo sulla necessità di lanciare uno strumento di debito comune per finanziare gli investimenti. Anche Draghi ha spiegato che si devono individuare i settori strategici rispetto ai quali gli investimenti privati non saranno sufficienti. Ma l’argomento è tabù per la Germania di Merz e per il gruppo dei paesi frugali. “Sugli Eurobond personalmente sono favorevole, ma sapete che è uno dei dibattiti più divisivi qui in Europa”, ha spiegato Meloni. Costa ha cercato una via di fuga, annunciando che il dibattito sul debito comune si terrà più avanti nel corso dell’anno, quando i leader dovranno negoziare e concordare il nuovo quadro finanziario pluriennale (il bilancio 2028-34 dell’Ue).

 

Un’altra proposta sostenuta con forza da Macron – il “Buy european”, in particolare per gli appalti pubblici – incontra la resistenza della Germania di Merz. “C’è un’accelerazione della pressione su di noi con una concorrenza, a volte sleale, che è molto forte della Cina, con i dazi che ci sono stati imposti dagli americani e minacce di pratiche coercitive”, ha spiegato Macron. Per Merz, il “Buy european” deve essere molto limitato e di ultima istanza. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, segue la sua linea. La bozza dell’Industrial Accelerator Act – il provvedimento che introduce il Buy european negli appalti pubblici legati al Green tech – contiene requisiti minimi di “origine europea” per alcune componenti di prodotti e tecnologie. Ma si tratta di un elenco molto ristretto. Inoltre, il concetto di “origine europea” di von der Leyen è molto largo, include paesi extra Ue considerati “fidati” dalla Commissione.

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