Mike Pompeo (LaPresse) 

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Mike Pompeo è falco su Cina e Russia, ma sull'Ice dà ragione a Trump

Matteo Muzio

A Milano l’ex segretario di stato americano difende l’Occidente contro l’asse Cina-Russia-Iran e invoca fermezza su Putin e Xi. Una visione coerente con il passato, ma sempre più distante dalla linea dell’attuale leadership repubblicana

Il mondo di Mike Pompeo, inteso come sistema di idee e di relazioni, rimane quello della prima Amministrazione di Donald Trump. Per certi aspetti ci sono dei sentori ancora bushiani, se non reaganiani, con il Partito comunista cinese al posto dell’Unione sovietica. Durante la presentazione a Milano nella sede dell’Ispi del suo ultimo libro “Never Give an Inch”, tradotto in italiano con il titolo “Mai un passo indietro” da Liberilibri, l’ex segretario di stato di Donald Trump (e nel corso del 2017 direttore della Cia), Pompeo ha tracciato sin da subito un solco, un divario che allo stato attuale non sembra più così netto: gli Stati Uniti, l’Europa e le altre democrazie sparse per il mondo sono “i buoni”, mentre i “cattivi” sono l’asse delle autocrazie composta da Cina, Russia e Iran e i loro alleati. Questi ultimi, dice l’ex segretario, non sono mai “stati tanto deboli” e l’Iran si trova in un momento simile a quello del crollo dell’Unione sovietcia nel biennio compreso tra il 1989 e il 1991. Però l’occidente, classicamente inteso, non sembra più al centro dei pensieri di Donald Trump oggi, viene da pensare, così come appare molto diverso il pensiero di Pompeo rispetto a quello del presidente quando afferma che Vladimir Putin deve sentire “più male” perché al momento “condurre la guerra per lui è più vantaggioso che fermarla”. Non solo: l’obiettivo del presidente russo non è soltanto sedersi “al posto di Volodymyr Zelensky” e sullo scranno dei leader baltici e della Moldova, no, la sua intenzione è quella di “restaurare i confini della Russia”. E pensa che i confini attuali della Nato siano semplicemente “nel posto sbagliato”. In questo Pompeo è in  dissenso profondo con l’attuale Amministrazione, così come anche per quel che riguarda i dazi. A una domanda del moderatore Maurizio Molinari, Pompeo, che all’inizio della sua carriera politica era un deputato del Kansas in quota Tea Party, con una posizione estremamente liberista nel commercio internazionale, risponde che la “pensa diversamente”, argomentando come la vendita di servizi come i sistemi di pagamento e di strumenti informatici come il Cloud e i servizi di messaggistica “abbiano portato benessere e posti di lavoro agli Stati Uniti”. Ma il suo focus principale rimane la Cina, con la quale “molti europei” pensano si possa “vivere da vassalli”: “Andrà tutto bene e nel frattempo arriveranno un po’ di soldi” – dice – è un concetto sbagliato.

  
L’allineamento con l’attuale Amministrazione però è maggiore sulle questioni interne: per esempio sull’Ice. Pompeo ammette che gli agenti responsabili del duplice omicidio di Minneapolis “qualora ritenuti colpevoli, dovrebbero andare i carcere” e che le morti sono sempre una tragedia, ma afferma che la presenza della polizia di frontiera è dovuta ad anni “di politiche di confini aperti”. Anni che non sono mai esistiti, perché nel primo biennio dell’Amministrazione di Joe Biden le espulsioni erano facilitate dall’emergenza Covid e nel marzo 2024 una proposta di compromesso bipartisan negoziata dal senatore repubblicano dell’Oklahoma, James Lankford, che avrebbe portato una legge restrittiva sull’immigrazione è stata abbandonata su richiesta dello stesso Trump che non voleva dare una facile vittoria al suo avversario. Per questo nel racconto di Mike Pompeo non c’è posto. C’è molto spazio però per una messa in guardia sulla minaccia esistenziale all’occidente portata da Xi Jinping, che “si è molto radicalizzato” rispetto al quadriennio 2017-2021. Non solo: non bisogna dimenticare che proprio il leader cinese è il maggiore responsabile del Covid, originato, a suo parere da una “fuga dal laboratorio”, ipotesi di cui è fermamente convinto. Il contrasto che Pompeo propone però, con un occidente che tratta le persone con rispetto e che consente “la libertà di parola” nello spazio pubblico, non somiglia molto a quello di Donald Trump, dove proprio il Primo emendamento viene limitato molto e all’interno del governo federale le critiche alla condotta della Casa Bianca possono costare il posto. E non sorprende che Pompeo, con i suoi disaccordi sostanziali con Trump, non lavori per un’Amministrazione che richiede soltanto un totale allineamento.